Carmelo Caruso

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La reggia della monarchia è diventata il parco della repubblica. Venaria reale ce l’ha fatta dove il Quirinale non è (ancora) riuscito. Lo straordinario rudere si è infatti trasformato nella «casa degli italiani» meglio e più del palazzo che il presidente Sergio Mattarella ha svuotato di solennità e ha aperto, ma solo cinque giorni a settimana «con prenotazione vincolante» e «visite organizzate per un massimo di trenta». Nel rifugio dei Savoia oggi si aggira il Quarto Stato: 1.012.0333 visitatori nel 2016, + 71 per cento rispetto al 2015, 80 mila studenti in gita scolastica, 3000 itinerari didattici. I dati del Mibact hanno dunque registrato che le code a Torino, e a Venaria, per vedere la mostra di Brueghel e le fotografie di Steve McCurry, sono il successo imprevedibile dell’aritmetica e non solo dell’estetica, sono lo stupore dell’abbondanza dopo il silenzio dell’industria.

Venaria Reale, a dieci anni dalla riapertura, è il cadavere che scoppia di salute, ma è anche la sintesi dei beni culturali che generano ricchezza e che producono contrasti. Il 6 gennaio i 95 dipendenti di CoopCulture, la società che nel 2016 si è assicurata la gestione dei servizi, hanno proclamato lo sciopero ordalia che avrebbe dovuto rivelare la loro lotta. Nell’ultimo anno sono stati 10 gli scioperi e sempre sotto le feste.
Per la prima volta nella storia erano sanculotti alla rovescia: non volevano assaltare il palazzo ma chiudersi dentro. Lo sciopero è fallito non per la scarsa coscienza di classe ma per l’abilità degli sfidati. La CoopCulture, che già nel nome porta l’identità e lo statuto, «eravamo senza lavoro e adesso gestiamo i servizi del Colosseo» dice il presidente Giovanna Barni, non solo ha precettato i lavoratori, ma ne ha reclutato altri 12, e sembra una provocazione, per aumentare il (dis)servizio. «E non comprendo come si possa definirli crumiri. Si tratta di giovani studenti che garantiscono affidabilità e qualità. Non si sostituivano agli scioperanti ma si aggiungevano ai dipendenti». Si dice che i 12 siano stati assunti per un solo giorno e pagati con i detestati voucher proprio come fa la Cgil che li persegue ma ne dispone.

Insomma, da disoccupati rivendicavate il salario ma da imprenditori difendete il profitto? «È falso dire che abbiamo utilizzato i voucher. È vero invece che occorrono sistemi di organizzazione flessibile. Quindi contratti a chiamata come quelli che utilizziamo a Venaria Reale» dice la Barni che i musei li conosce quanto le tipologie di lavoro subordinato, sotterranei che consentono di attraversare la rigidità dei contratti.
Di sicuro la CoopCulture ha vinto uno di quei bandi che stanno cambiando i musei e l’arte come desiderava Alberto Ronchey, ex ministro della Cultura, che con la sua legge 4/93 ha introdotto per la prima volta in Italia il mercato e i bilanci, bookshop e ristoranti, accanto ai saggi poderosi e agli occhiali a goccia degli storici dell’arte.

Il bando che si è aggiudicata la CoopCulture ha cosi sancito la separazione fra il servizio di custodia, che prevede un numero di ore invariabile, dal servizio di biglietteria e didattica, che è invece variabile secondo il flusso dei visitatori. «In pratica più la cooperativa offre e inventa servizi e più guadagna e più assume» spiega il direttore della Reggia, Mario Turetta, un cinquantottenne mezzo piemontese e mezzo veneto che ha cambiato mestieri, ministeri e città: «Ho lasciato Torino per andare a Roma. E poi Roma per tornare a Torino. A Milano ho vissuto due anni. Forse adesso mi fermo a Venaria…». A volere Turetta direttore è stato il ministro Dario Franceschini che nel 2015 lo ha indicato senza procedere a una selezione, perché è lui «l’uomo giusto» hanno stabilito dal ministero, scontentando la Regione Piemonte e il suo presidente Sergio Chiamparino a cui toccava la nomina, e forse pure lo stesso Turetta: «In Italia ci si divide su come selezionare e mai su come licenziare».

E però lei non è licenziabile e raccontano che sia anche un po’ presuntuoso. «Non sono i contratti che mi rassicurano ma i risultati che mi confortano. Ho un mandato di tre anni ma ogni anno il bilancio è un esame, la Corte dei Conti è uno spauracchio costante, il gradimento dei turisti è la misura delle mie giornate». Turetta è oggi direttore del Consorzio Venaria Reale, un tavolo che rimane in equilibrio nonostante abbia cinque gambe di cui una privata. Il consorzio è composto da Mibact, Regione Piemonte, Comune di Venaria, Fondazione 1563 e dalla Compagnia San Paolo che ogni anno destina 2 milioni di euro dei 15 in bilancio.

