Marta Russo: in un libro una nuova ipotesi sulla morte

A 20 anni dall'uccisione della studentessa romana, un saggio di Vittorio Pezzuto lancia un'inquetante ipotesi: l'omicidio potrebbe essere stato causato da uno scambio di persona

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La copertina del libro "Marta Russo: di sicuro c'è solo che è morta"

Maurizio Tortorella

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La mattina del 9 maggio 1997, a Roma, poco prima di mezzogiorno una pallottola colpisce alla testa la studentessa Marta Russo, appena 22 anni, mentre sta passeggiando in un viale dell’Università “La Sapienza”. La sua morte, avvenuta quattro giorni dopo, desta grande clamore in tutta Italia. Chi ha ucciso la ragazza, e perché? Gli inquirenti si convincono presto che a sparare sia stato Giovanni Scattone, un dottorando in giurisprudenza, con la complicità del collega Salvatore Ferraro. Il loro movente? Nessuno. Paradossalmente, però, è proprio l’assenza di un movente a inchiodarli. Ad accusarli sono testimonianze controverse e una particella di bario e antimonio trovata sulla finestra dell’aula 6 dell’Istituto di filosofia del diritto.

Esattamente a 20 anni di distanza, il caso Marta Russo resta però una storia quasi incredibile, oscura e sfuggente ma anche rivelatrice di un certo tipo di magistratura e di un certo tipo di giornalismo. Se ne occupa ora Vittorio Pezzuto, giornalista e autore di altri libri di denuncia, in un ponderoso saggio analitico.

Il libro ha un titolo che riecheggia l’attacco di un famoso articolo di Tommaso Besozzi, mitico inviato di nera, spedito dal settimanale Europeo sulle tracce dei veri assassini del bandito Salvatore Giuliano: Marta Russo: di sicuro c’è solo che è morta (664 pagine, disponibile su Amazon dal 19 aprile, in versione sia cartacea, a 16 euro, sia e-book a 7.99 euro).

Scritto con lo stile di un legal thriller e basato su una mole imponente di documenti, il saggio ripropone per la prima volta le fasi dell’inchiesta e i diversi colpi di scena nei diversi gradi del processo che nel 2003 portarono alla condanna dei due giovani, che sempre si sono proclamati innocenti. Ma soprattutto, sia pure vent’anni dopo l’omicidio della povera Marta Russo, arriva a una conclusione sconvolgente su un caso che per larga parte dell’opinione pubblica resta ancora inspiegabile.

Studiando gli otto faldoni contenenti i documenti dell’inchiesta e del processo (interrogatori, perizie balistiche, intercettazioni ambientali e telefoniche, trascrizioni delle udienze in Corte d’assise), tutti i lanci dell'agenzia Ansa sul caso dal 1997 al 2015 nonché circa 8 mila articoli ed editoriali apparsi sui maggiori quotidiani e periodici, Pezzuto (che in passato ha scritto per Sperling&Kupfer di Applausi e sputi, una biografia “definitiva” e controcorrente di Enzo Tortora), è convinto che la verità processuale sia del tutto lontana dalla verità fattuale.

Pezzuto, però, non si limita a mettere uno accanto all'altro i mille dubbi sul verdetto che nel 2003 ha visto Scattone e Ferraro condannati a pene peraltro miti e di per sé apparentemente irragionevoli per un omicidio, sia pure colposo: 5 anni e 4 mesi di reclusione per Scattone (cui è stata addirittura accordata la riabilitazione penale e accordato il diritto a insegnare); 4 anni e 2 mesi per Ferraro.

La sua è di fatto un'inchiesta parallela e diversa rispetto a quella compiuta in primo grado fdall'allora procuratore aggiunto di Roma, Italo Ormanni, e dal sostituto Carlo Lasperanza.

Pezzuto infatti pare convinto di avere trovato, se non le potenziali prove di uno scambio di persona, quanto meno una serie di indizi concentrici: a morire, 20 anni fa, a Roma, avrebbe forse dovuto essere una ragazza messinese di 26 anni, iscritta al terzo anno fuori corso di Giurisprudenza alla Sapienza. "Sarebbe sarebbe stata lei e non Marta Russo il vero bersaglio di quel maledetto colpo di pistola", scrive Pezzuto nel libro.

Del resto, le due ragazze potevano essere confuse: stessa lunghezza e colore dei capelli, stessa carnagione chiara, stesso sguardo, altezza e corporatura molto simili. E il movente? Qualcosa di assai più credibile di uno sparo a caso: la mafia. Scrive Pezzuto: "I sicari sarebbero giunti dal Sud per attuare una vendetta trasversale contro suo padre, un imprenditore che aveva denunciato per estorsione e usura i criminali mafiosi che gli avevano tolto fino all’ultima lira e che si erano impossessati dei suoi due supermercati".

Il fatto più inquietante è che la ragazza segnala quasi subito i suoi sospetti all'autorità giudiziaria, e viene sentita il 1° luglio 1997. I due pubblici ministeri romani che seguono il caso, però, non si convincono della tesi. Così la ragazza e suo padre si rivolgono anche al sostituto Carmelo Petralia, alla Procura di Messina. "I boss ci hanno rintracciato anche a Roma" gli dicono. "Per l’agguato potrebbero aver scelto l’Università dove quasi ogni giorno io percorrevo lo stesso tragitto fatto da Marta". Il verbale però viene inoltraro alla Procura di Roma perché competente sul caso e viene archiviato.

Non basta. Perché c'è addirittura una seconda pista alternativa: in questo caso si tratta di una giovane di Frosinone, studentessa alla Sapienza di Roma e a sua volta assai simile a Marta Russo, il cui padre aveva presentato denunce ed esposti contro una serie di personaggi in qualche modo "pericolosi" della città, tanto da avere ricevuto numerose minacce.

"La nostra è una pena che non finirà mai" ha dichiarato con amarezza Donato Russo il 29 gennaio 2007, alla cerimonia di inaugurazione della nuova tomba monumentale che da allora raccoglie i resti della figlia, al cimitero del Verano. Sulla lapide, scrive Pezzuto, c'è la foto di Marta, quella che abbiamo imparato a conoscere: "Un volto dai tratti regolari, coi capelli biondi lisci scriminati al centro, la promessa di un sorriso disegnata da labbra rosse e sottili. E occhi chiari, profondi e quieti, che continuano a interrogarci sulle ragioni misteriose del suo assassinio. Ancora oggi non riusciamo a risponderle. Sappiamo soltanto che purtroppo, in tutta questa storia, di sicuro c’è solo che è morta".

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