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Tecnologia

Così Uber ci ha cambiato la vita

Sei storie, dalle periferie di Parigi fino a Milano, Roma e Torino. Per raccontare come il riscatto può passare anche da una app

da Parigi

Il ragazzo d'origine algerina cresciuto nel palazzone della banlieue, tra intonaco scrostato, droga a mezzogiorno e abiti gocciolanti ammassati fuori dalle finestre. L'ex operaio che non riusciva a pagare l'affitto e l'ex assicuratore che non riusciva a trovare il tempo di vivere. Storie periferiche, prospettive interrotte. Con una soluzione comune: un'applicazione, un'automobile, una vita da autista a tempo pieno. Guadagni maggiori, ripartenze.

Con dinamiche più o meno snelle, Uber può cambiare la vita, come raccontano queste sei testimonianze. Tre francesi, tre italiane. Oltralpe, quelle di Nadir Boughazi, Christophe Lorente e David Attia. A Milano, Roma e Torino, di tre autisti che hanno chiesto di non pubblicare il loro vero nome. È evidente che nella strada verso la tolleranza, persino la Parigi delle periferie inquiete e discriminate ha da insegnarci qualcosa.

Nadir, 23 anni

Mentre parla nel suo francese perfetto, Nadir si picchietta il cuore, lasciando scorgere un prezioso orologio sotto la manica della camicia color latte. Fin troppo magro, capelli tirati all’indietro dal gel, insiste per guidare fin davanti al palazzone in piena banlieue dov’è cresciuto, dove spesso tornava gonfio di delusione: «Ho un diploma da perito tecnico, ho mandato curriculum ovunque, solo due volte mi hanno chiamato per un colloquio. Non mi hanno mai preso. Mi guardavano come se avessi un marchio stampato in fronte» racconta mentre saluta gli amici di una vita che gli ciondolano intorno. La periferia parigina è garanzia di diffidenze, soffoca le ambizioni, sbarra le strade. Essere d’origine algerina come Nadir, complica le cose: «Mi ero rassegnato ai lavoretti saltuari, a restare senza futuro. Non andavo oltre i 500 euro al mese. Poi un amico mi ha parlato di Uber, ho deciso di provare, ora guadagno il triplo. Dipendo da me stesso, non dai pregiudizi degli altri».

Christophe, 41 anni

La sua sembra la storia di un reduce, da un incubo più che da una battaglia. Cristophe guadagnava bene, però era povero di tempo: «Facevo l’assicuratore, venivo perseguitato dalle chiamate dell’ufficio anche quando ero in vacanza, persino in piena notte, perché lavoravo con ogni fuso orario. La pressione mi stava schiacciando, non ne potevo più». Dopo 13 anni d’assedio, Uber diventa la sua fuga: «Non devo cercare i clienti, sono loro a trovare me» spiega nel suo completo scuro spezzato da una cravatta rossa, tra un incrocio e l’altro del traffico schizofrenico di Parigi. «Non è stato difficile» aggiunge «perché già guidavo a lungo prima, solo che adesso ogni chilometro ha un valore. È stata un’opportunità inattesa. Mi sto godendo i miei due gemelli. Sono cresciuti, hanno già 12 anni, però sono sicuro che non è troppo tardi». Una conquista, a volte, ha il gusto della normalità.

David, 35 anni

Il riscatto si misura anche con un contratto d’affitto: «Abitavo in periferia, pagavo 300 euro al mese. Ora posso permettermi una casa qui a Parigi, ne spendo 1.200». David, nato in Egitto e arrivato in Francia nel 2000, divide la sua vita in due tronconi: uno prima di Uber, l’altro dopo. Il primo, disperato: «Ero depresso» ammette «mi sono improvvisato imbianchino, operaio, metronotte. Non potevo permettermi nemmeno le ricariche del telefono. La mia ragazza, estetista, pagava i conti per tutti e due. L’imbarazzo era gigantesco, trovare lavoro un’ossessione: mai una volta che mi sentissi realizzato». Finché, un anno fa, si affranca dai suoi demoni grazie all’applicazione che lo rende autista a tempo pieno. Oggi questo ragazzone massiccio è un manifesto del buonumore: «Prima lasciavo i miei vestiti in magazzini gelidi, a fine giornata erano duri come il piombo. Io stesso ero pieno di polvere e rabbia. Ora vado in giro pulito, rasato, profumato. Già questo è un enorme privilegio».

