Contrazioni Gould: lo storpio, la bestia, l’atleta del limite e della perfezione
Contrazioni Gould: lo storpio, la bestia, l’atleta del limite e della perfezione
Cultura

Contrazioni Gould: lo storpio, la bestia, l’atleta del limite e della perfezione

«Appena si sedeva al pianoforte, subito Glenn si raggricciava tutto, e allora sembrava una bestia, ma a guardarlo più attentamente pareva uno storpio, e se lo si guardava ancora più attentamente appariva come quell’uomo bello e intelligente che in …Leggi tutto

«Appena si sedeva al pianoforte, subito Glenn si raggricciava tutto, e allora sembrava una bestia, ma a guardarlo più attentamente pareva uno storpio, e se lo si guardava ancora più attentamente appariva come quell’uomo bello e intelligente che in effetti era».

Così gli occhi di Thomas Bernhard – che non lo ha mai conosciuto nella realtà – vedono ne Il soccombente, scritto un anno dopo la sua morte, quel turbine di intelligenza che era Glenn Gould. Il soccombente non è Gould, e nemmeno il narratore, suo compagno di studi al Mozarteum di Salisburgo, ma Wertheimer, loro comune amico toccato dalla febbre ossessiva di Glenn – la febbre di averlo sentito suonare le Variazioni Goldberg e di esserne rimasto folgorato, incapace di muoversi, incantato a vita. È stato proprio Gould a soprannominarlo “soccombente”, facendo di sé un sole attorno cui gli altri erano pallidi satelliti e consegnando l’amico a un destino di puro riflesso, di doppio sfigurato e imperfetto, fin nella tomba.

Non si può rendere conto di chi – di cosa – fosse Gould scrivendone: la conoscenza che se ne può fare è puramente estetica; è per questo che Bernhard inventa questo espediente di avergli vissuto accanto, come Verne racconta di essere stato nel centro della terra. Basta sentire, e guardare, una cosa come questa per comprendere come ogni possibile descrizione verbale, o morale, o fisica, crolla come sconfitta da un’emergenza più reale e più forte.

«Considerava sé stesso con un misto di ironia e di serietà», ricorda il suo biografo Edward Rothstein, «sicché dava l’impressione, a volte, di essere una combinazione di showman e di sacerdote consacrato alla sua arte».

Gould ha ha anche scritto brevi saggi di cifra personalissima e idiosincratica, spesso per accompagnare specifiche incisioni discografiche in cui sarebbe stato più prevedibile che si limitasse a fornire informazioni tecniche o, al massimo, estetiche: invece queste prose sono vere volate etiche – ed eretiche – sulla questione della riproducibilità tecnica, del giudizio estetico e della società a venire, piene di una sagacia brusca, rapida e ripidissima, da autore-attore, da performer della mente e della parola. Leggere i suoi scritti, raccolti nell’84 sotto il titolo The estate of Glenn Gould e editi in Italia col titolo L’ala del turbine intelligente, equivale a inoltrarsi in un territorio di pulizia estrema, di arditezza di pensiero e di quella specie di radicalità matematica delle nature sopraffatte da un’ossessione.

Gould ridendo diceva di sé «I live by long distance», nel doppio senso di vivere distante ma anche in intercontinentale (la long-distance call è la telefonata in teleselezione): così come ammetteva solo la mediazione nella fruizione dell’opera musicale, così giudicava i contatti diretti col prossimo del tutto superflui e preferiva di gran lunga il telefono, chiamando gente anche mai vista a partire dalla mezzanotte, con la immancabile tazza di tè in mano che segnava l’inizio del lavoro notturno. Di giorno dormiva.

E quanto valore abbia l’accenno alla perfomance è dato dal fatto che Gould a soli 32 anni smise di fare concerti, dedicandosi esclusivamente alle registrazioni e filtrando la sua propria leggenda (la sedia su cui suonava che si portava da casa, i maglioni a collo alto anche d’estate, l’abitudine di cantarsi la musica per sé durante l’esecuzione) in un progressivo processo di contrazione e di rarefazione della sua arte.

