Lo humor e la grazia dell’eversione. Perché amiamo la Regina Elisabetta
Lo humor e la grazia dell’eversione. Perché amiamo la Regina Elisabetta
Cultura

Lo humor e la grazia dell’eversione. Perché amiamo la Regina Elisabetta

È successo tutto in fretta: un giorno la prendevamo in giro per le borsette e i cappellini, e il giorno dopo la sua faccia, bellissima e potente, era sugli schermi e sui sottobicchieri di tutti i paesi fuori dal …Leggi tutto

È successo tutto in fretta: un giorno la prendevamo in giro per le borsette e i cappellini, e il giorno dopo la sua faccia, bellissima e potente, era sugli schermi e sui sottobicchieri di tutti i paesi fuori dal Commonwealth. Attualmente, è possibile trovarla sui quadri in serie di Ikea e suoi derivati, con l’effetto distonico di materializzarsi indifferentemente in un locale di Amsterdam e in un tinello di Pietralata.

La sua algida e polverosa figura a garanzia della tradizione si è trasformata in un affascinante miscuglio di sofisticata coolness e sentimentalismo glamour; da vecchina color confetto, a ironica citazione di sé stessa. Amabilissima quando si è prestata a impersonarsi nel filmato con Daniel Craig-007 nel magnifico spettacolo olimpico di Danny Boyle, terribilmente indie quando ha preso il tram a Melbourne, in patria è diventata più pop di Diana, e nel mondo, se nelle vetrine dei negozi di design più progressive c’è la sua statuina, forse più pop di Obama.

Ma quando, come è successo esattamente che ci siamo rincoglioniti? Insomma, questa è una Regina, discendente della Regina Vittoria e di un sacco di principi di Sassonia, un capo delle forze armate, un monarca assoluto. Abbiamo tutti i vinili degli Smiths, sui quali abbiamo cantato che Sua Bassezza assoluta morisse presto. Ha qualcosa come 125 milioni di sudditi, che quando cantano l’inno della propria nazione pregano Dio di salvarla.

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Io, c’è da dire, non sono obiettiva, avendo speso in prodotti made in UK l’equivalente in euro di quante sterline devono essere occorse alla famiglia reale per mandare i propri discendenti all’asilo dal 1871 ad oggi. Ho tutti i cofanetti dei Tudor, e un periodo che andavo ad annaffiare i fiori a casa di una mia amica assente mi affezionai a una cocorita un po’ troppo vivace al punto da chiamarla Maria la Sanguinaria. Spesso, colpevolmente, indulgo nella lettura di pseudo-cronache monarchiche in cui i reali bisbigli origliati dal corridoio da qualche membro della servitù (si dice del personale, oggi) e i guaiti di insopportabili cani (di razza corgi) concorrono a creare un tessuto di fittissimo, maestoso, elegante nulla.

A volte cerco di ricreare alle latitudini di Roma est il ricercato e stitico cerimoniale che circonda gli incontri diplomatici di Buckingham Palace, impazzisco per l’ipocrisia velenosa delle buone maniere, mi sdilinquisco per un pettegolezzo espresso con mezze parole il cui intero vuol dire l’esatto contrario, costringo i miei invitati a sedere con la tazza di tè in mano anche se preferirebbero un limoncello, vado in brodo di giuggiole se al suono dei passi si aggiungono i rintocchi del Big Ben.

Li amo. Amo tutto di quel popolo, e chi dice che sono freddi non merita considerazione. Per come sono fatta, uno dei momenti più caldi (nel senso di hot) della mia vita è stato quando sotto la metro di Bayswater ho urtato con l’avambraccio due centimetri quadrati del gomito di un signore e lui si è scusato.

