«Né concubina né moglie»: la femmina in frammenti e la supremazia del piede
«Né concubina né moglie»: la femmina in frammenti e la supremazia del piede
Cultura

«Né concubina né moglie»: la femmina in frammenti e la supremazia del piede

Freud non fu molto tenero a riguardo: l’uomo che guarda il piede ha nostalgia del fallo, che manca nella donna; volendo ricrearlo per lenire lo choc della scoperta, si inventa la scarpa e il tacco, strumenti di mediazione, …Leggi tutto

Freud non fu molto tenero a riguardo: l’uomo che guarda il piede ha nostalgia del fallo, che manca nella donna; volendo ricrearlo per lenire lo choc della scoperta, si inventa la scarpa e il tacco, strumenti di mediazione, sostituzione e spostamento. Se però si vuole intendere, oltre che la sua chimica, l’alta e sottile tensione di questo struggimento, di questa impossibile ricerca di soddisfazione e perfezione, oltre al vetrino occorre l’occhio: bisogna leggere i capolavori della letteratura feticista.

Si inizi da La casa delle belle addormentate di Kawabata Yasunari, un’opera esoterica e frammentata, in cui la chiarezza delle parole cede il passo a una specie torbida di purezza: ciò che viene omesso, carsico e allusivo, affiora alla superficie della pagina come l’inchiostro di certe stampe di onde che sembrano fiori che a loro volta sembrano vene del corpo o organi teneri e ambigui.

La lettura provocherà la sensazione di trovarsi al chiuso e al buio, in un ambiente stagnante in cui l’aria si riduce progressivamente: l’ossessione erotica esercita una gravità neutra, orizzontale, e produce una specie di vertigine, come se al centro di ogni pagina si nascondesse qualcosa di oscuro e inconfessabile.

L’eros non viene mai spiegato o dispiegato, come succede invece in certi romanzi ottocenteschi che hanno formato generazioni di europei, nella loro diacronica estensione che testimonia il progresso dalla conoscenza all’amore; piuttosto si concentra, si raggruma attorno ad alcuni dettagli, a frammenti attraenti e affilati come pezzi di vetro o di specchi. Questi specchi riflettono parti di corpo: bocche, capelli, quadrilateri di pelle e, soprattutto, piedi.

Le donne addormentate del racconto sono a loro volta frammenti, che non compongono mai una totalità e non conducono mai all’estinzione del desiderio che suscitano: vergini, le donne possono essere amate solo smettendo di esserlo. È questa impossibilità, come disse Yukio Mishima, a porre erotismo e morte sullo stesso piano. I piedi delle ragazze diventano organi, inteso anche in senso musicale, dell’assenza e dell’inavvicibilità:

«Immemore di sé, il vecchio Eguchi sembrava aver dimenticato anche che lei era una vittima, e con un piede cercò la punta dei suoi piedi. Soltanto lì non l’aveva toccata. Le dita della ragazza erano lunghe e morbide, e si piegavano liberamente come dita di una mano, e proprio per quel piccolo particolare la strana seduzione della ragazza affascinò Eguchi. Con le dita dei piedi, nel sonno, la ragazza parlava parole d’amore. E il vecchio rimase a seguire il movimento di quelle dita come una musica infantilmente incerta e tuttavia sensuale».

Un altro capolavoro della letteratura giapponese parte dal lirismo straziante del piede, ma lo svolge al contrario nel senso di un desiderio di autoannientamento: I piedi di Fumiko, elegia patologica e eccessiva di Jun’ichirō Tanizaki, già autore di quelle Morbose fantasie di sottomissione alla freddezza e alla crudeltà di una carnefice, è l’approdo estetico di una ricerca spasmodica della bellezza definitiva, quella davanti a cui inginocchiarsi e chinare il capo.

Protagonista del racconto un uomo di cui «si diceva che si era sposato una prima volta a vent’anni, che aveva cambiato tre mogli e che, dopo il terzo divorzio quando ne aveva trentacinque, aveva condotto vita da celibe. I ripetuti divorzi non erano dovuti soltanto al fatto che fosse un libertino: tra le sue inclinazioni se ne celava una, nascosta, che la gente ignorava e di cui, proprio fino a poco tempo fa, sembrava che nessuno si fosse accorto».

D’altra parte non solo con le mogli ma anche «nell’acquisto dei favori di una geisha, era molto capriccioso: si era appena invaghito di una donna e già prima che fosse passato un mese se ne stancava e perdeva la testa per un’altra. E non accadde mai, come potrebbe capitare a un libertino, che ne amasse una davvero innamorata di lui». Delle donne «si era incapricciato», ma loro «si erano concesse solo per denaro senza ricambiare sinceramente il suo amore».

