Cultura

L’intelligenza del caso nell’assegnare i posti: quella volta che Mazzini viaggiò col “futuro”

È il febbraio del 1871. Siamo nel passo del Gottardo, a questo tempo della storia sprovvisto di ferrovia. Giuseppe Mazzini sta cercando di tornare in Italia da Londra, ma conosce molto bene la Svizzera dove vive ormai nascosto …Leggi tutto

È il febbraio del 1871. Siamo nel passo del Gottardo, a questo tempo della storia sprovvisto di ferrovia. Giuseppe Mazzini sta cercando di tornare in Italia da Londra, ma conosce molto bene la Svizzera dove vive ormai nascosto da tempo, dopo l’ultimo arresto avvenuto a Gaeta e il rilascio con la successiva fuga. È con un uomo più giovane, di cui non sappiamo niente. Invece, sappiamo che la compagnia di quella piccola carovana silenziosa include un giovane tedesco (ma si dice svizzero), che viaggia con la sorella per ristorarsi: da quando è tornato dalla guerra soffre di nervosismo, insonnia, emorroidi. È incuriosito dalla figura di quel vecchio ed elegante signore avvolto in un mantello grigio, tanto che si informa presso il comandante del traghetto che parte da Lucerna e attraversa il lago dei Quattro Cantoni. È quel “cospiratore” italiano, l’esule, che viaggia sotto falso nome cercando di passare per commerciante ebreo, turista tedesco, gentiluomo inglese.

Il battello arriva a Fluelen di sera, e i viaggiatori fanno sosta presso un albergo. A cena, Mazzini siede a un tavolo in disparte col suo accompagnatore; il giovane cena con una donna, sua sorella, si apprende. Ha grandi baffi sassoni, e un atteggiamento un po’ rigido e manierato. Fratello e sorella sono curiosi: al momento del dessert si avvicinano al camino con la scusa del freddo, e sentono il signore declamare dei versi di Goethe, questi:

«Distogliersi da ciò che sta a metà, e vivere risolutamente nella totalità, nel buono e nel bello».

Il giovane incassa con somma sorpresa, e sentendo una specie di simpatia per l’italiano va a dormire.

Il mattino dopo, a colazione, l’ostessa chiede ai due fratelli se vogliono mangiare con gli altri due ospiti. La sorella non aspettava altro: Mazzini, che nel libro degli ospiti è registrato come Mr. Brown, galantemente le rivolge la parola. Ne segue una conversazione in un francese molto ricercato, da cui il fratello resta escluso. Un po’ timido, dice scherzando che si farebbe meglio capire in greco o in latino. Mazzini sorride.

La colazione deve essere trascorsa così, con qualche parola di circostanza, due considerazioni sul tempo, il viaggio e le sue scomodità, o, chissà, sul clima di Lugano, i suoi giardini, le alte magnolie di Villa Tanzina, le piazze e i caffè pieni di esuli di rango. L’Italia, forse. Il giovane tedesco (pardon: svizzero) non si intende molto di politica, forse si annoia.

Non sappiamo cosa succede esattamente: forse Mazzini intuisce una tonalità gloriosa, una sfumatura appassionata nella cortesia sassone del suo compagno di viaggio; forse l’interlocutore è di quelli che a un secondo sguardo rivelano molto di sé a chi ha occhi per vedere; forse questo giovane (ha 27 anni) si è presentato con una sfumatura ironica nella voce, quando ha detto che fa il professore a Basilea (di «Esiodo e metrica»…) e nelle scuole tedesche il francese non si insegna come si dovrebbe. Forse no. Certo è che il giovane baffuto non è socievolissimo, al contrario della intraprendente sorella.

Il mattino successivo, due carrozze postali diverse accompagnano le coppie. Dopo Amsteg la strada diventa impraticabile, e salgono tutti “con gioia” su delle minuscole slitte, con cui da quel momento compiono la traversata del Gottardo.

Alcuni viaggiatori hanno un incidente: precipitano, con la slitta e il cavallo, in una piccola scarpata, e le slitte vengono sostituite con delle carrozze postali. I quattro viaggiatori preferiscono proseguire a piedi in attesa di altre vetture, fino a un punto dove si offre loro lo scorcio di una vista “meravigliosa e remota”. Il giovane accompagnatore di Mazzini guardando in lontananza grida con gioia, pare: «Italia». «Dell’Italia ho afferrato un lembo», scriverà pochi giorni dopo il giovane svizzero al suo migliore amico dall’Hotel du Parc di Lugano.

Qui, coi saluti in tre lingue diverse, si interrompe questo incontro.

Ora: se a noi capitasse di incontrare l’equivalente odierno di Mazzini, l’uomo del secolo – mettiamo: Obama – l’evento verrebbe ricordato, semmai qualcuno si prendesse la briga di comporne una – nella nostra biografia, non certo nella sua. Gli annali dei grandi non riportano le collusioni casuali con quei silenti frammenti di umanità che sorvolano i cieli nel misero tempo di – quanto? – una ottantina di giri intorno al sole senza alcuna scia.

Invece, questo evento è presente in entrambe le biografie: quel giovane taciturno e elusivo ha illuminato col suo futuro il piccolo evento di quei tre giorni di viaggio nella vita del grande Mazzini, che lì non poteva certo saperlo, e doveva avere ben altro a cui pensare. È stata la Storia – o la Filosofia – a evidenziare la strepitosa intelligenza del Caso nell’assegnare quei posti su quelle slitte e carrozze – e d’altra parte il misterioso passeggero lo scriverà qualche anno dopo: «Io sono il futuro». Confesso di avere invertito l’ordine di apparizione dei personaggi, per così dire: è nell’epistolario di quest’ultimo – giacché le memorie della sorella lì presente, su cui ho basato la trama del racconto, non sono state giudicate dalla storia molto affidabili – che ho trovato traccia di questo incontro. Queste sono due lettere in cui ne parla.

 

A Wilhelm Vischer-Bilfinger
14 marzo 1871

Abbiamo percorso insieme in tre giorni la via da Basilea a Lugano, quasi tutta la strada del Gottardo con slitte, con un tempo bellissimo, avendo, come interessante compagno di viaggio, Mazzini.

 

A Erwin Rohde
Basilea, 7 dicembre 1872

Ti auguro ogni bene, carissimo amico, e sii coraggioso come lo sono io. I Wagner mi hanno trovato sano e “risoluto” nel senso di Goethe-Mazzini, e se ne sono molto rallegrati.

Friedrich Nietzsche

 

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