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Dove vuole arrivare Matteo Renzi

Definire i confini del partito unico sul modello della DC. Per questo il premier continua a cercare i nemici. Rottamare oggi per lui significa rinnovare

Tra partito unico e costruzione del nemico. Matteo Renzi si trova nella singolare posizione di sfondare il muro a destra e dilagare ora in campo aperto, costruendo di fatto una nuova grande Dc che come la vecchia Dc comprende i moderati di ogni estrazione (socialista, cattolica, liberale, se mai esistono ancora certe sud-divisioni). E infatti il problema è quello di definire i confini del partito unico, più che riempire i vuoti da una parte e dall’altra (vuoti che si riempiranno o saranno riempiti di conseguenza).

L’intero sistema politico è in movimento, fluido e plasmabile. E più che le aggregazioni ideologiche, contano quelle personali. Attorno a leader reali o potenziali. In questo quadro in movimento, Renzi delinea due Italie. E punta l’indice contro "chi vuole spaccare in due" il paese.

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No, non c’è il complottismo di cui parlano oggi i giornali. C’è un’affermazione che come sempre quando il soggetto è Renzi è una "frase a effetto" con un contenuto di battaglia e insieme di incoraggiamento. Il complottismo ci sarà pure, o l’idea che sia all’opera un complotto. Ma non è quello che conta.

Renzi evoca due paesi esattamente come Berlusconi evocava due Italie. Il paese che protesta e quello che costruisce. Il paese che guarda al passato e quello che guarda al futuro. Il paese che difende i propri privilegi e quello che vuole che vinca il merito. Berlusconi era arrivato a parlare di esercito del bene e esercito del male (si riferiva alla criminalità). Ma sia Renzi, sia in precedenza (e alla resa dei conti con minore fortuna) Berlusconi, hanno nel Dna l’allergia per le ideologie, i partiti e le loro interminabili dispute. Non altrettanto hanno allergia per l’evocazione dei complotti (che hanno peraltro avuto contro Berlusconi un fumus di realtà ben più consistente di quanto possiamo credere, basti vedere il modo in cui tra Italia e Europa si è tramato per disarcionare un premier democraticamente eletto). Anche Berlusconi aveva (e ha) i suoi nemici interni, piccoli e complottardi. Li ha avuti, sono venuti allo scoperto, hanno creato partiti fallimentari, si sono bruciati. Ma anche i piccoli leader hanno provvisoriamente brillato di luce non propria grazie alla contrapposizione contro il Leader maximo. Allo stesso modo, c’è da chiedersi quale visibilità avrebbe mai Pippo Civati senza Renzi. E anche, se Maurizio Landini avrebbe mai potuto ambire a diventare leader della Sinistra senza la rottamazione e la creazione del “partito unico” da parte di Matteo.

 

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Ecco, il paradosso dell’ultima uscita di Renzi è proprio qui. Il leader oggi più popolare, più aggregante, e al tempo stesso più capace di convincere fasce e categorie di cittadini in campi che inizialmente apparivano avversi, ha bisogno di avere comunque un nemico, un avversario, da evocare e col quale confrontarsi. Prima Renzi era il "rottamatore", partiva da posizioni di minoranza e ha conquistato il partito, e poi l’Italia. Oggi, proprio nel momento in cui il paese sembra meno "spaccato in due", è ancora Matteo a resuscitare la spaccatura. La divisione. La contrapposizione, E, quindi, la scelta che si rinnova.

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