Politica

Il primo voto della Giunta del senato contro Berlusconi

Come previsto la relazione Augello è stata respinta. Ma al centro della scena c'era il videomessaggio del Cavaliere . Tutte le reazioni

La Giunta per le Elezioni e le Immunità del Senato (Credits: Ansa/Alessandro Di Meo)

Il “Luna park” di Sant’Ivo alla Sapienza, che, come ha scritto il direttore di Panorama Giorgio Mulè,  dal 9 settembre ha messo in scena uno spettacolo, dove l’unica posta in palio era lo scalpo di Silvio Berlusconi, chiude i battenti prima del tempo previsto.

Alle dieci della sera di  mercoledì 18 settembre. Niente voto notturno. I senatori del Pdl escono prima e anticipano il presidente della Giunta per le Elezioni Dario Stefàno (Sel). Escono prima del voto favorevole alla decadenza da senatore di Berlusconi,  da parte della maggioranza (Pd, Sel, Cinquestelle, Scelta Civica, Psi di Riccardo Nencini) per «dignità», per non avere niente a che fare con quella che Elisabetta Alberti Cesellati bolla come «una ghigliottina». E Nicola Ascola come «un esito segnato da pregiudizio, visto che i componenti della Giunta è già da agosto che si dicono favorevoli a estromettere Berlusconi da Palazzo Madama».

Il Pdl si sottrae quindi all’allestimento del palco con «la ghigliottina» e esce, prima del voto finale contro il relatore Andrea Augello, insieme alla Lega Nord e al Gal, il gruppo delle autonomie alleato al centrodestra. Stefàno, in quattro e quattr’otto, come  il regolamento gli consente, si autonomima relatore e già avvia il processo di contestazione all’elezione di Berlusconi.

In realtà, lo speedy Gonzales, che presiede la Giunta commette un altro errore, come quello già fatto ai primi di agosto. All’uscita dalla Giunta  dice Stefàno che il presidente- fondatore del Pdl dalla riunione è già «contestato». «Non è così, lo si potrà dichiarare contestato al termine della seduta prevista non prima di dieci giorni da ora (la data più probabile è il 30 settembre), in cui Berlusconi potrà venire a difendersi», precisa il socialista Buemi, che, comunque, ha voluto distinguersi votando sia a favore della decadenza, ma anche a favore del ricorso alla Consulta sulla costituzionalità dell’applicazione retrodatata della norma Severino e al ricorso alla Corte europea di Lussemburgo. Deciderà, comunque, il voto in aula al Senato previsto entro il 10 ottobre.

Ma al di là dei cavilli procedurali, il dato politico è che prima ancora del Pdl a Sant’ Ivo alla Sapienza, è stato Berlusconi con il suo video messaggio di 16 minuti a oscurare il la «ghigliottina». «Decaduto o non decaduto, io sarò sempre con voi al vostro fianco. Si può fare politica anche senza essere in Parlamento. Non è il seggio che fa un leader, ma il consenso popolare, il vostro consenso, quel consenso che non mi è mai mancato e che, sono sicuro non mi mancherà neppure in futuro. Anche se dovete esserne certi, continueranno a tentare di eliminare dalla scena politica, privandolo dei suoi diritti politici e addirittura della sua libertà personale,  il leader dei moderati, quegli italiani liberi che, voglio sottolinearlo, sono da sempre la maggioranza del Paese, saranno ancora, se sapranno finalmente restare uniti».

È il cuore politico del messaggio di Berlusconi alla nuova Forza Italia e agli italiani, tutti, ai quali si rivolge, con il titolo della celebre canzone di De Gregori «Viva l’Italia».

Sono passati vent’anni dalla sua prima discesa in campo, la discesa in campo «di un estraneo», dice riferendosi a se stesso. La cornice è la stessa, le foto cambiate, ci sono quelle con i figli e con i nipotini.

Lui, il Cavaliere, mostra anche lieve momento di commozione, ma, a giudizio dei suoi stessi avversari, come Gianni Pittella, uno dei candidati alla segreteria del Pd, manda agli italiani lo stesso messaggio di vent’anni fa. È la sfida più alta, fatta da un leader condannato e fatta da un uomo posto sotto l’assedio finale (Annamaria Bernini) anche nel suo patrimonio e nelle sue aziende, a una sinistra che sembra invecchiata negli uomini, ma sempre la stessa e giovane nelle foto, con gli stessi esponenti di una volta.

