Alberto Rollo, 'Un'educazione milanese' - La recensione

Il romanzo di una città, la biografia di una generazione in cerca della propria identità

Un'educazione

Un'educazione milanese, particolare della foto di copertina – Credits: Elaborazione grafica su foto di Gabriele Basilico. © Gabrele Basilico/Studio Gabriele Basilico, Milano

Michele Lauro

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Che cos'è un'identità collettiva, e in quale luogo e momento della storia d'Italia l'identità abbia poggiato le fondamenta su un'appartenenza di classe radicata nello spazio urbano: lo spiega, anzi lo racconta Alberto Rollo in Un'educazione milanese, biografia densa e ramificata come un saggio, avvincente come un romanzo, autorevole come uno state of mind, sfuggente come un sogno. Seduto su una panchina nel sottosuolo della città, in compagnia di rari passanti simili a fantasmi tenuti in vita dai loro smartphone, l'intellettuale si spoglia del suo mantello e aspetta. Intanto rimembra, ascolta, riflette.

Io, Noi, Milano: dentro quella triade c'è un mondo sommerso che forse ci riguarda tutti, milanesi e non. C'è un conflitto di anime e insieme lo sboccio della vita a una nuova pienezza, ci sono presenti e assenti e affetti da condividere su quell'immenso fondale di teatro che tenne a battesimo la rinascita del dopoguerra, costruendo sulle macerie la sua nuova, simbolica cattedrale: il Monte Stella che dall'alto guarda ancora il Duomo senza deferenza. E c'è una restituzione d'amore: per la giovinezza, gli amici, gli ideali e le periferie, alveo di una collettività che pulsa sempre più flebilmente nelle cattedrali del consumo metropolitano. Milano madre, che acquisisce e somma: dove sono i tuoi figli?

Se il continuo rivolgersi tra il fare e il disfare è la cifra di Milano fin dai suoi albori, come ha testimoniato Guido Lopez nella Bibbia storico-culturale della città (Milano in mano, prima edizione 1965, ultima edizione 2015), Un'educazione milanese va a fondo delle complesse radici della milanesitudine. Che sono economiche, sociali, estetiche, esistenziali. "Vedo la linea che congiunge realtà e rappresentazione" dentro le tele anni Dieci di Umberto Boccioni, dice Rollo, ricordando quando in gioventù con l'amico Marco scalava i terrazzi di porta Romana per mettersi nella "posizione Boccioni". Il taglio prospettico dell'artista intercettava nel fumigante tramonto della periferia il popolo di lavoratori a cui apparteneva il padre dello scrittore. Sono ancora tutti lì i suoi figli, in quell'andare di gente che anche se le fabbriche non ci sono più continua ad andare, dentro l'accadere della storia che ci vuole "accomunati dai destini generali".

Tra le pagine di questo libro scorre il film di un'epoca - gli anni Sessanta fino a metà dei Settanta - in maniera ben poco diacronica. Rollo si affida al ricordo involontario, con le sue dolcezze e asprezze e magari imprecisioni, per raccontare un'iniziazione alla vita sempre avviluppata a Milano, ai suoi luoghi rappresentativi - officine, tram, ponteggi, salotti, piazze, librerie, cinema e teatri. La città dei lavori in corso. Il melting pot ante litteram. Una visione, un sogno a occhi aperti debitore forse a Gli anni di Annie Ernaux, capolavoro dove la sfida della memoria non era ricostruire gli eventi con logica sequenza ma dar loro un palpito, un soffio di vita, un profumo di verità. Perché, come afferma la scrittrice francese citata in esergo, "è ciò che ho alle spalle a essere diventato oggetto del desiderio, non ciò che ho davanti".

La prima pietra dell'Educazione milanese è l'infanzia in una famiglia proletaria di immigrati di seconda generazione. Dal finestrino di un tram o dal sellino di una vecchia Guzzi, le paterne lezioni di cultura operaia insegnano al giovane a guardare. E quello che vede sono scali e ringhiere, binari, cantieri e recinti incustoditi, simulacri di una devastazione urbana che si cercava alacremente di superare. E fabbriche all'orizzonte. L'estate milanese aveva "l'odore dell'acciaio caldo e dell'olio di raffreddamento". Il centro era un lusso festivo, le fabbriche i veri monumenti della città. La prima pietra di quell'educazione fu quindi l'immaginario etico di un padre comunista senza partito, e di una madre sarta che vestiva inconsapevolmente le future modelle.

La seconda pietra è una giovinezza esposta a quel vento di libertà e liberazione che portava alla ribalta termini oggi desueti, svuotati, imbastarditi e ammansiti dall'evoluzione della storia. Proletario, comunista, borghese. Senza false compiacenze, senza disincanto autoreferenziale Rollo ci trasporta dentro quel gioco delle opportunità che tra i Sessanta e i Settanta rappresentò in prima istanza un guscio protettivo, una pienezza sociale che la generazione immediatamente successiva, quella dei nati negli anni Sessanta, non ha mai conosciuto. "Quanto ho detestato quelli che pretendono di capire" confessa l'autore, carotando con libero pensiero quel tempo in cui si sentiva parte di uno strano consorzio formato dall'aristocrazia proletaria e dalla borghesia ribelle: un calderone ribollente di utopie e ormoni, musica e teatro, desideri e paure, tra velleitarismi e autentica cultura militante.

Di romanzi fomentatori di speranza abbiamo bisogno nel tempo in cui viviamo. Capaci di dare l'idea alle nuove generazioni come siamo arrivati fin qui. Un'educazione milanese è uno di questi. Potenza dei paradossi, Milano diventa finalmente la città del mondo che da sempre aspira a essere proprio in questa visione di un futuro rovesciato. Troppo effimero il presente di radici aeree piantate da architetti venuti da lontano. La hybris euro-contemporanea non basta a farla somigliare alla Parigi di Baudelaire o di Benjamin, dove il senso della vita si consumava tutto in un verso. Milano è sempre la "città che asciuga al sole le sue contraddizioni", per usare la sublime metafora di un grande poeta milanese, Vittorio Sereni.

Un'educazione milanese è un libro maieutico, nell'accezione socratica del termine: tira fuori dalle contraddizioni della città il suo codice genetico, quel tessuto connettivo "vivo e non compromesso" a cui si lega un'appartenenza misteriosa, tribale. Non a caso Gianni Mura, portabandiera del grande giornalismo milanese sulla scia di Gianni Brera e Beppe Viola, ha inserito Alberto Rollo nell'elenco dei 100 protagonisti del 2016 (ironia degli ordini alfabetici, Rollo sta tra Giulio Regeni e Cristiano Ronaldo...). La "stuporosa" prospettiva di questo libro ci regala insomma la consapevolezza di avere una biografia e forse perfino un'identità. Ma soprattutto di poter ricorrere, tutte le volte che rasentiamo un muro di periferia con il passo di marcia alla milanese, e ci sentiamo soli, a una fraternità metropolitana che da qualche parte cova, giù nelle viscere della metropoli in movimento.

Per approfondire

Marco Philopat, I pirati dei Navigli

Alberto Rollo
Un'educazione milanese
Manni
320 pp., 16 euro

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