Alessio, 52 anni

«Hanno minacciato di bruciarmi la macchina, di picchiarmi. Non mi fanno paura, io lotto per il pane. I tassisti possono ferirmi, sarebbe comunque niente: se smettessi di lavorare, i creditori mi leverebbero tutto». Alessio, milanese, racconta senza enfasi il rapporto turbolento con i suoi ex colleghi. Per dieci anni ha guidato un’auto bianca, poi ha aperto un’agenzia immobiliare. Guadagnava bene, assumeva dipendenti, finché la crisi l’ha schiacciato: «A 45 anni mi sono ritrovato senza soldi. Con le bollette che si accumulavano, indietro con le rate. A stento riuscivo a dare da mangiare a mio figlio». Fino allo spiraglio di luce, al recupero della dignità: tornare al volante, stavolta alle dipendenze di una banca. Di nuovo, però, il precipizio: anche l’istituto di credito per cui lavora lo lascia a piedi. Lo salva una società partner di Uber, che ha vari dipendenti e a ognuno garantisce uno stipendio di circa 2.500 euro mensili. Ossigeno: «Il peggio» sospira Alessio «è lontano».

Andrea, 30 anni

Come sempre, il colpo di fulmine scatta per caso: nel 2014 Uber lancia in Italia il servizio Pop che consente a chiunque di trasportare passeggeri a pagamento; Andrea, grafico torinese con laurea in design e master in marketing, prova a improvvisarsi autista e scopre una passione: «Ho capito che mi piace portare in giro gli sconosciuti, ascoltarne le storie. Mi diverte, mi rilassa» racconta. È un passatempo che dura finché il tribunale di Milano, nel maggio del 2015, decide di sospendere il servizio per concorrenza sleale verso tassisti e dintorni. Per guadagnare con Uber, da allora, occorre essere conducenti professionisti. Per Andrea è una sorpresa triste ma anche una scossa: con l’aiuto dei genitori compra una licenza, affronta le lungaggini della burocrazia italiana, trasforma la passione in un lavoro a tempo pieno. «Guardare il paesaggio da un cruscotto» dice «è meglio che essere inchiodato davanti a un computer. Ognuno la sua storia la scrive da solo. Io ho riscritto la mia».

Ludovico, 49 anni

«Vivo da precario da quando sono nato. Sono stato idraulico, ho lavorato in impianti industriali sperduti all’estero, per un po’ come venditore d’auto usate. Il posto fisso non fa per me. L’incertezza mi affascina» ragiona Ludovico al volante della sua Mercedes Classe E, mentre con la mano destra tortura i capelli lunghi e brizzolati. Lucano, è a Roma da otto anni dove si è sposato. Costretto a reinventarsi tante volte, entra alle dipendenze di una cooperativa di Ncc, le vetture a noleggio con conducente, ma si sente a disagio nell’ennesima metamorfosi: «Turni sfiancanti, fino a 15 ore al giorno, per 6 euro l’ora» sintetizza. «Sapevo quando uscivo di casa, mai quando sarei tornato» aggiunge. Poi, ecco Uber: «In media faccio 700 euro a settimana, se ho fame posso pranzare, basta spegnere l’applicazione. E la sera ceno con mia moglie». Durerà? «Non lo so, non me lo chiedo» risponde: «Il cambiamento spaventa chi non l’ha mai vissuto».

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