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La (ri)presa in giro di Renzi

Aveva promesso riforme e rilancio dell'economia; la realtà ed il pil dicono l'esatto contrario. Ed è solo colpa sua

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi – Credits: ANSA/FABIO FRUSTACI

“Una riforma al mese”. “Ci metto la faccia”. “Se non riesco vado a casa”. “Vado avanti come un treno”. Tre mesi di prese in giro. Tre mesi di gioco delle tre carte. Tre mesi di slide e slogan. Tre mesi di nuvole. Tre mesi persi, dopo gli anni persi con Mario Monti e Enrico Letta. Quasi tre anni nei quali i paesi più fragili dell’Eurozona, dalla Spagna all’Irlanda, dal Portogallo alla stessa Grecia, hanno rialzato la testa, si sono rimboccati le maniche e tra sacrifici e riforme si sono ritrovati avanti a noi. L’Italia di Monti, Letta e Renzi è il fanalino coda. Ultima tra gli ultimi. La malata (terminale) d’Europa. 

Vi ricordate quando Matteo Renzi ha fatto passare come una botta di pessimismo voluta, quasi di onestà dopo anni di previsioni gonfiate, quel dato dello 0,8 per cento di ripresa nel 2014? Adesso scopriamo che il ministro Padoan, di provenienza Ocse, ha peccato, al contrario, di ottimismo. Nei primi tre mesi di quest’anno il nostro Prodotto interno lordo è sceso dello 0,1. E il presidente del Consiglio non trova di meglio che dire: “Non mi deprimo per il Pil a meno 0,1 per cento”. Noi che gli avevamo quasi creduto, sì. 

Anche perché rispetto ai primi tre mesi del 2013 il numero di fallimenti d’imprese è aumentato del 4,6 per cento. La doccia gelata è un risveglio brusco per tutti, specialmente per chi aveva confidato nel rottamatore. Gli osservatori più avveduti sottolineano lo spread (by the way, lo spread sale di nuovo, schizza in alto) tra la ritrovata fiducia delle famiglie e la stangata dei numeri reali. Un ritorno alla realtà che smaschera il prestigiatore.

Il guaio per Renzi è che non potrà neanche dire: “È colpa dei burocrati, dei sindacati”. Questo gli va riconosciuto, lui ha dichiarato subito: “Se fallisco è colpa mia”. A meno che anche questa non sia una menzogna. Che sia pronto a riversare su altri la responsabilità del fallimento. Mettere in fila tutte le mancate promesse è imbarazzante. Difficile immaginare che se ne potessero inanellare tante in soli tre mesi. Proviamo a citarne solo alcune, le più eclatanti, a partire da “una riforma al mese”. Ma la legge elettorale è ferma al Senato. Quella del Senato sta affondando nelle sabbie mobili. E l’abolizione delle Province non le ha abolite. 

Il lavoro, anzitutto, era indicato come la grande emergenza (e lo è, con la disoccupazione giovanile oltre il 42% e quella complessiva verso il 13). Il Decreto Poletti ha vissuto un iter travagliato in Parlamento, con la sinistra Pd all’attacco e i sindacati che hanno fatto un lavoro di lobbying spietato. Alla fine il risultato è marginale. Il pacchetto decisivo, il Jobs Act (nobilitato addirittura da un inglese che lo porrebbe al livello delle misure anti-crisi di Obama), è rinviato al prossimo anno. Forse a giugno. Quando, forse, non ci sarà più neanche il governo Renzi. 

La restituzione dei debiti delle pubbliche amministrazioni, che avrebbe dovuto far ripartire le imprese (quindi il lavoro) è stata promessa nella prima conferenza stampa a Palazzo Chigi, quella psichedelica delle slide, come “totale e immediata”. Non è stata totale, né immediata. Anzi. Ai miliardi già versati ne sono stati aggiunti solo 13. L’agognata restituzione totale è stata rinviata prima al 21 settembre, giorno di San Matteo (beffa niente male), poi a marzo del prossimo anno. Poi chissà. Nel frattempo, i tempi dei pagamenti si allungano, siamo ancora fuori dalle regole europee.

Gli 80 euro in busta paga non sono 80 e non sono per tutti. Ne restano fuori i non garantiti (scelta politica di Renzi): disoccupati, pensionati, partite Iva, artigiani, autonomi… E non ne beneficeranno quelli che guadagnano meno di 8mila euro l’anno (paradosso dei paradossi). Sì, invece, ai cassintegrati, proprio mentre si discute del superamento della cassa integrazione. L’Europa giustamente ha considerato gli 80 euro un bonus, una spesa e non una riduzione di tasse, una misura fatta in deficit che pesa sui conti e aumenta il debito.  

E a proposito di tasse, è stato il governo Renzi a varare definitivamente la nuova tassazione sugli immobili. La Tasi, con gli altri balzelli su casa e annessi, compresi capannoni e negozi, ci stangherà più della vecchia Imu. E a dimostrazione che l’equità non è di casa a sinistra, Renzi ha colpito le transazioni finanziarie che vanno a sfregiare i cassettisti, ovvero i piccoli risparmiatori, non le multinazionali o i grandi azionisti. 

Si poteva sperare in un cambio di rotta sul metodo. Le nomine, per esempio. Invece, proprio sulle nomine dei top manager di Stato si è visto in gran rispolvero il vecchio manuale partitico Cencelli unito al familismo: nessuna apertura a una trasparente gara tra i migliori, in Italia e all’estero. Solo chiamate dirette nella rete di amici e amici degli amici, e quote rosa riservate alle posizioni che contano di meno. Bluff e ancora bluff. 

Dulcis (o amarus) in fundo, la giustizia. Renzi ha avuto l’opportunità (ma l’ha dilapidata) di introdurre la madre di tutte le riforme: la responsabilità civile dei magistrati, che imporrebbe ai giudici (pena il risarcimento di tasca propria e non nostra) di evitare errori per dolo o grave negligenza. Poco importa che l’Unione europea ci abbia condannato per l’assenza di questa norma fondamentale di civiltà (e di equità fra i cittadini). Per non parlare della situazione cancrenosa delle carceri e dei tempi infiniti delle cause civili (e penali).

Renzi, giocatore d’azzardo, ci ha messo la faccia e l’ha persa.       

  

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