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Bob Dylan conquista Roma - La recensione

Tutto esaurito alle Terme di Caracalla per il concerto del leggendario cantautore di Duluth

Bob Dylan

Bob Dylan – Credits: Getty Images

In oltre cinquant’ anni di carriera Robert Allen Zimmerman, da tutti conosciuto come Bob Dylan, ha attraversato la storia del folk e del rock sorprendendo sempre i critici e i fan con i suoi continui cambiamenti di stile. Appena si aveva l’impressione di averlo inquadrato in una definizione, eccolo pronto a smentirla, sparigliando di nuovo le carte con un nuovo album, sorridendo mefistofelico dietro la sua maschera enigmatica e sfuggente.

Dylan è il cantautore più influente della storia del rock, che da portavoce del movimento pacifista degli anni Sessanta, quasi suo malgrado, è diventato via via un’icona di straordinario carisma.

Il menestrello di Duluth ha raccolto l’ideale testimone dai suoi idoli giovanili Woody Guthrie e Pete Seeger e l’ha passato ad almeno due generazioni di cantautori. John Lennon, l’anima colta dei Beatles, ha riassunto bene la sua importanza: «Dylan ci ha indicato la direzione».

Alcuni critici hanno evidenziato come Elvis Presley abbia portato la fisicità nel rock, mentre Dylan ha portato la parola.

Premesse necessarie per capire l'attesa quasi messianica che ieri sera si respirava nello splendido scenario delle Terme di Caracalla dove, accanto alle pantere grigie che hanno seguito l'evoluzione del cantautore nei decenni, erano presenti numerosi ventenni che, realisticamente, vedevano il Mito per la prima volta.

Chissà se i più giovani erano al corrente dei due topoi dei concerti di Dylan: pochissimo spazio in scaletta ai classici e, nei rari casi in cui essi siano proposti, arrangiamenti così diversi dagli originali da renderne difficile l'identificazione.

Tra i 20 brani in scaletta, alla fine, soltanto due saranno quelli composti negli anni Sessanta, altri due estratti dall'album cult Blood on the tracks del 1975, per il resto tutte canzoni dal 1998 in poi, con una netta prevalenza da Tempest del 2012, il suo ultimo disco di inediti.

Alle 21.03 ha fatto il suo ingresso la band, formata da Stu Kimball alla chitarra acustica, Tony Garnier al basso e al contrabbasso, George Receli alla batteria, Charlie Sexston alla chitarra elettrica, Bob Dylan al piano e all’armonica e Donnie Herron alla chitarra orizzontale slide, al violino e al banjo. Con questa formazione Dylan ha registrato tutti i suoi album più recenti, da Love and Theft del 2001 in poi.

Il bardo di Duluth si materializza qualche secondo dopo, tutto vestito di nero e con un panama bianco, accolto dalla standing ovation del pubblico di Carcalla. Lui, come sempre, non dice una parola e inizia a cantare.

I primi due brani sono Things Have Changed, canzone premiata con l’Oscar nel 2001 con la quale ultimamente apre i concerti e il classico She belongs to me del 1965, che qualcuno attribuì erroneamente alla fine della sua love-story con Joan Baez. In essi Dylan canta male, con una voce più gracchiante del solito e con un atteggiamento quasi indisponente, con la mano al fianco come per dire "Non vedo l'ora che finisca".

Tra gli spettatori, che hanno pagato dai 70 a i 120 euro, inzia a serpeggiare il dubbio che il cantautore sia di cattivo umore e che il concerto non sarà all'altezza della sua fama.

In Beyond Here Lies Nothin' la voce va leggermente meglio, mentre la band mostra un sound compatto e fluido a cavallo tra blues, rock, folk, boogie, alternative country e bluegrass.

Nella languida Workingman's Blues #2, tratta da Modern times del 2006, accade all'improvviso la magia: il cantato è più controllato e rotondo, da consumato crooner, con la giusta dose di calore.

Va ancora meglio nel delizioso Duquesne Whistle, primo estratto da Tempest del 2012, ricco di swing e intepretato in alcuni momenti con il fervore del rocker ribelle della metà degli anni Sessanta.

Eccellente anche la nuova veste del classico Tangled Up in Blue, uno dei brani di punta di Blood on the tracks del 1975, più lenta e calda rispetto alla versione originale.

La prima parte del concerto si chiude con l'incantevole Full Moon and Empty Arms, omaggio a Frank Sinatra dall'ultimo album Shadows in the night, reso ancora più suggestivo dalla luminosa luna che faceva capolino sopra le rovine romane.

"Ok, ci vediamo a breve dopo la pausa", farfuglia Dylan prima di riconquistare velocemente i camerini.

La pausa si prolunga per oltre 20 minuti, quando il battito ritmico delle mani richiama la band sul palco. Si riprende con il blues polveroso di High Water (For Charley Patton), cui segue Simple Twist of Fate, anno 1975, accolta da un applauso a scena aperta, arrangiata in pieno stile West Coast.

Early Roman Kings, altra gemma di Tempest, esalta gli spettatori per il suo incedere torrenziale, mentre Dylan riesce a toccare le corde più profonde nell'emozionante interpretazione, da consumato crooner, di Forgetful Heart.

Il cantautore appare in uno stato di grazia anche nella swingante Spirit on the Water, ripescata da Modern Times del 2006, mentre nelle successive Scarlet Town e Soon After Midnight risulta un po' monocorde.

Grandi emozioni caratterizzano anche Long and Wasted Years, una canzone che sembra uscita da un romanzo di Raymond Carver per il suo racconto minimale dedicato alla vita di coppia e ai suoi fallimenti. Lui si lamenta di lei, stanno ancora insieme, ma la storia è ormai agli sgoccioli. Alla fine una speranza: solo chi ha pianto insieme può di nuovo camminare insieme. Riproviamo.

Uno dei momenti più alti della serata è rappresentato dallo standard Autumn Leaves, reso immortale da Yves Montand, dove Dylan fornisce una lezione di interpretazione, classe e stile ai tanti urlatori fuoriusciti dai talent show, come a dire: "non sono importanti le note alte, ma quelle necessarie".

Scatta, inevitabile, la standing ovation, la band si ritira per un paio di minuti, giusto il tempo di riprendere fiato, ed ecco il bis.

Arriva il tanto sospirato classico, l'iconico Blowin' in the Wind, talmente diverso dalla versione originale da essere riconosciuto subito soltanto dagli spettatori più smaliziati.

Il concerto si chiude dopo quasi due ore con la sensuale Love Sick, utilizzata in una campagna pubblicitaria di Victoria's Secret interpretata da Dylan stesso insieme alla statuaria Adriana Lima.

Ennesima standing ovation, Dylan fa un cenno di saluto con il capo e rientra nei camerini.

Non ci spiegheremo mai le ragioni perchè un artista del suo calibro rinunci a buona parte del suo incredibile repertorio di classici, ma Robert Allen Zimmerman, anche nei brani degli ultimi 15 anni, conserva un carisma, un'intensità e una verità che non hanno paragoni con nessun altro cantautore contemporaneo.

Ci è piaciuto, in particolare, nell'inedita veste di crooner, un curioso mix tra Tom Waits, Leonard Cohen e Paolo Conte.

Alla sua espressione corrucciata ed enigmatica facevano da contrasto i tanti sorrisi degli spettatori all'uscita dalle Terme di Caracalla, felici di aver visto dal vivo una leggenda di 74 anni, che non vive di ricordi, ma che ha ancora molto da dire e da dare alla musica. Perchè i tempi stanno ancora cambiando.

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