Claudio Trionfera

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La strana storia della Luna. Che esercita attrazione sulla Terra e al tempo stesso se ne allontana, poco meno di quattro centimetri l’anno, ma inesorabilmente. Che c’entra con Dei, il film di Cosimo Terlizzi (nelle sale dal 21 giugno, durata 90’) che al suo mondo d’arte audiovisiva aggiunge adesso quella del cinema? C’entra eccome. Intanto perché Terlizzi, da poeta dell’immagine, guarda alla Luna come ispiratrice prossima e costruisce, certo non a caso, il dialogo di una scena su questa – apparentemente – contradditoria evoluzione astronomica; poi perché nel gioco di attrazione/distacco, dunque nella sua dilatazione sul piano assoluto dei contrasti, compone il motivo guida del suo racconto intensamente drammatico, aspro e severo, a volte un po’ artificioso e irresoluto nelle sue molte diramazioni ma felice sintomo di un cinema fuori steccato.

Un padre collezionista seriale di lavatrici rottamate

Della storia – produttivamente affiancata da Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Viola Prestieri -  è protagonista Martino (Luigi Catani), giovane in terra di Puglia che vive in campagna coi genitori, la protettiva madre Anna (Carla De Girolamo), il ruvido padre Nicola (Fausto Morciano), collezionista seriale e formidabile di lavatrici rottamate che smonta per rivenderne il ferro. Gente non proprio agiata, si capisce, che tira avanti alla meglio e contempla, davanti a casa, l’unica potenziale ricchezza famiglia, un ulivo monumentale, probabilmente uno dei pochi, se non il solo, a salvarsi dall’epidemia di Xylella che imperversa sulle piantagioni della zona e di tutta la regione.

In un ambiente di vizi e discutibili virtù

Martino non sta soltanto in campagna. Anzi scappa appena può a Bari con l’amica Valentina (Angela Curri) per frequentare l’università. A sbafo perché non ha i soldi per pagarsela. Anzi vorrebbe che suo padre vendesse l’ulivo per trovarli e consentirgli di studiare. Oggi la risposta è no, domani chissà. Intanto, però, proprio all’università  il ragazzo conosce Laura (Martina Catalfamo), una studentessa della Bari-bene che lo introduce in un gruppo di suoi amici – Ettore (Andrea Arcangeli), Louis (Matthieu Dessertine), Andrej (Andrea Piccirillo) - appartenenti ad un ambiente per lui inesplorato: quello un po’ snob e facoltoso, anche con i suoi vizi e le sue spesso discutibili virtù.

Quel nuovo “vedere” dalla prospettiva di un attico

Per il giovane protagonista, che per la priva volta, in casa dei nuovi compagni visti come dèi, sale su un attico di un palazzo e vede il mondo dall’alto, è una svolta destinata a cambiargli, non si sa bene se in meglio o in peggio, la vita. Avviandolo ad un futuro “altro” che Terlizzi non ha molto interesse a qualificare se non nella misura degli attriti dominanti il racconto, dunque nella loro valenza stilistica prima ancora che negli esiti effettivi.

Perché ogni passaggio del film, dalla matrice spesso simbolica, è governato da un sistema di contrapposizioni che, anziché tendere al conflitto, sembrano avviarsi alla ricerca della consonanza, anche visiva nella fotografia di Federico Annichiarico che fissa snodi risolutivi con la palpitazione della macchina in spalla, l’incertezza dell’immagine “sporca” accanto alla concretezza disturbata della presa diretta, anzi direttissima.

Impianto cinematografico tra sintesi e convergenze

Il terrestre e il lunare nell’attrazione/ripulsa, l’apollineo e il dionisiaco, l’antitetica sensazione del mondo osservato dall’alto e dal basso, l’ulivo secolare tra conservazione ed evoluzione, la realtà e il sogno, le classi sociali agli antipodi, la campagna e la città. Il film, acerbo ma stimolante, corre su questo binario e su un impianto di prospettive diverse alla ricerca di una sintesi e di una convergenza che sembrano davvero aderire all’ispirazione di un regista il quale, prima ancora di essere tale, è artista dell’immagine intesa come analisi, esplorazione e intercettazione di proporzioni ed armonie plastiche. Ottenute, naturalmente, attraverso il contrasto.


Voto: 3/5
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