Carlos Monzon, l'ultimo pugno del professionista della violenza
Carlos Monzon, l'ultimo pugno del professionista della violenza
Cultura

Carlos Monzon, l'ultimo pugno del professionista della violenza

Una vita in bilico tra trionfo e tragedia. Che rivela anche il lato oscuro del pugilato degli anni Settanta

di Antonio Franchini

Come il nome di Sugar Ray Robinson porta in sé qualcosa di soffice e fruttato (per non parlare di José Mantequilla Napoles, perché sembrava che i colpi degli avversari gli scivolassero addosso come sul burro), quello di Carlos Monzon conserva un alone duro, pietroso. I due più grandi pesi medi della storia del pugilato incarnano le due facce opposte di questo sport.

Decidere quale dei due fu davvero il più grande è vana questione di gusto, indole, momento della vita, come indicare se l’agire dell’uomo nella storia sia stato rappresentato meglio da Stendhal o da Balzac, se il suo animo sia stato indagato meglio da Tolstoj o da Dostoevskij, se la sua forma ritratta con più verosimiglianza da Raffaello o da Michelangelo. Diciamo che tutti coloro che dell’avventura umana prediligono il lato oscuro, l’ineluttabilità del dramma, l’impossibilità di raddrizzare un destino segnato e amaro nonostante la grandezza e il trionfo, non possono che amare l’epilogo tragico dei grandi eroi negativi, fra i quali Monzon occupa un posto di spicco. "Ha lo sguardo da assassino. Non sa proteggersi ma non gli importa. Si difende solo con il sinistro. Le braccia sono lunghissime, è molto difficile bloccarle. E quando picchia con il destro fa davvero male". L’indio impassibile e imperscrutabile, duro come il ferro, dominatore della boxe degli anni Settanta, massacratore di Nino Benvenuti, assassino della moglie, sregolato e affamato di sesso tanto quanto sul ring sapeva essere calcolatore, cattivo, ma di una cattiveria meno eclatante, forse meno poetica di quella di Mike Tyson o di Sonny Liston, ha ispirato meno di questi ultimi due la penna degli scrittori. Eppure la parabola della sua esistenza fu altrettanto magnifica e brutale, perfino più carica di luce abbagliante e più profonda nella tenebra. Con Monzon, il professionista della violenza colmano la lacuna Dario Torromeo e Riccardo Romani, il primo raccontando la carriera sportiva di Monzon, il secondo indagando nel periodo prima malinconico poi tragico del ritiro.

Come sempre succede con i migliori lavori del genere, non è solo di un uomo che si parla, ma di un mondo. Miserabile e grandioso, forse finito per sempre, più probabilmente destinato a durare nella nostalgia e nel ricordo finché resterà qualcuno a raccontarlo.

Dario Torromeo e Riccardo Romani, Monzon, il professionista della violenza, Absolutely Free, 2012

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