vazquez
Calcio

Oriundi sì, oriundi no. Il duello Mancini-Conte

Il c.t. dell'Italia ha convocato Eder e Vazquez per le prossime due partite in calendario. Per il tecnico dell'Inter, è una scelta sbagliata. E la storia...

Dice Roberto Mancini, tecnico dell'Inter: "La Nazionale italiana deve essere italiana. Facciamo tanto per far uscire i giovani e poi prendiamo gli oriundi. Chi non è nato in Italia non merita di giocare in nazionale". Rilancia Zdenek Zeman, collega del Cagliari: "Se uno gioca in una nazionale è perché è nato, cresciuto e capisce di quel paese, è vero che c'è la globalizzazione, ma conta la mentalità del paese. Sta a quelli che crescono nel paese fare meglio di quelli che crescono fuori". Chiude Antonio Conte, commissario tecnico dell'Italia: "Si può fare sempre polemica attorno alla nazionale o anche, come succede, attorno a me. Io dico che non sono il primo né sarò l’ultimo a far questo tipo di convocazioni, queste sono le regole, questo è il calcio". Era nell'aria da qualche settimana, ora c'è la conferma. Per i prossimi due impegni della nazionale di casa nostra (Bulgaria e Inghilterra), Conte ha deciso di invitare a Coverciano due giocatori, Eder Citadin Martins (detto più semplicemente, Eder) e Franco Vazquez, nati in Sudamerica ma arruolabili sotto le insegne del tricolore. Perché il passaporto dice Italia e le origini - storia di nonni, bisnonni e trisavoli vari - pure. A dirla tutta, il c.t. avrebbe gradito fortissimamente la presenza anche di Paul Dybala, che grazie alla nonna materna avrebbe potuto ottenere i titoli per vestire l'azzurro come il compagno di squadra Vazquez. Ma l'attaccante del Palermo ha detto no. Perché lui vuole l'Argentina. Lui.

Pozzo campione del mondo con Orsi e Andreolo

All'Italia del pallone, l'oriundo piace perché aiuta a vincere. Da sempre. Sin da quando il fu Vittorio Pozzo, commissario unico di una nazionale con la chioma impomatata e la bandiera del Regno sul petto, mandò al bar la Cecoslovacchia nella finale del Mondiale del 1934. Luis Monti davanti alla difesa, Enrique Guaita a macinare chilometri sulla fascia destra e Raimundo Orsi dall'altra parte del campo, pronto a mettere nei guai le difese avversarie. Tre su undici. Due gol su due. Segna Orsi, segna Schiavio e l'Italia fa festa. Passano quattro anni e tutto torna. Anche l'oriundo. Pozzo cerca un mediano che lotti in mezzo al campo e che spenga sul più bello le intuizioni altrui. Si guarda intorno e non trovando risposte incoraggianti da Aosta a Palermo passa da Carmelo, che a dispetto del nome vive e prospera col suo ponte girevole a 250 chilometri da Montevideo, in Uruguay. Carmelo è infatti il nome della città in cui nasce e si fa grande tal Michele Andreolo, che diventerà calciatore vero prima nelle file del Nacional, quindi in quelle del Bologna e di altre squadre di casa nostra. Indovinate un po' chi schiera Pozzo nella partita che decide il Mondiale del '38 contro l'Ungheria di bomber Sarosi? Già, proprio Andreolo. L'esito lo conoscete: 4-2 con doppiette di Colaussi e Piola e Italia che rimane sul tetto del mondo. Inutile dirlo, il Paese canta e brinda. Il grande caldo prima del grande freddo.


 

Bearzot si affida a Gentile il "libico"