L’enormità di spesa viene alimentata dalla Venaria stessa con i biglietti e le royalties, gestione diretta dei punti di ristoro qui affidata ad Alfredo Russo, un Vatel italiano a cui il Consorzio ha concesso gli spazi ottenendo non solo il denaro ma pure le stelle Michelin del suo ristorante “Dolce Stil Novo”. A Venaria già prima di Turetta hanno sperimentato il merchandising fantasioso e massiccio che oggi cura la convincente Isa Falsoni: occhiali, essenze al bergamotto, brocche, foulard, bicchieri, saponi, crema corpo. E poi app su iphone, biglietti unici in sinergia con le terme, con la Juventus, con Ikea, Trenitalia... «E pure i parcheggi sono di nostra proprietà, 800 posti che abbiamo realizzato. Ieri furono una spesa ma oggi sono un’entrata» spiega Matteo Fagiano, responsabile social del Consorzio, che la Venaria la allarga ogni giorno su Twitter: «Oggi siamo seguiti da 19 mila follower. Sono loro i nostri evangelisti. Non avere niente ci ha dato la possibilità di avere tutto. Quando abbiamo iniziato non si trattava di ri-aprire ma di aprire».

La Venaria è l’epica nazionale della ricostruzione e del restauro e non solo perché nel paese del non finito la Reggia è stata restituita in dieci anni, dopo essere stata saccheggiata, sventrata e adibita a caserma, ma anche per i 190 milioni di euro di fondi europei, per una volta non perduti ma spesi, per le 15 gare d’appalto indette, 800 imprese convocate, 600 persone al giorno e 300 progettisti occupati, 190 mila metri quadrati di stucchi e 9500 mq di affreschi risanati, 4800 tonnellate di pavimenti in pietra calpestabili, 1 km di balaustre che l’hanno ingentilita insieme alle lampade progettate da Gae Aulenti e dall’archistar Michele De Lucchi che la indorano.

Perfino Luigi Einaudi, presidente della Repubblica ma soprattutto economista, consigliava di vendere questa reggia agli emiri mentre il critico Federico Zeri, per disperazione, addirittura di abbatterla «perché è impossibile parlare di restauro, ormai sicura è la dissoluzione del complesso». Andrea Scaringella che cura la comunicazione della Venaria, e che sulla Reggia ha scritto libri ricchi di documenti e aneddoti, ricorda che a Venaria non solo le mura erano cadute ma perfino l’accento. Anche la grammatica si era arresa: «La chiamavano Venària invece di Venarìa».

La Reggia riemersa ha finito per smontare l’incredulità nazionale ma ha anche scatenato concorsi d’idee sulla destinazione, come sempre strampalate, e stimolato tecnici, presidenti, direttori che si sono trovati nell’insolita condizione di dover arredare anziché conservare. Venaria non possiede né una collezione permanente né quei tesori da magazzino che raccolti tutti insieme costituirebbero il vero grande museo italiano. Tutto qui è prestato e strappato dai funzionari dell’ufficio fruizione diretto da Gianbeppe Colombano, uomo che ha lavorato al Teatro Stabile di Torino e che forse per questo è allenato a spogliare e rivestire la Reggia, a programmare i cambi di scena. Nell’ultimo anno la Venaria ha inaugurato così sette mostre che qui chiamano «pacchetti».

La Reggia è continuamente corteggiata da case editrici, impresari di mostre, artisti bizzarri, agenzie di comunicazione. È un’umanità che propone eventi, spaccia emozioni, vende ricordi, scombiccherati piazzisti di colori ma anche illustrissimi e competenti uomini di sapere. «Bussano e propongono. Noi valutiamo e scegliamo le mostre che meglio si addicono alla Reggia» dice Colombano che anticipa già la protesta: «Lo so, dicono che siamo pop. Noi diciamo che abbiamo tolto la polverosità all’arte». Organizzare gli Mtv Digital Days alla Reggia, musica elettronica e luci psichedeliche, è pop o è trash? «È un investimento. Chi è venuto per ascoltare può tornare per vedere. Dopo Venaria anche la Reggia di Monza li ha ospitati» ricorda Colombano. Per lo storico dell’arte Tomaso Montanari che studia per mestiere ma polemizza per sentimento, «la Venaria si è scoperta essere un enorme scatolone da dover riempire e drogare con eventi, con quelle mostre che io chiamo blockbuster. Ancora peggio affittata».

Già con l’ex direttore Alberto Vanelli, la Reggia ha infatti iniziato quella pratica che fa infuriare i gelosi del patrimonio ma consentire la manutenzione e l’apertura dei beni artistici dopo l’impoverimento dei fondi e dei benefici statali.
Le sale della Venaria, anche la Galleria Diana con cui l’architetto Filippo Juvarra sedusse i sovrani d’Europa, vengono affittate per una sera a un costo di 12 mila euro circa: cenoni e gala, matrimoni e seminari (qui ha voluto sposarsi il tecnico del Chelsea, Antonio Conte) spot e clip, come quello del rapper Fabri Fibra che prende ispirazione dalla strada ma che a corte è venuto a esibirsi. «E mi viene da dire che dalla costituzione si è passati alla prostituzione dei nostri beni. A Venaria bisognava pensare a qualcosa di permanente, fare un centro di ricerca sulle corti barocche ad esempio. Ragionare su come offrire il patrimonio e non solo limitarsi ad affittarlo» dice Montanari che tuttavia riconosce il primato e la progressione di Torino, «sul museo Egizio mi sono ricreduto da quando si è insediato il nuovo direttore».