Proprio intorno alla reticenza all’esibizione dal vivo («il mio rapporto preferito tra pubblico e artista è zero a uno») ha luogo uno dei pezzi più preziosi del libro, l’intervista che Glenn Gould rilascia a Glenn Gould in merito a Glenn Gould, dove tra le altre cose si legge questo “scambio” da cui si capisce che siamo nella zona delle alture mentali, e si avverte subito, al primo sguardo, un senso di vertigine da aria rarefatta:

«GLENN GOULD Supponiamo, ad esempio, che io avessi la fortuna di vivere in una città dove tutte le case fossero dipinte in grigio ferro.
glenn gould Perché grigio ferro?
G. G. Perché è il mio colore preferito.
g.g. Non è un po’ negativo come colore?
G. G. Proprio per questo motivo è il mio preferito. Dunque, mettiamo, per ipotesi, che a qualcuno saltasse in mente di dipingere la propria casa in rosso fuoco…
g.g. Turbando così la simmetria dell’ambiente urbano.
G. G. Questo sarebbe probabilmente uno dei risultati, ma lei sta affrontando il problema dal punto di vista estetico. La vera conseguenza di una simile azione sarebbe di preludere a uno scoppio di attivismo demenziale e di alimentare quasi fatalmente, visto che le altre case verrebbero dipinte in colori altrettanto sgargianti, un’atmosfera di competizione e quindi di violenza.
g.g. Lei si sarà accorto, penso, che sta cominciando a parlare come un personaggio di Orwell.
G. G.  Il mondo di Orwell non mi sembra poi tanto spaventoso. (…). Vede, questo strano amore per la libertà di movimento, di parola e via dicendo, è un fenomeno tipico dell’Occidente, e rientra nella convinzione occidentale che sia perfettamente possibile scindere la parola dall’azione. (…). Non ho mai capito perché il mondo occidentale tenga tanto alla libertà. Per quanto mi è dato di vedere, la libertà di movimento si riduce in genere alla mobilità, e la libertà di parola si risolve quasi sempre in un’aggressività verbale sanzionata dalla società».

In un’altra intervista a sé stesso (si) rivela di preferire Strauss a Beethoven, e Orlando Gibbons a tutti, e di Beethoven solo le opere meno scontate, meno beethoveniane, le meno riconoscibili e meno eseguibili, quelle che richiedevano il gesto rapido della sua mente infiammata per esprimersi.

Proprio per l’inafferabilità di questa intelligenza del limite, da rapace delle sommità capace di eliminare il difetto e di sgomberare gli ostacoli in tutto l’arco del suo volo, la biografia-fiction di Bernhard realizza più di qualsiasi testimonianza dal vero il misto di distanza e perfezione che Glenn Gould incarnava.

«Sempre e dovunque Glenn è rappresentato come uno storpio e come un debole, come l’uomo tutto spirito per eccellenza, al quale non si può attribuire altro che la deformità e con questa deformità, poiché con essa fa tutt’uno, una grande ipersensibilità, mentre Glenn in effetti era un tipo atletico, assai più forte di Wertheimer e di me messi insieme, ciò che avevamo potuto constatare una volta di più non appena egli si accinse a tagliare via con le proprie mani un frassino davanti alla finestra della sua stanza che, come lui stesso diceva, gli impediva di suonare il pianoforte. Segò da solo il frassino, che aveva un diametro di almeno mezzo metro, a noi non permise neppure di avvicinarci a quel frassino, lo segò in breve tempo in piccoli pezzi che accatastò contro il muro della casa, è il tipico uomo americano, avevo pensato allora, pensai.

Glenn aveva appena finito di segare quel frassino che a suo dire gli impediva di suonare il pianoforte quando gli venne in mente di fare una cosa semplicissima, e cioè di tirare le tende e abbassare le serrande della sua stanza. Avrei potuto risparmiarmi di segare quel frassino, così disse. Noi di frassini come quello ne seghiamo di continuo, ne seghiamo moltissimi di frassini mentali come quello, disse, e pensare che usando qualche ridicolo accorgimento potremmo benissimo evitare di segarli, così disse».

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