Con Fumiko – sublime e inafferrabile già nel triplice nome: «Il nome è Fumi (usato quando lei parla di se stessa), che compare però anche come Ofumi (quando viene interpellata) e Fumiko (quando si parla di lei); Fumiko è scritto con tre caratteri che significano “donna traboccante di bellezza“, ma il suono richiama un omofono “fumi”, da “fumu” (calpestare)» – geisha riscattata, è diverso: «dopo l’entusiasmo dell’incontro la passione non parve raffreddarsi e anzi divenne sempre più ardente con il passare dei mesi. Quando la ragazza da apprendista diventò geisha, il vecchio si addossò interamente l’onere del suo guardaroba, sborsò il denaro che le serviva per diventare indipendente, e dopo poco, non essendo in grado di pazientare, se la trascinò in casa, né concubina né moglie».

È il trionfo del frammento: «della sua nuca audacemente denudata», della pelle del viso, «offuscata e simile a un vetro opaco», e in quella «pallida e soffusa lattescenza quasi di sogno» solo gli occhi scuri erano «vivi come uno scarabeo su un bianco pezzo di carta».

Frammento è da intendere anche in senso temporale, quasi una sequenza di frame allucinatoria e acutissima: prima di entrare in casa, un giorno, Fumiko «si era seduta sulla veranda e si puliva con una salvietta il piede destro, nudo e sporco di fango. Il busto, molto inclinato a sinistra, obliquo, quasi stesse per cadere, era sostenuto dal braccio sottile; il piede sinistro pendeva dalla veranda e toccava appena il terreno; la gamba destra era piegata a V mentre la mano destra puliva la pianta del piede».

Ed ecco come l’autore, che di sé disse «sono convinto di capire se una donna è licenziosa e se una persona è crudele solo guardandone i piedi», fa il suo inno alla supremazia del piede:

«All’estremità si stendevano ben allineate le cinque dita, che partendo dal mignolo si allungavano gradualmente verso la punta dell’alluce: ciò mi pareva molto più bello delle fattezze del suo viso. Lineamenti come i suoi si trovano anche in altre donne, ma non avevo mai visto, fino ad allora, piedi così regolari e splendidi. … il collo del suo piede era ben in carne e le cinque dita ben accostate come la lettera inglese “m” e allineate in ordine come una fila di denti. Erano tutte così ben disposte che mi chiedevo se fossero fatte di pasta di “skinko” preparata a forma di piede con le dita segnate da colpetti di forbici. Ma a cosa si potrebbero paragonare le graziose unghie che ricoprivano la punta di ciascun dito? … sembravano delle pedine di go allineate ma, in realtà, avevano una maggiore lucentezza ed erano molto più piccole. Forse, se un abile artigiano avesse tagliato a sottili sfoglie la conchiglia di un’ostrica, le avesse affilate con scrupolosa attenzione con una pinzetta, e le avesse poste con delicatezza sull’estremità dello “skinko”, sarebbe stato possibile dare forma a tali splendide unghie».

I piedi di Fumiko sono fonte di vita: è da essi che il protagonista prende, letteralmente, il suo cibo quotidiano.

Nell’anno in cui Freud pubblica Il perturbante, il 1919, Tanizaki esprime la cruda verità nella grazia: «Benché l’effetto artistico di una donna rilassata – mani e piedi abbandonati come salici piangenti sia che indugi con aria assente sia che dorma scomposta – sia affascinante, ben più difficile deve essere ritrarla, come in questo disegno, dando al corpo la flessibilità di una verga senza alterare una bellezza così particolare».

Pochi anni prima, dall’altra parte del mondo, Flaubert faceva turbare il Frédéric de L’educazione sentimentale dal piede di M.me Arnaux, e metteva Emma Bovary, concubina e moglie, davanti al camino col piede proteso «verso la fiamma, al di sopra dell’arrosto che girava sullo spiedo», poi la osservava, bagnata dall’adulterio: «qualcosa di sottile e di penetrante si sprigionava perfino dalle pieghe dell’abito e dalla curva del piede», poi le faceva attendere Rodolphe: «osservava le rosette delle pantofole e muoveva un poco sotto il raso, di tanto in tanto, le dita dei piedi», infine indugiava nella descrizione più leziosa per la posa più sconcia: «Erano pantofole di raso rosa, con il bordo di cigno. Quando Emma sedeva sulle ginocchia del suo amante, le gambe non arrivavano a toccare terra, ed ella reggeva le minuscole calzature, sospese nell’aria e sempre in movimento, solamente con la punta delle dita del piede nudo».

Intanto Balzac diceva al mondo che il capolavoro assoluto, e quindi l’eros assoluto, è un groviglio incomprensibile da cui spunta, accecante come una folgore, un piede bianco.

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