DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica
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Il Pd e la guerra di logoramento interna

Sul Jobs act si inasprisce il conflitto tra Matteo Renzi e gli oppositori del partito. Il premier punta a creare il grande centro. Gli altri a impedirglielo

Matteo Renzi, come accusa Pippo Civati, cerca davvero l’incidente alla Camera sul Jobs act per andare a votare e impossessarsi così definitivamente di tutto il Pd? Ammesso e non concesso che il premier un pensierino ce lo abbia fatto, sa bene che troverebbe un ostacolo irremovibile sulla strada delle elezioni anticipate: il niet di Giorgio Napolitano. Attenti osservatori delle cose del Colle dicono che Renzi "non può fare niente" perché conosce bene l’orientamento del presidente della Repubblica. Il quale piuttosto che sciogliere le Camere sarebbe disposto a dimettersi prima lui e lasciare l’incombenza al successore. Scenario abbastanza complicato anche se non inverosimile.

È ovvio che la grinta del "rottamatore" lo portebbe naturalmente a provarci, ma il premier-segretario sa bene che con Napolitano non potrà forzare la mano. E così la guerra dei nervi dei due Pd sembra destinata a procedere a lungo. Con una tattica di logoramento reciproco. Da un lato Renzi che sfida l’opposizione interna ad andarsene ("Se se ne vanno non ci perderò il sonno" ha ribadito) contando sul fatto che alla fine arrivi a più miti consigli, rendendo però sempre meno credibile la portata delle minacce di scissione. Dall’altro lato la sinistra interna, raggruppata in varie anime, che lancia al premier una sfida simmetrica che suona più o meno così: sei tu che minacci la scissione, ma noi non ce ne andremo, saremo la tua spina nel fianco.

Stefano Fassina, uno dei principali oppositori, a Panorama.it lo dice chiaramente: "Renzi vorrebbe che noi ce ne andassimo? E noi invece restiamo!". L’ex viceministro all’Economia, esponente di punta della segreteria di Pier Luigi Bersani, lo dice sorridendo, facendo spallucce, ma la sua frase suona come una evidente minaccia per Renzi. Tanto più alla vigilia dell’arrivo del Jobs act alla Camera. Il provvedimento dovrà passare prima per le forche caudine della Commissione Lavoro, presieduta da Cesare Damiano, esponente di spicco della minoranza, che alla "Lavoro" è maggioranza. Se il premier sarà costretto, come sembra, a mettere la fiducia, cosa accadrà? Tra bersaniani, dalemiani, cuperliani, quel che resta dei lettiani a Montecitorio si contano un’ottantina di deputati.

Fassina ha già annunciato, in un’intervista a Panorama.it, che se nel provvedimento non ci saranno modifiche rispetto al Senato e quindi se innanzitutto non verrà messo nero su bianco che l’articolo 18 sopravviverà anche per i licenziamenti disciplinari, come Renzi aveva promesso alla direzione del Pd, lui il Jobs act non lo voterà. C’è da aspettarsi che alla fine il premier arriverà a una mediazione, come prevede Giovanni Toti consigliere politico di Silvio Berlusconi, e che gli ottanta dissidenti facciano come i trenta senatori che votarono per “responsabilità” sì al provvedimento. Ma la guerra di logoramento tra i due Pd ha una posta in palio che va oltre il Jobs act. E riguarda l’identità del Pd.

Anche se Renzi sa bene che Napolitano non lo manderà alle elezioni anticipate, il suo obiettivo è quello di distinguersi ogni volta dalla sinistra interna per gettare le basi del suo Partito della Nazione, quella nuova Dc che vuole andare a pescare nel voto dei moderati, a cominciare quindi dal serbatoio di Forza Italia. Alzare ogni volta i toni con la sinistra radicale e con il sindacato gli serve per smarcarsi dalle posizioni estreme, sia a sinistra che a destra. Insomma, le famose ali da tagliare per costruire il suo nuovo grande centro.    

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