Esteri

Europa: a che cosa serve innalzare muri e steccati?

Soffia il vento del malcontento, della paura e dei nazionalismi nel cuore del vecchio continente. Per colpa di una politica miope e senza orizzonti

 

 “Non bastarono le Alpi, figurarsi il Vallo di Adriano e le Mura Aureliane a contenere l’urto del nord e l’immensa mole di Goti e Vandali, degli Unni e dei loro fantasmi ancora annidati nel sottofondo irrazionale delle nostre ipocondrie” scrive stamani Alessandro Giuli sul Foglio. E a buon diritto, aggiungeremo noi.

In questi tempi incerti, noi cittadini di un’Europa mal governata e assai poco patriottica, osserviamo crescere, insieme a una politica miope e orfana di quelle certezze e di quegli orizzonti ideologici che furono la salvezza e la disperazione delle generazioni del Novecento, uno strisciante dispotismo. Una forma di prepotenza dei governi sulla società, spesso solo inconsapevole, che tuttavia s’impone all’ordine del giorno ogni qual volta la cultura soccombe alla superficialità e che trova quale unica soluzione la violenza e la presa di distanza dalle nostre più recondite paure. Che, aggiornate al 2015, si chiamano default economico e assalti migratori.

 Come i manganelli economici della Troika si abbattono sui Paesi non allineati alle ferree regole UE, così quelli delle forze dell’ordine, ultimo e forse unico argine all’impotenza della politica, si abbattono sugli ultimi, cioè gli extracomunitari, in assenza di regole e leggi chiare.

 In un’epoca in cui la politica sembra aver abdicato al ruolo di guida delle masse, sono i piani B e C gli unici a funzionare, quelli cioè della contingenza. Ma sono un po’ come le toppe che un tempo la mamma ci metteva sui pantaloni bucati. E non bastano certo a risolvere il problema, servono solo a rinviare e temporeggiare.

 È così che, in assenza di buone idee e di decisioni di ampio respiro, i governi provvedono a erigere muri - veri o ideali - che ci proteggano e ci separino da loro, gli “altri”. Chi è stato quel folle che ha inventato il proverbio “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”? Pare sia una traslitterazione di un concetto di Seneca. Ma lo stesso filosofo latino diceva anche Dum differtur, vita transcurrit ovvero “Mentre si rinvia, la vita passa”. Così, mentre i governanti si mantengono al potere, i popoli non ne traggono alcun vantaggio. E i migranti muoiono a migliaia.


Eppure i dati dell’OCSE indicano come il trend delle migrazioni verso l’Unione Europea da Paesi terzi sia stato in calo fino al 2012 del 12%, seguendo una decrescita costante cominciata già nel 2008

 

Tutti i muri del mondo
Dicevamo dei muri. È divenuto un caso la costruzione annunciata in Ungheria di un argine contro l’immigrazione clandestina: un muro alto quattro metri (forse più) e lungo 175 chilometri per separare il confine dalla Serbia, Paese da cui ogni anno entrano centinaia di migliaia di clandestini. Più di quelli che raggiungono le coste siciliane dal Mediterraneo, comunque.

 L’UE s’indigna e tuona contro questa soluzione. Il che appare un bel po’ ipocrita, dato che essa stessa propaganda fermezza sui respingimenti - vedi la Francia a Ventimiglia - e dice “no” alle quote di migranti proposte dal governo italiano. Vale la pena ricordare che oggi ben altri muri separano inutilmente popoli e nazioni, tanto in Europa quanto in tutto il resto del mondo.

 Calais, alla frontiera francese con il Regno Unito. In Irlanda del Nord, dove le cosiddette “linee della pace” continuano a separare le comunità cattoliche da quelle protestanti. A Cipro, dove 180 chilometri di filo spinato separano i turchi dai greco-ciprioti. Tra Ceuta e Melilla, dove Spagna e Marocco sono separate da una ventina di chilometri di barriere, così come 33 km di muro separano il confine sensibile tra Bulgaria e Turchia.

 Per non parlare del resto del mondo: in Cisgiordania, un muro alto fino a 8 metri, con tanto di recinzioni, filo spinato, fossati e checkpoint, separa Israele dalle popolazioni palestinesi. In Arabia Saudita il confine con l’Iraq è protetto da 800 km di recinzioni elettrificate e dotate di sensori ultratecnologici, mentre è in via di sviluppo un’altra barriera per separare lo Yemen.