Una sinistra che – e questo è il punto - «non è mai riuscita a diventare socialdemocratica», attacca Berlusconi, mettendo il dito nella piaga. Una sinistra che in questi vent’anni non è mai riuscita a conrapporgli un vero leader, un Tony Blair, per dire, proprio perché pensava che una volta eliminato Bettino Craxi per via giudiziaria poteva sostituirsi a lui.

La storia non le ha dato ragione, altrimenti «l’estraneo» statista non sarebbe venuto fuori, impedendo, rivendica Berlusconi per vent’anni, a questa sinistra di vincere.

«Chi sperava in tuoni e fulmini dal Cavaliere contro il governo è rimasto deluso, è rimasta delusa quella parte del Pd che voleva il voto», ammette Andrea Romano, intellettuale raffinato, ex direttore della dalemiana Italiani europei e ora deputato di Scelta Civica, oltre che dirigente di punta di Italia Futura di Luca di Montezemolo. Che si toglie un sassolino dalla scarpa anche nei confronti dell’alleato, ora separato in casa, Pier Ferdinando Casini:

«Il messaggio si Berlusconi è la conferma che Casini non si può illudere ancora di essere lui il nuovo leader dei moderati. Era anche un po’ nostalgico Berlusconi con la sua nuova Forza Italia, ma il suo messaggio è chiaro: lui è il centrodestra, lui è il berlusconismo. Su questo non ci piove. Di più: è l’inizio di un nuovo berlusconismo che ha già metabolizzato la condanna definitiva su Mediaset».

Esulta lo stato maggiore del Pdl, da Renato Brunetta a Renato Schifani a Mariastella Gemini: «L’uomo è imbattibile; ritorno al futuro; un nuovo inizio».
Salvatore Cicu, Debora Bergamini e Barbara Saltamartini: «È la prova provata che Berlusocni è uno statista che ha prima tutto a cuore il bene dell’Italia».

Contorta la reazione del segretario (pro tempore?) del Pd, Guglielmo Epifani: «Toni da guerra fredda, una minaccia al governo».
Nonostante Epifani in quel governo stia insieme a Berlusconi, non sottolinea stranamente che comunque è bene che il Cavaliere, seppur condannato e assediato, non gli tolga la spina.

Lo fanno gli alleati centristi del Pd. Pino Pisicchio: «Lealtà di Berlusconi al governo». Giacomo Portas, leader dei Moderati: «Apprezzo che Berlusconi non apra la crisi, anche se dice cose sulla Giustizia che sono lo stesso ritornello da vent’anni». Ammette sottovoce «il grillino» del Pd Pippo CIvati: «Sì, il discorso di Berlusconi era prevedibile, ma in realtà ci ha spiazzati, questo ci tortura sono cavoli nostri ora…». Lo riconosce anche un grillino doc, l’avvocato di Firenze Alfonso Bonafede. Prima attacca: «Da che pulpito Berluscocni può dire di voler ripulire la politica!». Ma  riconosce: «È vero, ha spiazzato il Pd, anzi il Pd meno elle, come dice Beppe».

E ha spiazzato il suo segretario, Epifani, che da ex leader della Cgil, ha definito «toni da guerra fredda» quel riferimento dell’ex premier alla «via giudiziaria al socialismo». Forse Epifani, scavalcato addirittura dal suo successore, anche lei ex socialista, Susanna Camusso («È legittimo rilanciare Forza Italia»), no  si ricorda più  che Berlusconi ha detto paradossalmente una cosa di sinistra. Spiega Fabrizio Cicchitto, dirigente storico del Psi e dirigente di primo piano del Pdl, a Panorama. It:

«Quello slogan sulla via giudiziaria al socialismo lo riporto io nel mio libro su “L’uso politico della giustizia”. Ma è stato coniato dai sindacati negli anni ‘70». A favore dei cosiddetti pretori d’assalto che difendevano i lavoratori contro i licenziamenti.

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