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Bettini e la sua fermata della subway

L'oro di Atene '04 spiega il valore (infinito) di una vittoria alle Olimpiadi

Paolo Bettini con la medaglia d'oro sul podio di Atene 2004 (Credits: Marco Rosi LaPresse)

Meno di un mese alle Olimpiadi di Londra. Paolo Bettini, tre volte campione del mondo di ciclismo e medaglia d’oro ad Atene 2004, è l’uomo giusto per spiegarci la differenza che passa tra “vincere” e “vincere alle Olimpiadi”. Per raccontarci, con la sua solita schiettezza e spontaneità da buon toscano, che cosa c’è dentro allo spirito olimpico e cosa significa poterlo respirare.

Paolo Bettini, quanto vale una medaglia d’oro alle Olimpiadi?

A quanto pare una stazione della metropolitana (ride nda). Ora mi spiego. A Londra si sono divertiti a cambiare i nomi delle fermate dedicandole a 361 atleti che hanno vinto le Olimpiadi. Ci sono anch’io e ne sono orgoglioso. Questo spiega bene la portata di una vittoria olimpica. Quando vinci un Mondiale entri nella storia del ciclismo. Una medaglia alle Olimpiadi significa entrare nella storia dello sport.

Quali sono i ricordi?

Il villaggio olimpico, senza alcun dubbio. Convivere con atleti di ogni razza, disciplina, religione. E’ il vero significato di ciò che chiamano “spirito olimpico”. A Sidney eravamo lontani, in un paesino a 150 chilometri sperduto nel verde. Non ho provato le stesse emozioni di 4 anni dopo. Atene è stata l’olimpiade perfetta. Ricordo il villaggio, la collina riservata ai ciclisti con panorama sull’Acropoli, la pedalata in allenamento di 6 ore fino a Maratona… Eravamo in mezzo alla storia.

Poi arriva la delusione di Pechino 2008…

“Per dirla tutta al momento non c’è stata delusione. Alle Olimpiadi il primo dei battuti è il quarto non il secondo. La delusione vera arrivò dopo, quando il Comitato Olimpico decise di revocare la medaglia d’argento a Rebellin (risultato positivo all’EPO ndr). Fu un danno per tutti, anche per noi che quel giorno abbiamo lottato con lui. Non si può e non si deve mancare di rispetto ad una medaglia olimpica.

Tra meno di un mese sarà per la quarta volta alle Olimpiadi, questa volta come commissario tecnico. Quali sono le sue sensazioni?

“Quattro Olimpiadi non me le sarei mai immaginate…neanche da bambino. E’ quasi chiedere troppo. Se riuscissimo a portare a casa una medaglia sarebbe fantastico. Ci giocheremo le nostre possibilità. Per vincere una gara olimpica bisogna sentirla dentro. Le squadre sono ridotte a 5 elementi e sarà una corsa di opportunità.

Chi teme di più?

Cavendish, velocista che corre in casa, ma mi fa più paura gente come Sagan, Goss, Farrar, Boonen. Ce ne sono tanti. Ma ci saremo anche noi.

Dopo le Olimpiadi ad aspettarla ci sarà, ad ottobre, la Granfondo di Roma, aperta a tutti. La vedremo in bicicletta, come ai vecchi tempi?

“Diciamo che mi prendo l’impegno di essere alla partenza (ride nda). Poi vediamo. In Italia c’è tanta gente che ama la bici ma che spesso sottovaluta le lunghe distanze. Per un cicloamatore ci vogliono almeno 2 ore di allenamento 3-4 volte a settimana per preparare una granfondo… La bici, lo dico sempre, non porta rispetto. Neanche ad un campione olimpico”.

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