«E si ricrederebbe anche sulla Venaria se avesse il piacere di visitarla» replica Turetta che ha allestito il cartellone per celebrare i dieci anni dalla riapertura. «Avremo una mostra su Caravaggio, una di Peter Lindbergh fotografo del calendario Pirelli, un’altra sulla moda; omaggeremo tre grandi amici della Reggia: Dante Ferretti, Peter Greenaway e il musicista Michael Nyman che proprio qui suonerà le sue lezioni di piano».
Ma intanto affittate la Reggia a società come la Luxottica, per un mese, all’ordine degli Ingegneri, alle banche… «Ogni volta che me lo chiedono io rispondo che lo scandalo non è affittare ma non affittare. Abbiamo concesso l’uso di una parte della Reggia alla Luxottica ma durante il periodo di chiusura e ne abbiamo ricavato 300 mila euro» risponde Turetta convinto che l’arte sia l’ultima sacca rimasta dove è forte l’ideologia, il sindacalismo esasperato: «Ci sono più dogmi nell’arte che nella chiesa». Turetta parla della Reggia come una corte di piacere, fantastica sui giardini come il filosofo Francesco Bacone che in “Come tenere un giardino” (edizioni Henry Beyle) li riteneva “espressione del raffinarsi di una civiltà, di un’epoca e degli uomini”: «Il meglio del pensiero occidentale è nato a corte e c’è più Europa nelle colazioni sull’erba che nei trattati fra Stati».

Non c’è il rischio che i direttori dei musei si credano sovrani? «In Italia la normalità è immediatamente un superlativo. Il contenimento dei costi è macelleria sociale, l’affitto delle sale è svendita del patrimonio, una mostra sui gioielli è una caduta di stile, il servizio di videosorveglianza viene attaccato come fosse l’automazione delle industrie. Nessuno lo dice ma al museo del Belvedere di Vienna, dove si trova il Bacio del pittore Gustav Klimt, gli sposi possono fare chiudere la sala per alcuni minuti e farsi immortalare accanto al dipinto» dice Turetta che a Franceschini ha presentato un progetto per unire le regge sabaude finora autonome e disperse: Racconigi, Stupinigi, Castello d’Agliè, Rivoli. Turetta le vuole aggrappare a Venaria così come lo stesso municipio, 35 mila abitanti, si è aggrappato alla Reggia.

Il comune sta superando e rimuovendo il suo «secolo breve» che aveva alimentato gli interessi dei giudici anziché degli storici. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa aveva confidato nella sua ultima intervista a Giorgio Bocca che a Venaria la mafia aveva replicato, in scala, Corleone: «Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino…».
Di certo Venaria è cambiata, i bed and breakfast sono 10, i collegamenti potenziati, il costo di un metro quadrato, in prossimità della Reggia, è passato da 150 euro a 3000. Anche politicamente è mutata. Collegio elettorale dell’ex sindaco di Torino, Piero Fassino, Venaria ha votato nel 2015 Roberto Falcone del M5S, eleggendolo con il 70 per cento al ballottaggio. La Reggia, che tutto rimescola, ha capovolto anche il M5S che in Piemonte, e a Torino, si sa parla la lingua dell’amministrazione e non della provocazione.

Per Falcone non è uno scandalo dire che «il privato è meglio del pubblico e che affittare le sale non mi piace ma a volte è pure giusto» ragiona il sindaco in piazza. La Reggia restaurata, così come l’architettura soltanto riesce, ha ridisegnato i ricordi, modificato la memoria. Per gli abitanti la Reggia è tornata a essere quella «vecchia zitella immemorabile» che cantava il poeta delle piccole cose Guido Gozzano, vicinissima e nello stesso tempo lontanissima come nel ‘700, forse perché, come spiega Falcone, «eravamo abituati a possederla con le erbacce e lasciarla abitare ai senza tetto. Del resto solo tra le macerie si realizza la comunione perfetta».
Se non fosse stata restaurata forse oggi ci porterebbero gli immigrati. «Lo credo pure io…» concorda Falcone. E invece dopo averle tolto la buccia, la Reggia è oggi la polpa e il condominio delle virtuose contraddizioni italiane che separano ma migliorano: sciopero contro servizio, pubblico contro privato, tutela contro valorizzazione, artisti contro eruditi, Torino contro Roma, famiglia reale contro rottamatori. Sotto i baffi di Vittorio Emanuele II è qui che si ricompie l’unità.

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