«Allontanato per forza e con la più grande crudeltà da ogni contatto con gli uomini la società»: K, fanciullo d’Europa
«Allontanato per forza e con la più grande crudeltà da ogni contatto con gli uomini la società»: K, fanciullo d’Europa
Cultura

«Allontanato per forza e con la più grande crudeltà da ogni contatto con gli uomini la società»: K, fanciullo d’Europa

Per Paolo Zanotti È quasi impossibile leggere un diario di un autore dell’800 senza trovarvi il riferimento al fatto di attualità più appassionante d’Europa, e cioè che nel 1828 era “giunto” a Norimberga, destando grande curiosità, un «ragazzo …Leggi tutto

Per Paolo Zanotti

È quasi impossibile leggere un diario di un autore dell’800 senza trovarvi il riferimento al fatto di attualità più appassionante d’Europa, e cioè che nel 1828 era “giunto” a Norimberga, destando grande curiosità, un «ragazzo di 15-17 anni di origine misteriosa», assolutamente incapace di esprimersi (alcune versioni riferiscono che ripeteva in continuazione solo una frase: “voglio essere un soldato come lo era mio padre»), il cui stato fisico e psichico faceva pensare a una lunga segregazione. Sapeva scrivere il proprio nome: Kaspar Hauser. Alcune cronache riportano che «presentava una certa somiglianza con la famiglia ducale dei Baden», che nel 1813 aveva subito la perdita di due principini (addirittura un rapporto recita: «Dato lo stato attuale delle ricerche scientifiche, è illogico non riconoscere che Kaspar Hauser, nato a Karlsruhe il 29 settembre 1812, giorno di S. Michele, figlio del Granduca Karl, allora al potere, e della sua sposa Stephanie de  Beauhamais, figlia adottiva di Napoleone, fosse l’erede al trono della Casa Zàhringen»).

Sfuggito a un attentato – qualcuno dalle scale l’aveva fatto precipitare in cantina dove fu ritrovano svenuto – cinque anni dopo, il 14 dicembre del 1833, Kaspar fu attirato nel parco di Ansbach, con la promessa che avrebbe ricevuto importanti rivelazioni sulla sua storia: morì pugnalato da mano ignota. Pare, e chi siamo noi per non crederci, che prima di morire abbia detto «il mostro è divenuto troppo grande per me».

Ad ogni modo, è comprensibile perché un letterato o un intellettuale si sentisse sedotto dalla storia del «fanciullo d’Europa», dotato di un vocabolario di sole 50 parole, che digeriva solo pane nero e beveva solo acqua e si comportava come se fosse vissuto sempre in segregazione («nelle sue ossa, egli portava l’impronta materializzata della sua prigionia», si legge nella “biografia ufficiale“): «né folle né ritardato», ma evidentemente «allontanato per forza e con la più grande crudeltà da ogni contatto con gli uomini la società», come recita una relazione medica dell’epoca, assurse a figura allegorica dello spaesamento e dell’inciviltà dell’uomo contemporaneo, pre-freudiano, pre-bellico e diventò protagonista di numerose opere letterarie.

La relazione del Prof. Daumer, suo padre adottivo e precettore, cui tutti da un certo momento in poi ebbero accesso, è d’altra parte di una bellezza inedita che non poteva non conquistare uno scrittore: «Ogni parola detta ad alta voce, ogni accordo di pianoforte, lo facevano soffrire agli orecchi; alcune parole lette o scritte, tutto ciò che vedeva di nero o di bianco, gli faceva male agli occhi. Quando teneva un oggetto, la sua mano tremava come quella di un vecchio. Il minimo sforzo di pensiero aggravava il suo stato morboso ed egli cominciò a rimettersi solo dopo otto giorni circa. Una mano posata con dolcezza su di lui gli fa l’effetto di un colpo. Quando cammina per un po’ contro vento, si arrossa. Quando i suoi sensi vengono eccitati, quando fa uno sforzo, si concentra e riflette, il suo viso, la bocca, soprattutto anche il suo braccio sinistro, sono animati da movimenti convulsivi verso sinistra. Mangiare carne gli dà accessi di febbre, l’acidità delle piante lo irrita sensibilmente, il gusto dolce gli ripugna, i condimenti e le spezie provocano in lui delle reazioni spaventose. Discosto da me di 125 passi, la schiena girata, egli sente che tendo la mano verso di lui. Dà prova dello stesso genere di sensibilità riguardo ai metalli, sente e distingue poi la forza della corrente di metalli che ho nascosto nella carta, senza che lo sappia o che l’abbia visto.».

Era a conoscenza dei più dotti, poi, la relazione del criminologo Anselm von Feuerbach, presidente della Corte d’appello di Ansbach, secondo la quale «Kaspar aveva decorato i muri della sua stanza con immagini dipinte, doni di numerosi visitatori. Le rincollava ogni mattina con la saliva che all’epoca era vischiosa come l’argilla (così vischiosa che, quando quelle immagini si scollarono, certe parti rimasero incollate al muro o pezzetti d’intonaco rimasero incollati alla carta), le levava al crepuscolo e se le metteva vicino».

Aveva «orrore del minimo pezzetto di carta per terra»; notava «la minima macchia, la minima polvere sui suoi vestiti su quelli degli altri». Gli abitanti di Norimberga lo avevano provvisto di tutto il necessario ed anche di molte cose superflue, «marsine alla moda, gilets» ecc. così che «quando va a passeggiare ha l’aria di un piccolo signore».

Ma un conto furono quegli autori e artisti che rimasero affascinati da questa figura di fuorilegge naturale, misto di candore e delitto misterico, al punto da dedicargli le loro opere [Paul Verlaine (Gaspard Hauser chante), Otto Haendler (Kaspar Hauser spricht), Wolf Biermann (Kaspar Hauser singt), Georg Trakl (Kaspar Hauser Lied), Jakob Wassermann (Caspar Hauser oder die Tragheit des Herzens), fino ad Werner Herzog e al suo film del ’75]; un altro conto furono invece quelli che ebbero la debolezza individuale e la forza storica di sentirsi fratelli nel destino di questo ragazzino rifiutato dai genitori, apparso dal nulla nel mondo che poi lo uccide, di incarnare nella vita e nella scrittura «l’allontanamento crudele dalla società e dagli uomini», il suo spaesamento irrimediabile e quella specie di allergia al mondo e ai suoi venti per infantile – o peggio congenita – prigionia. Per quanto ne so, ce ne fu uno solo.

Riferisce Gustav Janouch nei suoi Colloqui con Kafka (che conobbe nel 1920, quando lui aveva 17 anni e Kafka 37) che un giorno, nel mezzo di un discorso sul teatro ebraico, Kafka disse: «io vorrei correre da quei poveri ebrei del ghetto, baciar loro la veste e non dir nulla, assolutamente nulla. Sarei  pienamente felice se tollerassero in silenzio la mia presenza». «Tanto solo si sente?», domandò Janouch. Kafka accennò di sì. «Come Kaspar Hauser?», osservò Janouch. Kafka si mise a ridere: «Molto peggio di Kaspar Hauser. Mi sento solo… Come Franz Kafka».

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