E poi, la letteratura: che tipo di letteratura ci potevamo aspettare da un popolo che ha avuto il coraggio, l’ironia e la doppiezza di chiamare Digestives dei biscotti con un pizzico di bicarbonato e un chilo di tutto il resto? La letteratura della sottrazione, del sottinteso, fatta di trame sostenute da una tensione clandestina, basate sull’ottica e l’estetica lessicale più che sul contenuto e la formazione morale, sulla mondanità più che sulla socialità, sull’ambiguità più che sulla chiarezza. Quella letteratura verso cui Henry James, statunitense che riuscirà a naturalizzarsi inglese solo l’ultimo anno della sua vita, tendeva costantemente. Britannica è la mirabile e delirante scrittura di Lewis Carrol, fatta di strofe, filastrocche, ecolalie che traducono in un lessico affettato il cuore nero della nevrosi e dell’ossessione, almeno quanto britannico è l’understatement ironico ed equilibrista di George Eliot.

È con questo stile, e in merito a questo stile, che Alan Bennett ha scritto il delizioso La sovrana lettrice (titolo originale The Uncommon reader), uscito un anno dopo il film aiutatemi-a-dire-delizioso The queen.

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È la storia di Elizabeth II che a un certo punto, invogliata da un giovane addetto alle cucine rosso di capelli e gay, si avvicina a una biblioteca itinerante che serve anche il Palazzo e comincia a leggere libri. Il primo libro che prende è uno di Ivy Compton-Burnett. L’ultimo prestito, legge, risale al 1989.

«Non è un’autrice popolare», le dice il bibliotecario.
E lei: «E come mai? L’ho nominata Dama!».

E qui succede una cosa bellissima, di quelle che mi sorprendono sempre. Manganelli parlando di Compton-Burnett la definisce “il più grande romanziere britannico”, e aggiunge che il potere della grande letteratura è quello di essere autonoma, asociale, di non badare ai sentimenti del lettore estorcendoli alle parole, ma di creare una struttura sentimentale.

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Bennett invece lo fa pensare alla regina, con queste parole:

L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. [...] I libri non sono per nulla ossequiosi. Tutti i lettori sono uguali, e questo le risvegliò un ricordo di quand’era bambina. 

Trovando Ivy po’ ostica, abbandona il romanzo e si lascia consigliare dal giovane rosso, che attirandosi le antipatie del vecchio establishment di segretari e maggiordomi la conduce nella spirale densa di piacere dei classici e degli scrittori gay o proibiti:

«Potrebbe provare Kilvert, Maestà», disse Norman.
«Chi è?».
«Un vicario, Maestà. Dell’Ottocento. Viveva al confine con il Galles e ha scritto un diario. Gli piacevano le bambine».
«Oh», disse la regina «come a Lewis Carrol?».
«Peggio, Maestà».
«Cielo. Può procurarmi i diari?».

Come non impazzire per quel «Peggio» e per quel «Cielo», possibili solo in una struttura letteraria del tutto britannica?

A parte Jean Genet, col quale mette in imbarazzo il presidente francese, sono gli scrittori britannici a suscitare l’interesse ossessivo della regina.

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Leggete questa frase: se non vi fa brillare la scatola cranica allora non so proprio immaginare cosa lo faccia:

«La regina lesse il racconto della vita di Ackerley; provò una modica sorpresa nell’apprendere che, pur lavorando per la BBC, era omosessuale». 

La regina, in piena febbre agonistica da lettura, comincia ad arrivare tardi agli appuntamenti diplomatici, a nascondere i libri sotto i cuscini della carrozza, a percorrere i cortei facendo finta di salutare ma intanto continuando a prendere appunti. A Palazzo, a dispetto di questa che in realtà è una rinascita, cominciano a (voler) pensare che sia malata di Alzheimer.

L’attendente riteneva più appropriata una regale clausura, dove alla regina (e ai monarchi in generale) fosse garantita maggiore libertà e perfino stravaganza di comportamento, prima che le toccasse una diagnosi plebea come l’Alzheimer. Sarebbe potuto essere un sillogismo, se Gerald avesse saputo cos’era un sillogismo: l’Alzheimer è plebeo; la regina non è plebea; dunque la regina non ha l’Alzheimer. 

