Groviglio magico
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Groviglio magico

"Merendare" in macchina e riempirla di briciole, portarla a lavare, disfare un berretto, snodare un groviglio, accettare o volere? Senso di colpa come un abbraccio ad occhi aperti: da vigliacchi. La vita come un groviglio da ordinare per farci qualcosa di caldo, colorato e bello.

Sono in piedi dal benzinaio, ho portato la macchina a lavare, dentro c’erano bucce di mandarini, briciole di biscotti, resti di stivaletti infangati, una caramella sputata (non da me, perché troppo di menta) e un paio di monetine da un centesimo. Sono in piedi qui in un angolo e disfo l’inizio di un berretto: ho usato i ferri numero 5 e mi accorgo che ci voleva massimo massimo un 4.

Capisco cosa sente un golfista, solo che lui non può far tornare indietro la palla colpita col ferro sbagliato, magari gli va bene lo stesso e fa uno di quei colpi che entrano secchi in buca. Deve essere bello, peccato che non possa essere lì per vedere la palla che plop!, entra. Il berretto ha la logica contraria, non deve entrare in buca ma coprire una palla, e filato con un ferro 5 verrebbe decisamente largo. Ma detesto disfare. È come buttare decine di minuti al vento, consapevolmente, prenderli tra le mani e sparpagliarli come ceneri. Via. Persi. La maestra Pina dice che fare la maglia aiuta il giusto pensiero. Una considerazione molto bella, “il giusto pensiero”.

Ultimamente mi trovo spesso a snodare delle matasse infami di lana, mentre filo, il gomitolo si disfa e si intreccia diabolicamente, allora mi devo fermare, prendere il gomitolo e ispirare profondamente, passare di sopra, poi di sotto, poi girare, rincorrere il filo per vie contorte per smontare il groviglio. Ma penso che abbia un senso, che sia un’espressione di me stessa.

Una volta si erano otturati quasi tutti i rubinetti di  casa, c’erano sassi di calcare dappertutto e nelle docce non arrivava l’acqua calda. Da lì a poco il socio ha avuto una colica renale. Sarà un delirio, ma credo sia tutto collegato. Potrei essere una complottista di prima linea, ma non mi diverte, mi fermo al realismo magico. Tempo di finire la disfatta del berretto e la macchina è pronta, i benzinai sono esausti “certo che con i bambini è così” mi dicono, comprensivi, e mi viene da confessare “i bambini, è vero, ma la verità è che anche io adoro mangiare in macchina”. L’ho detto. Se fossi tassista, avrei in macchina un frigobar super fornito e una piccola libreria.

Vado via, la macchina è pulita e dentro non sento freddo, vado a prendere le bimbe a scuola. Vedo dei giovani che aspettano il semaforo per attraversare, hanno gli auricolari nelle orecchie, spesso vi si critica perché in questo modo vi astraete dal mondo. Fate bene, fate male? Fatebenefratelli. Chi ve lo fa fare di andare n questo mondo a orecchie scoperte, sentendo vecchi discorsi, convenevoli, incoerenze, i clacson, le conversazioni circolari che si tengono al telefono, di quelli che dicono ciao diciassette volte prima di attaccare. Prendetevi tutto: le strisce pedonali, le strade, i divani di casa, le piazze, i parchi, e fatte qualcosa di meglio, se ci riuscite.

Per quanto mi riguarda a volte mi sento un criceto in una ruota stupida, per quanto questa metafora sia usurata. Corro corro corro, e non arrivo da nessuna parte. Corro per starci dentro, per non restare fuori, per venire incontro alle richieste, mie, altrui. Corro dietro il senso di colpa maledetto. E il senso di colpa mi fa male perché è da vigliacchi sentirsi in colpa, è da gente che non si prende la responsabilità delle proprie scelte, delle proprie mancanze, come abbracciare ad occhi aperti.

Ma ho una grande fortuna, una schiera di pesci, nel senso astrologico e non,  che affollano il mio camino dalla adolescenza, che mi portano dal cerchio al punto e dal punto al cerchio, a seconda della necessità, che mi ricordano che la vita è tanto semplice e tanto altrove, che per trovare e seguire il proprio filo e districare la matassa bisogna sincerarsi, guardarsi in faccia: cosa vuoi?, no no..veramente, cosa vuoi, cosa desideri?, sai che se ti piacciono due marciapiedi e cammini per metà in un uno e per metà nell’altro devi accettare che non sarai al cento per cento in nessuno dei due?, e che non lo devi accettare…

Ricordo un matrimonio tanti anni fa, in campagna, due amici psicologi si sposavano, e noi amici della coppia, tutti psicologi o quasi, eravamo lì attorno a loro durante la cerimonia, a un certo punto, quando il sindaco chiese al nostro amico se voleva lei per sposa, lui rispose: “si, accetto”, e dallo psico-gruppo di amici si senti un “uhhh” sommerso. Lui non doveva “accettare”, lui doveva “volere”, “si, la voglio” doveva dire. E così con la storia del marciapiede, non lo devi accettare, lo devi volere. Così con tutte le scelte, anche con quelle forzate, anche con quelle che non sembrano scelte, ma soprattutto con quelle desiderate che poi quando arrivano ti mettono le spalle al muro, e ti trovi a dire si..va bene, accetto, ma non avevo tenuto conto delle rinunce, dei cambiamenti, del fatto che se mi do un po’ a qualcosa, mi do un po’ di meno a ciò a cui mi davo prima. Menate, tutte menate. Poi le cose sono così semplici, guardi indietro e vedi chiaramente che non c’era tanto da cui preoccuparsi. Pero queste menate servono, sono i pensieri che cercano la via per snodare il groviglio, e piano piano mi ritrovo un gomitolo tra le mani del pensiero, e il groviglio sempre più piccolo e più aperto, fino a snodarlo del tutto. 

Ora ho ricominciato il berretto, e alla matassa iniziale ne ho aggiunto altre due, un berretto a tre fili che si intrecciano, vale a dire: un groviglio controllato. In attesa del prissimo nodo continueremo a merendare in macchina, si riempirà di bucce e briciole, e la porterò a lavare, parlerò coi pesci, e salterò tra i marciapiedi. Leggera.


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