Carlo Nordio e Marco Pannella su Radio Radicale a discettar di giustizia

La scorsa domenica Radio Radicale ha ospitato una conversazione tra due colossi, una di quelle cose che in un Paese serio dovrebbero andare almeno sulla terza rete del servizio pubblico finanziato dai contribuenti. Invece ha supplito, ancora una volta, la …Leggi tutto

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La scorsa domenica Radio Radicale ha ospitato una conversazione tra due colossi, una di quelle cose che in un Paese serio dovrebbero andare almeno sulla terza rete del servizio pubblico finanziato dai contribuenti. Invece ha supplito, ancora una volta, la Radio che contiene “in una voce tutte le voci”. I  protagonisti sono stati il leader radicale Marco Pannella e il magistrato Carlo Nordio (a moderare i due l’infaticabile Massimo Bordin). Da una parte, il politico paladino dei detenuti e tetragono combattente per una giustizia giusta; dall’altra, il magistrato controcorrente, capace di sfidare le coop rosse e autore di un manuale pietra miliare del garantismo (“In attesa di giustizia” scritto a quattro mani con Giuliano Pisapia).

Sulla riforma della giustizia per Nordio “il pessimismo è totale”. Il sistema processuale penale non sta franando, ma è già franato. Se il Ministro della Giustizia arriva a proporre la scritturazione a mano dei verbali del processo dibattimentale orale, vuol dire che siamo giunti al capolinea. “Si userà la penna d’oca oppure la biro?”, si domanda Pannella. La lentezza endemica dei procedimenti e l’ assoluta incertezza della pena sono la prova del blackout del sistema. Nordio si sofferma su un’altra deformazione tutta italiana: “Si entra in galera prima del processo da presunti innocenti e poi magari, quando si viene condannati, si esce perché interviene una sospensione o una prescrizione”.

Quanto alla vexata quaestio della lotta alla corruzione, combatterla con nuovi reati e pene più aspre è una pia illusione. “Contro la corruzione serve una profonda modifica legislativa per semplificare le procedure e rendere le competenze più chiare e trasparenti”, afferma Nordio. Se il cittadino deve bussare a cento porte  è inevitabile che qualcuno gli faccia sapere che l’ingranaggio si è inceppato e che deve ungere le ruote per farlo ripartire. Se invece quel cittadino potesse bussare a una porta sola sarebbe più difficile chiedergli la mazzetta”.

C’è poi l’obbligatorietà dell’azione penale, che costringe a portare avanti lunghi e costosi processi contro gli irreperibili, persone di cui non si sa più nulla e che potrebbero addirittura essere morti. “I sostituti procuratori e i pubblici ministeri, contro la loro coscienza, sono costretti a scegliere quali processi fare e quali non fare. Questa non è più discrezionalità (che è per definizione vincolata), ma  puro arbitrio”, spiega Nordio.  Quanto all’amnistia, i due concordano: serve con urgenza. Ad essa seguiranno le riforme? Lo speriamo. Ma intanto occorre spazzare via l’esistente e ripartire.

 

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