La prima guerra mondiale: chi se l'aspettava!

Stefan Zweig nel suo Il mondo di Ieri ha rappresentato perfettamente la sorpresa dell'Europa occidentale allo scoppio della Grande Guerra. Eppure i segnali non mancavano

 Naemah Beer-Hofmann con orfani di un pogrom alla Anitta Mueller Heim a Vienna, Austria, 1921 – Credits: Miriam Beer-Hofmann Lens Collection. Flickr, The Commons

Luigi Gavazzi

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Ricordo in un libro di scuola la didascalia a una foto di trincea che diceva: "L'Europa della Belle Époque scaglia i suoi figli nella fornace". Era il modo elegante che l'editor del volume aveva usato per sintetizzare la sorpresa dell'Europa - di una parte almeno - davanti alla tragedia della Grande Guerra e al fatto che si fosse rotto l'incantesimo di quegli anni di progresso.

È vero che poi gli storici hanno dimostrato quanti fossero i segnali già allora chiaramente visibili della precarietà del mondo di sviluppo e pace garantito in Europa dall'equilibrio fra le potenze: basterebbe ricordare - fra i molti indizi rintracciabili - che il 1913 si chiuse mettendo in bacheca ben due guerre nei Balcani a distanza di poche settimane.

Due guerre che misero chiaramente in evidenza il potenziale esplosivo e facilmente innescabile formato dal nazionalismo serbo , dalla politica di potenza conservatrice del territorio dell'Impero asburgico, dalla corsa dei piccoli stati balcanici alla spartizione delle spoglie dell'Impero ottomano.
Due guerre che evidenziarono anche la tendenza alla crudele violenza sui civili che i conflitti moderni portavano su una scala mai vista prima.

Eppure l'Europa non capì.
O meglio, una parte della società civile, dell'Europa colta e borghese, continuò a guardare con ottimismo al futuro, alla possibilità di stare in equilibrio. Un ottimismo figlio del progresso economico e tecnologico, ma anche artistico e letterario. E della cecità di fronte all'orrore che la civile Europa stava infliggendo ai popoli delle colonie, nei tanti cuore di tenebra.
Di questa condizione di (quasi) inconsapevolezza è splendido testimone Stefan Zweig. Lo scrittore ebreo-austriaco, morto suicida nel 1942 scrisse in Il mondo di ieri, una autobiografia che ha voluto essere la narrazione del destino di una generazione.

  • "È forse difficile" - scrive Zweig nel capitolo "Luce e ombra sull'Europa" - "rappresentare [...] l'ottimismo e la fiducia universale che animavano noi giovani al principio del secolo. Quarant'anni di pace avevano accelerato il ritmo della vita, le scoperte scientifiche inorgoglivano lo spirito delle generazioni: cominciava un'ascesa quasi contemporaneamente sensibile in tutte le nazioni della nostra Europa".

E ancora, nel capitolo "Le prime ore della guerra del 1914":

  • "Quell'estate del 1914 sarebbe rimasta indimenticabile anche senza la tragica sorte che essa recò sulla terra europea. Di rado infatti ne ho veduto una che fosse più rigogliosa, più smagliante, direi più estiva. [...] ancor oggi, quando pronuncio la parola estate, debbo involontariamente pensare a quelle radiose giornate di luglio che trascorsi a Baden presso Vienna. Mi ero ritirato in quella cittadina prediletta a Beethoven per dedicare con più raccoglimento quel mese al lavoro e passare poi il resto dell'estate da Verhaeren, il venerato amico, nella sua villetta campestre nel Belgio".

Già, nel Belgio.

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