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E se Beppe Sala pensasse alla «staffetta» con Majorino?

Voci insistenti al Comune di Milano: il sindaco non si ricandida. E la strana vicenda del gruppo consiliare che porta il suo nome, ma improvvisamente lo cambia

Nel 2021 Beppe Sala non si candiderà sindaco di Milano per il secondo mandato: al suo posto si presenterà Pierfrancesco Majorino, già assessore alle Politiche sociali con Sala e ancor prima di Guliano Pisapia, e dal 2019 passato al Parlamento europeo per il Pd.

La staffetta Sala-Majorino è un'ipotesi sempre più insistente, che agita il Comune di Milano e la cui concretezza aumenta dopo l'uscita dell'ultimo libro del sindaco. Nel saggio scritto per Einaudi, 136 pagine intitolate Società: per azioni, Sala sostiene che serve «un nuovo socialismo», un'idea di progressismo che riparta dal lavoro e dalla lotta alla povertà. Il manager bocconiano conferma quasi ossessivamente la sua «storia profondamente di sinistra», cancella le tracce del suo passato di tecnico all'ombra delle giunte del centrodestra: cerca, insomma, di gettare le basi per quello che Enrico Letta ieri descriveva nella sua entusiastica recensione su Repubblica come «un futuro di nuove speranze» dalle quali (ovviamente) «ripartire».

Che Sala abbia in testa un «suo» futuro di speranze politiche, del resto, e che voglia puntare molto più in là e più in alto di Palazzo Marino, è evidente da anni. E a testimoniare che l'uomo sia ambizioso basta il battage per il lancio del libro, che ieri campeggiava sulla prima pagina del Corriere, di Repubblica e della Stampa. È vero che, sempre ieri, il sindaco assicurava in un'intervista di voler continuare a fare il sindaco, ma si sa: dissimulare le ambizioni fa chic e non impegna. E in questi casi è sempre meglio smentire preventivamente, per non scatenare contromisure. Anche perché al giugno 2021 manca ancora un anno intero. Va detto che è almeno dallo scorso novembre che, sul suo «grande salto», Sala dice e non dice.

Sette mesi fa, per esempio, aveva smentito l'ipotesi di «un ruolo più nazionale», ma l'aveva fatto con frasi più sibilline e ambivalenti: «Uno non può immaginarsi leader», aveva dichiarato il sindaco dal palco di un teatro milanese, «se non ha una piattaforma di idee diverse e un gruppo in grado di lavorare con lui per pensare di fare questo salto. Il potere per il potere a me non interessa. Non vado a buttarmi in una realtà in cui so di non poter dare». È da allora che si parla insistentemente di un think-tank cui il sindaco starebbe lavorando: una squadra per lanciare le «idee diverse» di cui sopra. Gira voce anche che Sala starebbe cercando di varare una sua personale sigla politica. Non un partito, di certo: un'associazione, un gruppo d'interesse, qualcosa di trasversale insomma.

A confermare obliquamente questa seconda ipotesi, da affiancare a quella della «staffetta 2021» con Majorino, sarebbe un'altra vicenda, molto curiosa ma bellamente ignorata da tutti i giornaloni milanesi. In febbraio, a Palazzo Marino, il gruppo consiliare «Beppe Sala Sindaco», collegato alla lista che con lo stesso nome nel giugno 2016 aveva ottenuto l'8% dei voti ed eletto cinque consiglieri, ha chiesto all'improvviso di cambiare nome in «Alleanza Civica per Milano». E l'11 maggio il consiglio comunale a maggioranza ha dato il via libera alla mutazione.Fin qui, stranamente, la vicenda è scivolata via quasi in silenzio. Ma a sua volta il silenzio rende ancor più strana la vicenda.

Alcune domande sono inevitabili: perché mai una lista fiancheggiatrice di Sala, che quattro anni fa ha contribuito in modo fondamentale alla sua risicata vittoria su Stefano Parisi, candidato del centrodestra unito, decide improvvisamente di cancellare il suo nome, tanto più se quel nome affianca le parole «Sala» e «Sindaco» (con la S maiuscola)? Non è strano che la maggioranza in consiglio comunale voti per quel cambiamento oggi, quando manca un solo anno alla fine della legislatura? E non è stranissimo che il sindaco Sala non abbia assolutamente nulla da dire? Non ha proprio niente in contrario a che la «sua» lista, con il «suo» nome, si trasformi in qualcos'altro, un qualcosa per di più banale come «Alleanza Civica»? Oppure tace perché davvero sta pensando ad altro?

All'interno del gruppo ex «Beppe Sala Sindaco», tra l'altro, la decisione non è stata presa all'unanimità. A favore del cambio di nome si sono detti quattro consiglieri, e cioè Marco Fumagalli, Franco D'Alfonso, Marzia Pontone e Laura Specchio. Il quinto, Enrico Marcora, sta invece facendo di tutto per opporsi agli altri quattro «mutanti». Marcora, che negli ultimi anni s'è posto in Comune come coscienza critica della giunta e come personale spina nel fianco di Sala, cui rimprovera di aver più volte contraddetto il programma elettorale spingendosi troppo a sinistra, ha annunciato un ricorso al Tar e per prepararlo ha chiesto un parere addirittura al professor Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale. Onida ha scritto nero su bianco che Marcora ha tutto il diritto di non aderire al gruppo di «Alleanza Civica» e di continuare a costituire un gruppo consiliare a sé stante, con il nome originario e «con gli stessi diritti che avrebbe avuto se fosse stato l'unico eletto in quella lista». Marcora è sulle barricate. Parla di «strapotere bulgaro», di una lesione «degli elementi fondamentali della democrazia». Se il Tar gli darà ragione (e visto il parere di Onida non è improbabile), il consigliere-coscienza critica di Sala continuerà a criticare il sindaco e la giunta dall'alto di un gruppo paradossalmente intitolato «Beppe Sala Sindaco».

Si vedrà se Sala darà poi seguito alle sue ambizioni. Alla staffetta. E a tutte le altre ipotesi annesse e connesse.

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