Il destino è analogico: se incontri Calvino per la strada non dirgli niente
Il destino è analogico: se incontri Calvino per la strada non dirgli niente
Cultura

Il destino è analogico: se incontri Calvino per la strada non dirgli niente

L’altro giorno passeggiavo per le vie del ghetto con un mio caro amico, uno che conoscendo la mia fobia dei topi ha ritenuto di dovermi raccontare che Proust si eccitava a far frustare due sorci e a sentirli squittire in …Leggi tutto

L’altro giorno passeggiavo per le vie del ghetto con un mio caro amico, uno che conoscendo la mia fobia dei topi ha ritenuto di dovermi raccontare che Proust si eccitava a far frustare due sorci e a sentirli squittire in una specie di lupanare molto particolare di Parigi che offriva di questi servizi, quando passando davanti al liceo “Renzo Levi” in via del Portico d’Ottavia mi dice che vuole raccontarmi una cosa. Un’altra. E sia.

Un giorno del 1984-’85, mi dice, prendeva tempo proprio in quella via del ghetto: doveva incontrare Beniamino Placido, per dargli, con la speranza di uno scrittore di una ventina d’anni, dei racconti, che teneva dentro una cartellina di cartone.

Ora, io so che quando mi si raccontano queste cose è per farmi dire o pensare, macerando nella rabbia del nulla attuale, quanto fosse tutto meglio prima, in quello spartiacque dopo il quale sarebbe stato ancora tutto da fare (o da disfare), quando era normale che succedessero cose, che oggi sarebbero impensabili, come prendere un treno alle 5 di mattina per portare dei racconti all’intellettuale che non a caso Nanni Moretti mise dentro la scena più odorosa di intellettualità di sinistra di tutta la sua filmografia; così, in virtù di questo, lo aspetto col fucile spianato: mai e poi mai avrei sputato sull’oggi, se non per amore dell’oggi, almeno per invidia dello ieri. Mi ci trovava.

Proprio sulle scale di quel liceo, mi racconta, nota Italo Calvino. Pardon? Sì, nota una persona che, incidentalmente, è Italo Calvino. Io, ancora nel pieno delle mie facoltà ma già con qualche crepa agli orli della mia faccia privata, rispondo con leggiadria urbana che era un po’ come salire su un aereo con una bomba ed essere dirottati. Lui ha riso, ma manco tanto, come a dire “e questo è niente”. Infatti, continua, si avvicina a Calvino, e non ha quasi parole, come è comprensibile.

Calvino è lì per una lezione di non so cosa a non so chi, e sta aspettando di entrare. Così Vito (il mio amico si chiama Vito), prende coraggio, e gli dice che anche lui è uno scrittore, che scrivere libri è quello che vorrebbe fare nella vita, eccetera. Calvino (Calvino), «incrocio di due razze taciturne» (la ligure e la sarda), affetto da una curiosità mobilissima ma avara, indica la cartellina (!!) e gli chiede: «E quelli?, sono i suoi racconti? Me li vuole dare?».

Vito, che li deve dare a Beniamino Placido, e che quindi non può darli simultaneamente a Calvino (in quei tempi analogici una giornata costituiva una simultanea continuità), né tornare in Puglia, da dove è arrivato col treno delle 5 come usava in quegli anni, prenderne una copia e tornare a Roma per tempo, né lasciare Calvino su quelle scale, da cui presto sparirà per entrare nel liceo, e andare a fare le fotocopie («Ma perché, esistevano le fotocopie allora?» ho detto io offuscata dal 100% di cattiveria nelle vene), balbetta, si strozza, dice no. No, non sono i miei racconti. Quegli stupidi fogli, quel mucchietto di materia destinata al degrado, si è frapposto con tutta la sua insensata importanza al suo – della materia – destino più fulgido. «E cosa ha lì, allora» pare che Calvino non l’abbia chiesto. Avrà pensato, magari, che tipo bizzarro fosse quel ragazzo, non fosse altro per i colori che deve aver assunto la sua faccia mentre ci parlava.

Nella voce di Vito: rimpianto, orgoglio, saputaggine, pazienza sapienziale. Nella mia: scandalo, disperazione, condanna, accenti wagneriani. Furente, ho detto che oggi certo non sarebbe successo, che sarebbe stato soccorso dalla miracolosa sostanza mnemonica di una sciocca chiavetta USB, che una memoria di pochi grammi, sia benedetta, avrebbe dischiuso incalcolabili vantaggi futuri. Che avrebbe senz’altro detto a Beniamino Placido e alla sua miopia che la chiavetta l’aveva perduta, e lui gli avrebbe dato la sua mail. D’altra parte oggi quello che conta è «il contatto visivo», no? Poi mi sono platealmente incazzata con le ferrovie, con la Cassa del Mezzogiorno, con la DC e il compromesso storico, con Fanfani e Cirino Pomicino, col Mundialito, col mondo dell’editoria com’era e com’è, con L’eclisse di Antonioni («estetizzante»), coi nani di Fellini («regressivi»), col Governo Rumor e col Perugia di Castagner.

Poi però – in contraddizione con me stessa – ho pensato a Calvino che torna a casa e infila la chiavetta nella porta USB, e in mezzo all’esattezza concreta del lavoro manuale («Io scrivo a mano. Faccio una prima stesura e poi correggo tanto, faccio tanti incisi, sempre più piccoli, così piccoli che alla fine non ci capisco più niente e debbo prendere la lente per decifrare quello che ho scritto… Scrivendo piccolo piccolo, mi illudo di superare la difficoltà, di passare come attraverso cespugli che mi sbarrano la strada», disse a Giulio Nascimbeni), apre il primo racconto di Vito (cioè, il file) e inizia a leggerlo ma nel frattempo deve rispondere a centinaia di mail di aspiranti (nel senso che ambiscono) scrittori e aspiranti (nell’altro senso) editori, così perde il filo, Calvino, perde il sentiero, e mischia il finale del racconto di Vito con l’incipit di un articolo sulle sneaker di Rihanna, e poi l’inizio di un altro racconto col finale di quello di un altro autore qualunque e con la parte centrale di una delle lezioni che avrebbe dovuto portare a Harvard senza poter fare di questo ipertesto un capolavoro di carte incrociate, e penso che avrebbe guardato la chiavetta e avrebbe pensato che vista la mole di lavoro in più che si portava a casa tutto sommato la prossima volta avrebbe fatto meglio a farsi i fatti suoi, e soprattutto penso, ma non lo dico, che se ci fosse stata quella benedetta memoria non ci sarebbe stato questo ricordo.

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