Cultura

La metamorfosi numinosa dell’audiolibro: anteprima di Cuore di tenebra

Si possono fare incontri inaspettati, si sa, nei libri, e intendo: leggendoli. Ma voi non avete idea del genere di incontri che si fa quando li si ascolta. All’inizio si rivela un’operazione un po’ macchinosa trovare la posizione giusta …Leggi tutto

Si possono fare incontri inaspettati, si sa, nei libri, e intendo: leggendoli. Ma voi non avete idea del genere di incontri che si fa quando li si ascolta. All’inizio si rivela un’operazione un po’ macchinosa trovare la posizione giusta per gli occhi: non si capisce bene se farli vagare su soffitto e pareti, come in cerca della coda di una cometa che non passerà, o lasciarli marinare in un’amenza piatta su un unico punto, che perde tutti i suoi connotati familiari, oppure chiuderli, così, come si fa sulla poltrona del parrucchiere per evitare schizzi e sforbiciate, e simulare il relax. Nel frattempo, ci viene da ridere: bambini metà divertiti metà impauriti davanti al mistero di una fiaba, ascoltatori stupiti nell’infanzia delle onde radio.

Non sono una adoratrice acritica del senso dell’udito, una nostalgica della radio come medium caldo che satura uno dei nostri sensi fino all’eccesso, lasciandoci per il resto inerti; e non sono neanche della scuola per cui il pregio dell’ascolto di un radiodramma sia stimolare la fantasia o costringerci a metterci del nostro, a interpolare mentalmente. Credo anzi che molto del nostro che mettiamo nelle cose possa tranquillamente essere espunto, in generale, senza alcun danno delle cose stesse.

Ma è proprio questo il sortilegio che l’ascolto di un libro è in grado di produrre: scatena fantasmi che non conosciamo e non ci appartengono, li fa svolazzare e vorticare nella stanza finché non troviamo un punto su cui poggiare lo sguardo, e allora cominciano a muoversi secondo i ruoli che qualcun altro, l’autore del libro, ha stabilito per loro. Ma il mestiere dei fantasmi è apparire, sono destinati all’epifania, non alla recitazione. E in questa smagliatura, complice la nostra disabitudine all’immobilità e all’attenzione eterodiretta, interviene la voce di chi legge. Direi anzi che la questione di chi legge determini la quota di un’emozione che, una volta suscitata, potrebbe scadere nel sottofondo delle nostre azioni quotidiane oppure, come in questo caso, librarsi e rifrangersi, e deflagrare in costellazione. Come vedete, sto prendendo tempo.

La casa editrice Emons sta costruendo un’opera grandiosa, di cui ho avuto già modo di parlare in riferimento ai Sillabari letti da Nanni Moretti e al magnifico Pasticciaccio letto da Fabrizio Gifuni. Non grandiosa perché, come ho sentito sostenere da una famosa giornalista chiamata a commentare uno di questo gioielli, leggere è davvero faticoso, diciamoci la verità, e dispendioso in termini di tempo, quindi, voilà!, la soluzione: qualcuno che legge per noi. Magari mentre facciamo altro, come col corso di inglese su cassetta. Come se tutta quella magia di cui ho parlato non consistesse che in un servizio utile, vagamente igienico, reso a noi disabili della letteratura, degenti nella clinica anestetica della pigrizia mentale. (Mentre non ci sono dubbi che sia un servizio reso all’umanità, in un modo più complesso che quello di un salvatempo).

No. Grandiosa perché trasversale – spalanca l’interna teatralità delle opere, poi ne seziona col metodo digitale la materia magica per restituirla infine trasformata, in una metamorfosi numinosa, di modo che possiamo esperirla nella sua antica analogicità sprigionata – e esatta – sa assegnare a ciascuna voce il suo libro, quello nel quale può dispiegare tutta la gamma dei suoi incantesimi.

E qui arrivo al punto, avvicinabile solo concentricamente, come insegnano mostri e balene.

Prendete la vostra voce preferita, quella che nelle sue multiformi apparizioni rinvia alle vostre fisiologie il messaggio della corrispondenza, dell’armonia o della dissonanza a voi gradita, e diluitela, stendetela sopra l’ampiezza di uno dei vostri libri – diciamo – preferiti, uno di quelli che avvalorano in voi il senso della sacralità della letteratura, e sentirete che suono profondo e lettera, oralità, musica e scrittura, intelligenza logica e mito si autenticano l’una con l’altro.

Non potevamo comprendere perché eravamo troppo lontani; e non eravamo in grado di ricordare perché stavamo passando per la notte dei tempi. La terra sembrava non avere nulla di terrestre

è una delle frasi sprigionate da questa stregoneria.

Noi siamo abituati a posare lo sguardo su un mostro vinto e in catene, ma lì, lì si poteva vedere qualcosa di mostruoso e in libertà al tempo stesso: era terrificante

è un’altra.

Non sorprende che provochino una vertigine, un senso di scardinamento e stupore simile al mal di mare. Specie se pronunciate nel buio, sul ponte di una nave – considerata nella sua natura di fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo, fantasia, molecole d’acciaio, pistone, rabbia, guerra(,) lampo e poesia – che procede lenta sopra la marea. E specie se a pronunciarle, a volte con l’imperio marinaresco del capitano, a volte con la pacata elusione di ogni facile enfasi che conosciamo al suo proprietario, è la voce di Francesco De Gregori. Il libro che legge è Cuore di tenebra.

Emons_CuoreDiTenebra_Front_HR_ok1-300x426.jpg

Ciascuna frase, dall’attacco su un registro più alto fino a una – a volte insostenibile – caduta abissale una o due ottave sotto man mano che ci si avvicina al punto, si appoggia sulla successiva con l’agio con cui un carico di zucchero, nel silenzio incredibile della pancia di un battello fluviale, si appoggia sulla propria stessa dolcezza, al rollio e al respiro carezzante della massa acquea sotto il fondo della cambusa.

Ascolta l’inizio

Ne è seguita una conversazione che De Gregori, gentile e riservato come il Gadda di Per favore, mi lasci nell’ombra, ha voluto concedermi: potrete leggerla (o farvela leggere) venerdì, qui.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti