Una piccola impresa meridionale, Rocco Papaleo e tanta (troppa) buona volontà

L'attore e regista lucano dà vita a una commedia colorata dalle nobilissime intenzioni, dove il colore però straborda

Simona Santoni

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Rocco Papaleo mi piace. Trovo la sua comicità quasi svogliata davvero spassosa e acuta. L'attore lucano ha un modo di fare un po' stanco, sembra che lasci andare le battute con noncuranza e con voce trascinata, ma intanto assesta stilettate senza fronzoli, di secchezza gustosa. 

Il suo esordio alla regia Basilicata coast to coast mi ha conquistata senza mezze misure: la freschezza picaresca del suo road-movie a piedi, in compagnia di un carretto trainato da un cavallo bianco, ha avuto il potere di farmi passar sopra a ogni perplessità (tipo la prova un po' fuori dal coro di Giovanna Mezzogiorno). Mi ha completamente avvinta.

Per questo mi sono avvicinata al suo secondo film da regista-attore, Una piccola impresa meridionale (dal 17 ottobre al cinema), con liete aspettative e predisponendo il gusto alla migliore capacità di accoglienza. Con la sincerità e la ritrosia con cui si confessa un tradimento, devo però rivelare che la nuova commedia di Papaleo non ha centrato il cuore. Gronda di buonissime intenzioni e di immagini frizzanti, ne è piena e traboccante... tanto da venirne sopraffatta. 

L'ex spalla di Morandi del Festival di Sanremo 2012 interpreta un prete, anzi, un ex prete. Si chiama Costantino e si è spretato a causa di una donna, che però preferiva il prete all'uomo. Solo e senza tonaca ritorna al suo paesino del sud, presumibilmente situato tra Puglia e Basilicata. Per sua madre Stella (Giuliana Lojodice), tutt'altra che comprensiva, è uno scandalo troppo duro da affrontare, che va per di più ad aggiungersi a quello dell'altra figlia ingrata, Rosa Maria (Claudia Potenza), che ha lasciato il marito Arturo (Riccardo Scamarcio) per chissà chi. Per evitare che il paese sappia, Costantino viene tenuto lontano, nel vecchio faro in disuso. Qui troveranno poi riparo anche il cognato "cornuto", pianista che odia esibirsi in pubblico, e un'avvenente prostituta dell'Est in pensione (Barbora Bobulova), sorella di Valbona (Sarah Felberbaum), la donna delle pulizie di mamma Stella. Per riparare il tetto del faro sarà chiamata un'improbabile impresa edile composta da un padre separato (Giovanni Esposito) con figlia (Mela Esposito) al seguito e da un ex circense aspirante stuntman che ama farsi chiamare Jennifer (Giampiero Schiano). Come se non bastasse, sbucherà all'improvviso anche la sorella fedifraga e un inatteso amore lesbico...

Ci sono tanti tantissimi colori nella tavolozza di Papaleo, che nella prima metà della narrazione riesce a giostrare con abilità, senza ridondanze, pennellando momenti degni delle più genuine risate. L'ironia sorniona di Papaleo è dosata con cura e quando fuoriesce è una gioia per il buonumore. Nella seconda metà, però, il colore straborda, il buon Rocco si fa prendere la mano e si imbratta, si perde in morali da tirare e storie da chiudere con immancabile lieto fine. 

Manca probabilmente un tocco surreale per rendere fluido e godibile il circo umano che mette in scena. Il suo ritratto di diversità è encomiabile nei propositi, ma poco armonico e credibile. La stonatura tocca forse il punto più stridente sul finale, nella scena del matrimonio lesbico con concertino di Arturo & co di sottofondo. Il non più prete Costantino unisce le due amanti in nozze, "per tutto il tempo in cui il tuo amore sarà sincero": una bella frase, che per certi versi dà anche il benestare intrinseco al divorzio. E poi aggiunge "vi dichiaro unite come persona e persona": qui la buonissima volontà di sostenere i diritti omosessuali si fa davvero troppo retorica.

Una piccola impresa meridionale diventa un inno d'amore alla diversità sotto ogni accezione, un invito ad accettare ogni piega dell'animo umano senza giudizio, e intanto anche un modello di sud "diverso", che proprio nell'accoglienza trova la strada per farcela. Ha tanta tantissima buona volontà ma...

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