Si dirà, era l'alba del calcio moderno. Si improvvisava perché altro non si poteva fare e le regole, be', le regole erano quelle che potevano essere. Reti con maglie grandi così, da far passare un tonno di trenta chili. Dissolvenza. Spagna, 1982. L'Italia si fa bella in giro per l'Europa con la lotta senza quartiere tra Juventus e Roma e il c.t. Enzo Bearzot miscela gli ingredienti per trovare l'impasto perfetto. Come è noto, ci riuscirà. L'undici che scende in campo contro la Germania Ovest nella finale di Madrid è uno scioglilingua che regala emozioni ancora oggi: Zoff, Collovati, Scirea, Gentile, Cabrini, Oriali, Bergomi, Tardelli, Conti, Graziani, Rossi. Stop. Riavvolgiamo il nastro e fermiamoci alla casella numero 4: Gentile. Per quei pochissimi che non lo sapessero, il roccioso difensore bianconero, gladiatore al servizio del Trap, nasce in Libia, a Tripoli, da genitori italiani. E soltanto all'età di 8 anni torna nel Belpaese a dispensare grinta dalle parti di Como. Oriundo, oppure no? La risposta è no, non lo è, perché i presupposti, quelli veri, dicono che non può rientrare nella categoria. Ma vai a spiegarlo a chi è convinto che la maglia azzurra spetti soltanto a chi ha pianto per la prima volta sotto il cielo italiano.

Lippi consegna la fascia destra a Camoranesi

Uno scatto in avanti, l'ultimo. Nel 2006 gli azzurri di Marcello Lippi vanno in Germania ascoltando nelle cuffiette "Siamo una squadra fortissimi" di Checco Zalone. In effetti, conti alla mano, quella a disposizione dell'ex tecnico della Juventus è squadra colma di talento in ogni reparto. Il quarto titolo, lo si può dire senza falsa ipocrisia, non era affatto impossibile. Ma il peccato si trasmette via telefono. Colpa di Calciopoli, che toglie il fiato per la disperazione (e la vergogna) pure ai più ottimisti. Andrà malissimo, dicono gli esperti. Andrà benissimo, dirà il campo. L'Italia si fa bunker. Come quella di Bearzot. L'esperimento funziona, un'altra volta. Il gruppo di Lippi dribbla tutti i paletti sul proprio percorso e vola in finale. Questa volta per vincere gli azzurri devono superare la Francia di Zidane, Vieira, Ribery, Henry, tanto per dire il nome dei più noti. Una montagna che nemmeno il K2. Chi ricorda l'undici titolare? Meglio, chi ricorda chi giocava sulla fascia destra? Mauro German Camoranesi, argentino purissimo di Tandil, che viene ignorato dalla rappresentativa del suo Paese e si mette a disposizione dei colori azzurri. L'apriscatole della scatoletta francese. L'Italia vince ai rigori. Senza Camoranesi in mezzo al campo perché sostituito a cinque minuti dal novantesimo. Oriundo vero, l'ex fenomeno della Juventus. Il portafortuna di una selezione che torna a sorridere dopo anni di musi lunghi.

Oriundi, una sceltà a metà

Camoranesi come Vazquez, Eder, Amauri, Paletta, Osvaldo, Ledesma, Schelotto e Thiago Motta, gli italiani per passaporto che negli ultimi anni hanno scelto di vestire l'azzurro della nazionale. Giocatori, non campioni, che hanno messo a disposizione del Paese che li aveva dato tanto un carico di passione e di entusiasmo che merita rispetto e partecipazione. Scelta a metà, la loro, perché a onor del vero va segnalato che non avrebbero quasi certamente potuto difendere i colori del Paese di provenienza perché bocciati da decisioni altrui. Poi, l'Italia. Che accoglie e raccoglie. E che approfitta dell'abbondanza della scuola sudamericana per dare sostanza e numeri a una nazionale in crisi di vocazione. Fosse per Mancini sarebbe tutta un'altra cosa. "L'Italia agli italiani", è il suo motto. Almeno, per ora. Perché quando si passa dall'altra parte della barricata, lo insegna Conte sul tema degli stage, cambiano prospettive e necessità. Fino alla prossima Waterloo sul rettangolo da gioco, che ridisegna priorità e impegni per dovere di bandiera. Hanno imparato la lezione i tedeschi, che stanchi di prendere ceffoni sul più bello, hanno riveduto e corretto la politica dell'arruolamento dei giovanissimi. Li hanno seguiti a ruota i francesi, delusi e pure di più per il patatrac brasiliano. Non è da escludere che presto o tardi tocchi a noi. Nel frattempo, largo al vecchio che avanza e che promette di fare meglio degli italiani nati e cresciuti sulla penisola. La vittoria, spiega la tradizione, è un bene troppo prezioso per farne una questione di passaporto.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti