Matteo Renzi, ultima chance del Pd

«Potrebbe essere lui il nuovo Bettino Craxi, ma si deve decidere…». Come evitare la fine del Partito democratico secondo Peppino Caldarola, ex direttore de L'Unità

Peppino Caldarola è stato direttore de L'Unità – Credits: ANSA

Matteo Renzi è l’ultima chance: «Potrebbe essere lui il nuovo Bettino Craxi, ma si deve decidere…».  Pier Luigi Bersani? « Si comporta come se avessero perso gli altri. E, invece, è lui che ha perso: non ha capito che Silvio Berlusconi è un animale combattente dalle 100 vite, non ha percepito la profondità del radicalismo grillino.  Altro comportamento ebbero Walter Veltroni e Massimo D’Alema quando si dimisero, il primo da segretario del Pd, e l’altro da Palazzo Chigi, «per molto meno».

Peppino Caldarola, ex direttore dell’«Unità», ex deputato ds, raffinato conoscitore delle cose di Largo del Nazareno, analizza con Panorama.it la crisi senza precedenti che sta scuotendo il Pd.

Caldarola, siamo ormai alla soluzione del segretario balneare (il traghettatore verso il congresso). Che ne pensa?
«C’è una difficoltà evidente di trovare un leader, di trovare più che una linea politica un ubi consistam di questo partito. Siamo, per fare un paragone storico, come il Psi nella fase demartiniana (1976, il Psi toccò il minimo storico, al Midas iniziò l’era di Craxi ndr».
Chi è il nuovo Craxi del Pd?
«Colui che  si è presentato con le caratteristiche del rinnovatore è Matteo Renzi. Ma lui non ha mostrato grande determinazione, appare piuttosto come grande temporeggiatore, come il leader che non sa scegliere il momento in cui buttarsi nella mischia perché cerca il momento più sicuro. E questo lo danneggia perché rischia di farlo trovare di fronte alla débacle del partito che dovrebbe portarlo a Palazzo Chigi. Quindi, il nuovo Craxi non c’è».
Ma non le sembrano un po’ strane queste dimissioni di Bersani? Non dà l’idea di uno che voglia davvero farsi da parte almeno per un po’…
«È assolutamente vero. Bersani aveva davanti a sé la scelta dignitosa di fare come il segretario socialista francese, Lionel Jospin, che non solo mancò la vittoria all’Eliseo ma scoprì che una parte del suo elettorato era andato addirittura con Jean-Marie Lepin. Jospin si dimise e di lui addirittura non abbiamo più notizia. Furono dimissioni vere, serie, dignitose. Ho l’impressione che Bersani invece pensi di restare sulla breccia. Anche perché lui non è convinto ancora del dato che balza agli occhi di tutti, e cioè che lui ha perso (scandisce la parola ndr). E ha perso un’occasione storica».
E si comporta come se avesse vinto?
«Si comporta come se avessero perso gli altri. Per cui,  un giorno apre una polemica con Massimo D’Alema, un’altra con Matteo Renzi ecc. Insomma, polemizza con tutte quelle persone che non portano la responsabilità, che appartiene interamente a lui e al suo gruppo dirigente, di aver fallito la vittoria e di aver poi regalato all’Italia 60 giorni di ingovernabilità».
Non c’è più neppure l’autocritica del vecchio Pci?
«Più che autocritica, si tratta di rendersi conto che Bersani non aveva capito in che mondo stava. Non aveva percepito che Silvio Berlusconi è un animale combattente dalle 100 vite, non aveva percepito la profondità del radicalismo grillino che aveva invaso territori a lui contigui. In pratica non ha capito la società in cui si doveva muovere. Quindi, non c’è da fare un’autocritica, c’è da dire: non ho capito ed è per questo che mi chiamo fuori e mi ritiro per i prossimi 5 anni a studiare».
Walter Veltroni, si dimise da segretario del Pd, per molto meno, dopo aver perso con un consistente 33 per cento dei voti. Quale differenza vede tra le dimissioni dei due leader?
«Siamo di fronte esattamente a due comportamenti contrapposti. Walter lasciò la segreteria del Pd per la sconfitta, malgrado un risultato elettorale eclatante, il 33 per cento, e il suo appartarsi è stato in questi anni vero e serio. Il che gli dà anche il titolo, quando deciderà,  di ricominciare a fare politica alla grande. Invece, Bersani si rifiuta di prendere atto che lui e il suo gruppo hanno portato il centrosinistra a una sconfitta che è di proporzioni storiche. E il suo partito oggi è di fronte a una disgregazione che non era immaginabile 4 mesi fa».
Andando a ritroso, anche Massimo D’Alema si dimise da premier e si fece da parte  per aver perso e di poco addirittura alle elezioni regionali nel 2000…
«Massimo si dimise per ancor meno. Si dimise per un pronostico elettorale favorevole e per un risultato invece negativo. Ma fu una tragedia. Si chiamò in disparte. Come si è chiamato in disparte in questi anni e assieme a Veltroni ha rinunciato anche alla candidatura in Parlamento dimostrando che si può essere leader anche facendo un passo indietro. Ci si può appartare per un periodo mantenendo una forza di consenso molto forte. Sono due esempi di leader di statura».
Che futuro vede per il Pd?
«Il segretario balneare non potrà che acuire il dramma del Partito Democratico perché questa persona che verrà incaricata non avrà la forza di tenere assieme ciò che è difficile tenere. Sarebbe opportuno scegliere un segretario che tenga insieme le tre componenti che mi sembrano più interessate a tenere in vita il Pd: la componente che fa capo a D’Alema, quella che fa capo a Veltroni e quella di Renzi. In pratica Renzi dovrebbe tenere conto che la sua battaglia della fine dell’anno scorso ha ottenuto  una vittoria  ma ha anche provocato  il dissesto nel partito. Quindi bisogna far ricorso a un segretario che riesca a rimettere in moto le intelligenze più vive».
Renzi è l’unica chance?
«È l’unica oppure Renzi deve consentire che venga eletto un segretario vero che porti al congresso e che si possa ricandidare al congresso. Un personaggio che curi questo partito in modo affettuoso e in modo tale che ci siano le condizioni per sfidare il centrodestra alle prossime elezioni».

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