Paura del freddo, nemico folle in cerca di prede
Paura del freddo, nemico folle in cerca di prede
Cultura

Paura del freddo, nemico folle in cerca di prede

«Fra i nemici dell’uomo e della vita in genere è da mettere ai primi posti il freddo», statuisce senza appello l’incipit del racconto di Piero Chiara Il freddo, nemico in cerca di prede. Provate a ragionare al …Leggi tutto

«Fra i nemici dell’uomo e della vita in genere è da mettere ai primi posti il freddo», statuisce senza appello l’incipit del racconto di Piero Chiara Il freddo, nemico in cerca di prede.

Provate a ragionare al freddo, a camminare per quelle vie follemente serrate dalla sua morsa: si resta soli col pensiero irrigidito di doversi difendere in tutti i modi, nell’irrazionale conflitto tra l’istinto di cercare un rifugio e la consapevolezza ironica che in fondo non si è ancora a quel punto.

Chiunque abbia sentito il freddo vero – non quello del Polo, gelidamente stabile e quasi metafisico nella sua vertigine fissa, ma quello che nel cuore dell’inverno, nei nostri paesi e città scioccamente miti, fa precipitare in poche ore la temperatura verso un ottuso e stordente sottozero – sa che la sua rigidità ha qualcosa di mitologico, di pre-scientifico, di intenzionale, e che non serve a niente ragionare con le nozioni scolastiche a nostra disposizione.

«In particolare quello dell’inverno», dice Piero Chiara, «che non solo può essere causa di malanni, ma è sempre un passo verso i 273 gradi sotto zero del termometro, vale a dire verso la soglia ultima dello stato termico dove comincia il regno del silenzio assoluto nel quale è possibile ascoltare, a quanto dicono alcuni scienziati, il fruscio delle stelle più lontane e addirittura l’eco dello scoppio iniziale, che ancora tuona, dopo diciotto milioni di anni, dai confini dell’universo».

Il freddo ha qualcosa di maniacale e di caparbio (Giorgio Manganelli chiamava «ostinato, angoloso, professionale» il freddo dell’Abruzzo), che sembra portare il pericolo, la febbre nel suo cuore gelato:

«“Col freddo non si scherza” diceva ogni anno mio padre, che vedeva arrivare le giornate invernali come un’orda assassina contro la quale occorreva armarsi».

Armarsi contro il freddo – come sanno i romanzieri russi – è roba da roditori amministrati, da animali da tana acculturati da secoli di tentativi ed errori: «Incollava, nella nostra vecchia casa, strisce di carta agli spiragli di tutte le finestre e metteva salamotti di stoffa al piede delle porte. Andando a letto, si portava dietro un mattone che aveva tolto dal forno e rotolato in uno straccio, dopo aver mandato avanti mia madre con una boule d’ottone piena d’acqua calda. Lo scaldaletto di rame da far scorrere tra le lenzuola, che tenevamo appeso a un chiodo in cucina, era per me. Mio padre lo riempiva con le braci della stufa o del caminetto, lo portava per tempo nella mia camera e lo introduceva nel letto».

Il ragazzino del racconto di Chiara, protetto fino ai suoi 11 anni dalla saggezza della tradizione, fa l’esperienza della consapevole cattiveria del freddo un giorno, di ritorno da una libera uscita dal convento – luogo del freddo per antonomasia, di mani sfregate e punizioni-ascesi basate sull’esposizione alle temperature più basse – il giorno di Santo Stefano:

«Cominciava ad irraggiare la prima luce del giorno, quando nel viale che fiancheggia i binari della Ferrovia Nord vidi per terra, al piede degli alberi spogli, alcuni piccoli fagotti. Erano passeri morti di freddo e caduti dai rami. Diedi un piccolo calcio a uno di quegli uccelli, che rotolò come un ciottolo sul terreno bianco di brina. Andando avanti verso il lago, sotto ogni albero si trovavano passeri morti, simili a duri frutti che una silenziosa bufera notturna avesse scrollato dai rami».

«Da allora», spiega con perfetta limpidezza, «ho sempre temuto l’inverno: ho persino paventato che potessero venire a mancare la legna, il carbone, la nafta, la forza elettrica, le poche difese possibili contro il freddo che è sempre in agguato, che aspetta il momento propizio per gettarsi su di noi».

Ecco l’ossessione primitiva per il freddo, che ci rende, con tutte le nostre patetiche tecniche, quel che siamo, ovvero fragili prede di forze più grandi: «Da allora, ho sempre cercato sui giornali, nei mesi di gennaio e febbraio, la tabella delle temperature massime e minime, le notizie dei casi di assideramento e delle grandi gelate, per seguire il nemico nei suoi spostamenti in cerca di prede, riconoscerne il passo ed evitarne l’incontro».

Come ne Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg, non è il gelo a indolenzire (come si sa, il gelo addirittura riscalda, se amministrato a dovere), ma il freddo. L’incipit – di un racconto di sangue e di abuso e di incomunicabili pensieri – parla chiaro: «C’è un freddo straordinario, 18 gradi Celsius sotto zero».

Persino la tomba imbottita dalla neve tra il legno e la terra, su cui si apre la seconda inquadratura, ha qualcosa di clemente: «È l’universo che in questo modo gli stende sopra una trapunta affinché lui non debba mai più avere freddo».

Il freddo è un personaggio: «Ho rispetto per l’inverno danese. Il freddo – non quello misurabile su un termometro, ma quello vissuto – dipende più dalla forza del vento e dal grado di umidità dell’aria che dalla temperatura».

Il freddo è molteplice, legionario, come i demoni biblici; la sua aggressione rade a zero le parole, richiede l’invenzione di un linguaggio a parte, ridisegna la semiotica e la scansione del tempo:

«Poi la temperatura comincia a calare. A un certo punto la superficie del mare raggiunge 1,8 gradi Celsius sotto zero e si formano i primi cristalli, una membrana di breve durata che il vento e le onde rompono in ghiaccio frazil, che si trasforma poi nella saponosa poltiglia chiamata grease ice; questa a poco a poco forma lastroni che galleggiano liberamente, il pancake ice, quello che in una fredda domenica a mezzogiorno si congela trasformandosi in un unico strato compatto».

Il freddo crudo proietta una luce spietata sui sentimenti, o meglio: ne è la immagine fisica: «Non è innamoramento. Vedo le cose in modo troppo chiaro. L’innamoramento è una sorta di follia. Strettamente imparentata con l’odio, il freddo, l’invidia, l’ebbrezza, il suicidio».

Come un acido, il freddo sgrana la mente e rende più lucidi, fino a consumarli, i sentimenti pre-logici: «L’innamoramento è fortemente sopravvalutato. L’innamoramento consiste di un quarantacinque per cento di paura di non essere accettati, di un altro quarantacinque di speranza che questa volta la paura venga delusa, e di un modesto dieci per cento di fragile consapevolezza delle possibilità dell’amore».

Quindi: il freddo mina le nostre difese, apre viatici alla malattia, riavvolge i tempi dell’evoluzione, ci rade al livello della nostra inadeguatezza organica, chiude la bocca, ci riduce alla nostra miserrima intelligenza di primati esposti alla selezione e in più disadorna le nostre speranze:

«Non mi innamorerò più. Come non posso più prendermi gli orecchioni. Ma chiunque può essere aggredito dall’amore», come dal freddo.

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