Claudio Trionfera

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Il vecchio sterminato Robert Altman aveva decretato, in California Poker, che il gioco in sé è più appagante della vittoria. Nella fumogena, ricca e granulosa vita di provincia raccontata ne Il vincente (in sala dal 1° settembre) Luca Magri, all’esordio in regia, sostiene il contrario. Insomma siamo agli antipodi in tutto. Dalla fama dell’autore alla sostanza delle cose.

Eppure questo piccolo film italiano, girato con un budget minuscolo e ambientato in una Parma apparentemente poco virtuosa, ha uno spirito vitale e una sua speciale energia narrativa nel pedinamento del protagonista Antonio (interpretato dallo stesso Magri, anche sceneggiatore) da un tavolo all’altro, da una bisca all’altra. Naturalmente è lui il vincente del titolo. Convinto di esserlo prima ancora di dimostrarlo. Il fatto è che, a forza di crederci, vince davvero. In modo pulito o barando, spalleggiato da una combriccola in costante attività, qualche volta riunita per giocare tutta la notte, qualche altra volta per spennare il pollo di turno. Con contorno di prostitute e bottiglie d’alcol.

Storia d’amore con trappola

Antonio è un classico figlio di papà. Che all’impresa di famiglia preferisce il professionismo delle carte e un’aspirazione da broker. Per questo suo padre smette di parlargli  abbandonandolo a se stesso. Gli parla, invece, eccome, la giovane Dalia (Maria Celeste Sellitto), gallerista romana enigmatica ma non troppo, con la quale intreccia una storia d’amore sincera: che sarebbe bella, appassionata e idillica se anche lei non fosse rapita dal dèmone del gioco lungo il rovinoso pendio delle slot-machines. Percorso simile a quello della droga: difficile rialzarsi per entrambi, specie quando la fortuna comincia a voltare loro le spalle. Il tonfo più disastroso, anche sentimentale, è dietro l’angolo. Ma toccare il fondo, a volte, dà la forza per ricominciare.

Due volti di una stessa deriva

In questo mondo di gioco e di giocatori la regia si muove e si esibisce con impronta cinèfila, in un bianco e nero evocativo, ricco di sfumature e di contrasti. Una precisa scelta stilistica che, escludendo in partenza il colore, sembra condensarsi sulla natura dei due personaggi principali (gli altri fanno soprattutto cornice) e sulle loro devianze. Non senza mettere a confronto, come in una sorta di sottotesto, la natura intellettiva, se si vuole “romantica” e manuale del poker consumato alle carte e quella tutta meccanica, inerte e ripetitiva delle slot: che, con diversi approdi ma uguale negatività, rappresentano i volti di una deriva nevrotica.

Un campionario di genere

C’è tutto un campionario di genere che scorre sotto il film. Senza citazioni di superficie, a parte lo Steve McQueen di Cincinnati Kid evocato per una delle innumerevoli “sfide” del protagonista, ma con un respiro che attraversa il racconto offrendolo, per così dire, ad una serie di inevitabili micro-associazioni. Un certo cinema del passato è là, sembra dire Magri – che da attore se la cava anche bene – non c’è da aggiungere altro se non utilizzarlo come ulteriore elaborazione creativa. Le citazioni per immagini arrivano piuttosto da altri versanti, come la scena de L’innocente viscontiano con Laura Antonelli e Giancarlo Giannini che scorre su un teleschermo o un poster di Metropolis in casa di Antonio.

Esordio incoraggiante

E via così. Fantasmi aleggianti e angoscia montante nel fumo delle sigarette o in fondo ai bicchieri di whisky nei tratti narrativi, visuali e formali che sembrano rimandare, fatte le ovvie proporzioni, ora a Germi, ora alla Nouvelle Vague, ora ad Antonioni. Un cinema maculato, tra ellissi temporali strette e azioni spezzate in un montaggio che alterna stasi e istantanee diversificando continuamente il ritmo del racconto. Un bel vedere insomma. In una esibizione di sapere cinematografico e di tecniche che, così svelata, potrebbe anche essere un  un limite del film. L’esordio di questo autore, però, incoraggia e fa pensare ad una ispirazione adulta e consapevole dei propri mezzi, sempre meglio se usati con leggerezza.

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