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Calcio

L'odio per Zeman e il ricordo del processo alla Juve di Lippi

Storia di un procedimento chiuso senza condanna, ma che visse di imbarazzi e 'non so'. Ecco perché Vialli e gli altri non perdonano il boemo

Conte processo doping

Antonio Conte depone davanti al giudice Casalbore nel processo sul doping alla Juventus – Credits: Ansa

La premessa doverosa è che la Juventus è uscita dai processi scaturiti dalle accuse di Zeman senza alcuna condanna. Assolto l'amministratore delegato Giraudo in tutti i gradi di giudizio, il dottor Agricola venne condannato in primo grado a un anno e 10 mesi per frode sportiva con assoluzione in appello, sentenza che la Cassazione cancellò nella parte che riguardava l'ipotesi di abuso di farmaci chiedendo che si ripetesse il processo d'appello. Ma la prescrizione rese impossibile tornare in aula.

Questo per capire come le parole di Zeman all'Espresso sulla "sbalorditiva esplosione muscolare di alcuni calciatori" con riferimento diretto a Vialli e Del Piero non abbiano portato ad alcuna conseguenza in tribunale o davanti alla giustizia sportiva dopo che il Tas di Losanna aveva sentenziato che "l'uso di sostanze farmacologiche non espressamente proibite dalla legge sportiva, e che non possono essere cosiderate simili a quelle proibite, non può essere sanzionato con provvedimenti disciplinari".

Eppure quel processo celebrato a Torino rimane una ferita aperta per molti ex juventini perché li espose a una gogna mediatica di cui si trova ancora traccia nelle rassegne stampa di quelle udienze. Tanti 'non so' e 'non ricordo' con volti bassi e sguardi persi nel vuoto con una data simbolo, il 21 luglio 2003, quando il giudice Casalbore spazientito fece fatica a trattenersi.

Davanti a lui erano già sfilati Birindelli, Pessotto e Tacchinardi e c'era Conte. "Sento dire tanti 'non so' e 'non ricordo' e adesso sono veramente troppi" sbottò interromendo l'allora capitano della Juventus: "Se venite tutti a dire e non dire è ancora più allarmante. Lo capite? Perché uno dice: perché non dicono? Perché non penserete che se uno viene e dice 'nello spogliatoio non so cosa fanno gli altri' ci si crede ciecamente dopo dieci anni che state insieme... Fate questa cortesia. Un po' di rispetto...". E Conte: "Dopo tanti anni che uno gioca al calcio non è che sta lì a guardare...".

Ecco, parte dell'odio che divide Zeman dagli juventini affonda le radici in quelle giornate passate in tribunale a Torino tra una perizia e l'altra con gli eroi della Juve di Lippi a sfilare tra mille imbarazzi. A Vialli, ad esempio, fu chiesto di tornare perché dopo la prima testimonianza, parlando in un'intervista radiofonica aveva parlato di esistenza di doping consapevole e inconsapevole nel mondo del calcio. 'Da cosa le risulta?' lo aveva incalzato Casalbore. "Siccome leggo i giornali e vedo quelli che sono i risultati dei processi ai giocatori dopati..." la risposta di Vialli che aveva anche sostenuto che avrebbe potuto esserci maggiore collaborazione al processo.

Da parte di chi (Casalbore)? "Quando veniamo qui ci trattate come se avessimo qualcosa da nascondere". Lei è stato trattato male? "No. A me spiace che quando vado negli stadi italiani mi sento dare del drogato invece di ricevere i complimenti per quello che ho fatto". Una maggiore collaborazione a cosa avrebbe portato? "Non lo so... Però non mi sembrate convinti...". Dovremmo esserlo. "Allora ditemi in faccia che non lo siete...".

No, non lo erano anche perché alcuni di quei giocatori-testimoni erano parsi poco propensi a ricordare dettagli fondamentali per ricostruire le abitudini juventine nel quadriennio 1994-1998. Come Montero il quale fu costretto a tornare perché si era "bloccato": "Non mi piace tanta gente" aveva detto al giudice che gli ricordava come l'udienza è pubblica. Che vogliamo fa'? Ci vogliamo trovare da soli così mi fa due confidenze? "Veda lei". Vuole tornare? "Decide lei". Vuole nel senso se pensa di avere delle risposte altrimenti è inutile... "Lei non mi conosce". L'udienza è pubblica. "Lei non sa come sono io".

O, ancora, le contraddizioni tra compagni. Ferrara e Ravanelli che tranquillie nell'ammettere le flebo di vitamine ("Quando si avvicinava la partita... O la domenica mattina o il sabato, qualche volta anche due quando c'erano i viaggi e le partite ravvicinate") e altri, come Roberto Baggio, che negano tutto: "Prima di andare allo stadio? No, assolutamente... Dividevo la camera con qualcuno? Non ricordo. Forse i primi anni perché poi con il fatto che pratico il buddismo stavo sempre da solo per non disturbare").

E la questione-creatina. Presa (Zidane, Ravanelli, Amoruso, Pessotto e Peruzzi lo dicono apertamente) o no? Gli sbalzi di peso, l'uso degli integratori. Pessotto davanti al giudice: "Cosa mi davano? Gatorade... R2... Acqua...". E Casalbore che lo fulmina: "L'acqua senno muore... Se non le danno l'acqua...".

Immagini certamente difficili da cancellare per campioni affermati costretti a difendere l'onore di un quadriennio ricco di vittorie: 2 scudetti, una Champions League, un Mondiale per club, una Supercoppa Uefa e una italiana, una Coppa Italia. Le ombre allungate su quella stagione juventina sono più in quegli sguardi spesso abbassati e nei tanti 'non so' e 'non ricordo' che nelle carte della sentenza. Vialli, Ferrara e gli altri non hanno ancora perdonato Zeman. Ritrovarlo avversario su una panchina pesante come quella della Roma è sale sparso su una ferita che non si rimargina.

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