In fondo, Sua Maestà diserta gli incontri, e bersaglia gli ospiti internazionali di domande su cosa stiano leggendo in questo periodo. Lei, che è sempre stata misuratamente spiritosa, è diventata insofferente verso gli ignoranti, in particolare verso il Primo Ministro (all’epoca Tony Blair), ingessato dentro inutili cerimonie.

Una sera telefona all’Arcivescovo di Canterbury:

Si sentì una pausa mentre lui andava ad abbassare la tv.
«Arcivescovo. Perché io non faccio mai la lettura?».
«Chiedo scusa, Maestà?».
«In chiesa. Vanno tutti a leggere tranne me. non sta scritto da nessuna parte, vero? Non è mica proibito».
«Non che io sappia, Maestà».
«Perfetto, allora comincerò a farlo. A noi due, Levitico! Buonanotte».

Bennett calibra un ordigno pazzesco, equilibratissimo come le parti, appunto, di una bomba, in cui alla misura delle parole corrisponde il grandissimo potere di detonazione ed eversione che la letteratura comporta.

«Leggere vuol dire sottrarsi. Rendersi irreperibili. Sarebbe già diverso» disse Sir Kevin «se come passatempo fosse meno… egoistico».
«Egoistico?».
«Forse dovrei dire solipsistico».
«E allora lo dica».

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Ma questa è letteratura, mi si dirà, cosa c’entra col fenomeno reale di progressiva popolarità che ha investito la sua figura negli ultimi anni. Credo che la letteratura, e nello specifico questo libro di Bennett, aiuti a capire la natura di questo avvenimento con una precisione superiore a quella che potrebbe avere qualunque studio sociologico o sondaggio.

Questo è il passaggio rivelatore:

 Gli spettatori – e quando si tratta della regina sono tutti spettatori – sanno che è una recita, ma cercano di convincersi che non lo sia fino in fondo, e di pensare che, al di là della finzione, ogni tanto sia dato sorprendere un comportamento più «naturale», più «reale», per esempio cogliendo casualmente una frase («Muoio dalla voglia di di un gin tonic» detto dalla regina madre, o «Maledetti cagnacci» dal duca di Edimburgo) o intravedendo Sua Maestà che si siede a una festa in giardino e si toglie le scarpe con grande soddisfazione. Anche se, a ben vedere, quei momenti in apparenza più spontanei sono pur sempre una messinscena, come quella della famiglia reale nella veste più ieratica. Questo spettacolo, o meglio teatrino, si potrebbe chiamare la simulazione della normalità, ed è artefatto quanto la più solenne apparizione pubblica.

 La regina non era mai stata espansiva; l’avevano educata a non esserlo, ma negli ultimi anni, in particolare dopo la morte della principessa Diana, sempre più spesso le veniva chiesto di esternare i suoi sentimenti, che avrebbe preferito tenere per sé. All’epoca, però, non aveva ancora cominciato a leggere, e solo ora si rendeva conto di condividere con altri quelle difficoltà; per esempio con Cordelia.  La regina scrisse sul taccuino: «Anche se Shakespeare non lo capisco sempre, quando Cordelia dice “non riesco a trarre il cuore in bocca” condivido appieno il suo sentimento. Il suo problema è il mio».

Alla regina, Bennett affida il compito di essere un outsider, e agli impiegati di alto rango, agli uomini solenni e tetragoni della chiesa anglicana, ai Primi Ministri, persino ai maggiordomi ancien régime, quello di ristabilire la schiacciante potenza dell’ordine. È forse quello che facciamo anche noi, nel disperare del potenziale liberatore di noi persone comuni infilate in una macchina di repressioni e di simulazione della normalità, e nel dichiarare il nostro amore a questa figura di ottantaseienne maestosamente libera.

 

Colonna sonora
The Queen is dead, The Smiths
God save the queen

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