 In Iran, una barriera di 900 km separa la Repubblica degli Ayatollah dall’Afghanistan e un'altra barriera la separa dal Pakistan. Quest’ultimo a sua volta separato dall’India grazie alla cosiddetta “linea di controllo” che divide la regione contesa del Kashmir e forma la più grande barriera mai vista, lunga ben 3.300 chilometri.

 Lungo il 38esimo parallelo, anche Corea del Sud e Corea del Nord sono separate sin dal 1953 dal confine più militarizzato al mondo. E nel Sahara Occidentale sei diversi muri separano Marocco e Mauritania e le terre del popolo Sahrawi (senza contare le mine antiuomo). Per non parlare di Botswana-Zimbabwe, Israele-Egitto, Egitto-Striscia di Gaza, Messico-Stati Uniti e altri ancora.

 

I nazionalismi crescenti
Come a dire che nel mondo sono più le barriere che i liberi passaggi. Dunque, proprio l’Unione Europea, che ha visto cadere il muro di Berlino e il mondo che esso rappresentava, e che sull’inclusività e sull’abbattimento delle frontiere ha fondato la propria ragione d’esistere, fino a includere tali concetti nel proprio nome (“Unione” non significa proprio questo?), oggi quella stessa Unione Europea rischia di crollare per un muro invisibile ma non meno invalicabile.

 Una barriera d’indecisioni e meri interessi nazionali che rinfocola nazionalismi e fascismi che credevamo sopiti, e che invece ancora oggi sono capaci di risvegliare le masse addormentate dal benessere economico ma che, al progressivo diminuire di questo stesso benessere, si riscoprono improvvisamente terrorizzate e in fondo anche un po’ razziste.

 È anche per questo che, dalla Polonia alla Francia, dall’Ungheria al Regno Unito, dalla Scandinavia all’Ucraina (dove tra l’altro potrebbe sorgere il prossimo muro) fino all’Italia, dove la Lega Nord coerentemente strepita contro gli immigrati e dove Beppe Grillo paragona questi ultimi ai topi (salvo poi correggersi), le destre e gli estremisti imbarcano voti e sostenitori, facendo leva sulla paura e sul malcontento.

Ma è logico che sia così. Una politica che non sa agire e proteggere il proprio popolo alimenterà solo diffidenza nei propri confronti e il desiderio di veder crescere un nuovo e diverso “ordine” delle cose. Ne risentiranno certo la libertà e concetti ormai appannati come uguaglianza e fraternità (copyright francese), mentre ne approfitteranno le correnti di pensiero che tornano a inneggiare ai totalitarismi del secolo scorso.

 Eppure, i costanti flussi migratori che lambiscono le nostre coste riversandosi dove capita, non sono così ingovernabili come si vuol far credere. Nell’era della dittatura delle statistiche, vale la pena sottolineare i dati dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che indicano come il trend delle migrazioni verso l’Unione Europea da Paesi terzi sia stato in calo fino al 2012 del 12%, seguendo una decrescita costante cominciata già nel 2008.

La sfida europea per il futuro
I flussi migratori sono dunque la sfida del futuro. Una sfida di civiltà. Su questo si gioca la credibilità dei governi e i destini sia dell’Italia che dell’Europa tutta. Ogni volta che noi iniziamo a costruire nuovi muri e barriere, infatti, togliamo al contempo un mattone al sogno europeo.

Se un tempo l’Europa era il futuro possibile verso cui era naturale tendere, oggi questo sogno è tale solo per i clandestini che, al loro risveglio, scoprono invece di essere finiti dentro a un incubo che noi abbiamo confezionato per loro.

 Attenzione, però. Se non bastano i mari e i deserti a fermare i migranti, come possiamo pensare che la soluzione sia un altro muro? Ogni volta che alziamo una barriera, fisica o culturale che sia, alimentiamo l’odio e la vendetta di chi ha ideali e desideri ancora più forti dei nostri. E che quel muro promette di abbatterlo. Vi dice niente l’ideologia dello Stato Islamico?

 

 

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