Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato: spettacolo visivo ma poco di "inaspettato"

Magnificente a livello di immagini grazie (o nonostante) al nuovo 3D, la narrazione è inevitabilmente più semplice de "Il Signore degli Anelli". Peter Jackson compie comunque il suo inno d'amore al mondo tolkeniano

Martin Freeman in "Lo Hobbit" (Warner Bros. Entertainment Inc. and Metro-Goldwyn-Mayer Pictures)

Simona Santoni

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L'attesa è finita. Dopo circa un decennio torna il favoloso mondo della Terra di mezzo con Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato (dal 13 dicembre nelle sale italiane), primo episodio di una nuova trilogia prequel che ci porta 60 anni prima delle avventure di Frodo e compagni.

Per un po' è sembrato che questa volta Peter Jackson non fosse del progetto, prima tenuto lontano dalla New Line Cinema a cui il regista aveva fatto causa per la ripartizione dei guadagli de La Compagnia dell'Anello, poi coinvolto ma solo come produttore e sceneggiatore, infine, per la rinuncia di Guillermo del Toro a causa del prolungarsi dell'inizio delle riprese, pur dopo lunghe ritrosie, è ancora lui a dirigere, per la gioia dei fan. Inutile, il destino non poteva tenerlo lontano da hobbit, nani, goblin, troll, orchi, mannari...

Occorre però subito anteporre un'avvertenza alla visione per chi si aspetta di essere di nuovo catapultato in una storia di profonda intensità e di alta spettacolarità visiva. Lo Hobbit non è Il Signore degli Anelli: chi ha letto i libri lo sa già, e non solo per la mole assai ridotta del primo nel confronto col secondo (o meglio, i tre tomi del secondo). Lo Hobbit nasce infatti come "favola" per la buona notte scritta da John Ronald Reuel Tolkien per i suoi bambini. La trama quindi è molto meno complessa e più lineare, con pochi intrecci narrativi. Da qui anche la critica dei detrattori: perché ricavarne ben tre film? per marketing?
E non solo tre film, aggiungo io, ma persino tre film di lunghissima durata se si pensa che Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato è di ben 173 minuti. Ma non preoccupatevi: a onor di Jackson, si tratta di 173 minuti che scorrono senza pesantezza, veloci, anche se certo non come in un sogno (o un incubo) a occhi aperti, come ne Il Signore degli Anelli.
Nessuna illusione: non è possibile qui trovare lo stesso trasporto e l'entusiasmo di coinvolgimento della precedente trilogia. Rispetto al libro di Lo Hobbit vi imbatterete però in personaggi che non vi aspettereste di trovare e in un numero maggiore di dettagli del mondo tolkeniano tratti dalle note che lo stesso Tolkien aveva scritto in appendice a Il Signore degli Anelli per spiegare meglio ed estendere la mitologia nata in Lo Hobbit.

Per quanto riguarda la spettacolarità visiva, invece, sarete accontentati. Ecco paesaggi sterminati di verdi struggenti, fortezze scavate nelle rocce e collegate da geometrie di ponti sospesi, orizzonti di montagne imponenti, battaglie tra maestosi uomini di pietra... La Terra di mezzo è florida e rigogliosa, ancora non minacciata da forze oscure incombenti, anche se il Boscoverde dove si è rifugiato il mago Radagast il Bruno (Sylvester McCoy) sta per trasformarsi nel Bosco Atro.
Jackson ha scelto di utilizzare, per la prima volta per un lungometraggio, la nuova tecnologia HFR 3D (un 3D ad alta frequenza di fotogrammi), registrando più informazioni e girando a 48 fotogrammi al secondo. Il risultato? A me ha fatto spesso effetto disturbante, non per mal di testa o nausea, no no. Più che altro perché la sensazione che l'HFR 3D restituisce è di un realismo eccessivo, nei contorni dei visi dei tredici nani protagonisti, nelle cicatrici addosso all'affascinante quanto spietato orco pallido Azog (interpretato da Manu Bennett), nelle fiamme sputate dal terribile drago Smaug... Così iperreale da non sembrare vero, da distrarre e impedire il soave smarrimento tra la magnificenza naturale della Nuova Zelanda set naturale e dei tantissimi e altrettanto stupendi set costruiti: i tre film su Lo Hobbit sono stati girati contemporaneamente, con la costruzione di quasi cento set e la realizzazione di centinaia tra costumi, parrucche, protesi, arredo scenico e armi.

L'HFR 3D comunque non impedisce alla fotografia di Andrew Lesine di essere di una brillantezza sgargiante e gli effetti visivi della Weta Digital ancora una volta non deludono, sorprendendo soprattutto nella battaglia nella pancia della montagna, regno dei goblin. E qui, nelle profondità umide della montagna, ritroviamo il personaggio più amato de Il Signore degli anelli: riecco Gollum, ancora una volta mosso dall'attore feticcio della motion capture performance Andy Serkis.
Gollum compare un po' più giovane, con qualche dente in più: è sempre dibattuto e duplice, tra fragilità e temibilità, ma è un po' più ardito, ha dimenticato quanto sia delicato. Ha con sé il suo "tessorro", il famoso anello che darà il via alla successiva epopea. Ed è in questo luogo buio e angusto che avviene la scena madre di ogni conseguenza futura: Bilbo Baggins, lo zio di Frodo, hobbit comodo e pacioso che Gandalf ha strappato dalla sua serena e oziosa quotidianità, incontra Gollum e l'anello.

Martin Freeman è impeccabile come Bilbo Baggins giovane, hobbit tutt'altro che avventuroso che scoprirà invece di aver un lato eroico mai conosciuto prima. E ovviamente è della solita monumentalità Ian McKellen, sua signoria Gandalf il Grigio. Emerge anche il re dei nani, Thorin Scudodiquercia, ovvero Richard Armitage, che guida il suo esercito di dodici nani più un hobbit e uno stregone alla riconquista della sua terra perduta, Erebor. E poi, accanto alla selva di nani dai nomi assurdi, Kili, Firi, Ori, Nori, Oin, Bifur, Bofur, e compagnia bella, ecco che ritroviamo anche la splendida elfa Galadriel del Consiglio Bianco, l'enigmatica e lucente Cate Blanchett.

In un continuo susseguirsi di pericoli e battaglie, frenetico e incessante, Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato si chiude quando in pratica ancora poco niente nella narrazione si è svolto e poco di "inaspettato" rispetto a Il Signore degli Anelli si è visto. Però ormai Thorin Scudodiquercia ha capito che può fidarsi e contare su Bilbo Baggins. I presupposti per il proseguo sono creati. E Peter Jackson, come i suoi colleghi di sceneggiatura tolkeniani convinti Philippa Boyens e Fran Walsh, hanno di nuovo innalzato il loro inno d'amore al mondo tolkeniano.

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