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Economia

Alcoa, l'ultimo coccio di una politica industriale disastrosa

Costi proibitivi dell'energia elettrica, del lavoro e delle materie prime. Così si spegne l'ennesimo impianto. E si toglie ricchezza (e speranza) al Paese

Un operaio Alcoa dà le spalle alle forze dell'ordine in tenuta antisommossa sotto la sede del Ministero dello Sviluppo Economico - Roma, 10 settembre 2012 (Credits: ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Ci vuole un fisico bestiale per rimettere insieme i cocci della politica industriale in Italia. Il caso Alcoa ne rappresenta solo l'ultima, clamorosa riforma. Non si sa se Passera questo fisico ce l'abbia, si sa però che – salvo sorprese – non ha il tempo per provarci sul serio, semmai solo per avviare la macchina. Tanto poco quanto niente.

Perchè l'Alcoa è solo un coccio tra i tanti della politica industriale impossibile del nostro Paese? Semplice: perchè se gli americani vogliono andaresene da Portovesme (dopo essersene andati anche da La Coruna in Spagna e da Aviles in Francia, peraltro) e gli svizzeri della Glencore, dopo un po' di “petting”, hanno scelto di non subentrare, è a causa di almeno tre fattori primari ingestibili, a breve, da qualsiasi governo: il costo dell'energia elettrica, impazzito ovunque ma da noi più caro del 30% sulle medie europee grazie a una politica di liberalizzazioni priva di senso; il costo del lavoro, troppo alto rispetto al potere d'acquisto che lascia nelle tasche dei lavoratori; l'aumento dei prezzi delle materie prime energetiche alla fonte, che si può dribblare solo con una politica infrastrutturale che invece finora l'Italia ha sistematicamente sabotato.

Mentre la protesta di quelli dell'Alcoa si dipana davanti alle telecamere raggiugendo livelli di esasperazione augurabilmente pià rappresentativi che sostanziali, cerchiamo di capire meglio, partendo dal costo dell'energia, cosa “ci insegna” questa vicenda. Si sa che sul costo del prodotto di Alcoa – l'alluminio primario – la voce "elettricità" necessaria a produrlo incide per il 40 per cento. Ebbene, l'Italia ha varato una liberalizzazione elettrica di grandissima portata, costringendo il proprio monopolista storico, l'Enel, a dismettere la metà della propria capacità produttiva (ben la metà!) e scorporando da esso la gestione degli elettrodotti, per evitare favoritismi a vantaggio del gruppo pubblico e contro i suoi concorrenti.

Risultato, l'Enel – dopo aver rischiato di andare a sbattere – è riuscito, sotto la guida prima di Paolo Scaroni e poi di Fulvio Conti, a recuperare all'estero la capacità produttiva scippatagli in Italia, mentre in Italia sono entrati a gamba tesa sul mercato alcuni grandi gruppi pubblici stranieri, primo fra tutti il francese Edf, che si sono accaparrati grosse fette di mercato. Tutti, naturalmente, fingendo di farsi concorrenza sui prezzi e in sostanza spartendosi la clientela. Risultato, il kilowatt costa di più, il 30% quasi sulla media europea. Un autogol.

Cosa poteva invece far scendere il prezzo dell'elettricità? Semplice: una maggiore diversificazione delle fonti energetiche, soprattutto il gas, se il Sistema Paese avesse avuto la consapevolezza di consentire la moltiplicazione degli impianti di rigassificazione, quelli che servono ad attingere il gas dalle navi metanifere, in modo da poterlo comprare anche sui mercati dove conviene di più e non dipendere più da Arabi e Russi. E invece, dopo il rigassificatore di Rovigo, quello di Brindisi, prenotato da British Gas, è naufragato e gli inglesi si sono ritirati in buon ordine; e addirittura la Regione Abruzzo ha varato una legge regionale (subito impugnata dal governo), per bloccare la costruzione del metanodotto Ionio-Padania...

E poi c'è il tema del costo del lavoro, incrociato con quello della bassa flessibilità. La verità è che sul salario grava una pressione contributiva, tra fiscale e previdenziale troppo alta, una vera istigazione a delinquere per i singoli o soggetti piccoli, e comunque un grosso problema bilancistico per le società più grandi.

A questo punto, quando perfino il ministro in carica, sia pur accademicamente, denuncia questa patologia e il ministro responsabile, il “signor No” del Tesoro, Vittorio Grilli, dice appunro “no”.... per i lavoratori dipendenti non resta che fare buon viso a cattivo gioco. Quanto alla flessiibilità: chi ne decanta le virtù risolutive, faccia un giro in Sardegna e si chieda cosa si può consigliare agli 800 di Portovesme perchè lascino l'Alcoa e si trovino da soli un altro posto...

C'è ancora tempo, in teoria: l'impianto non verrà spinto prima di fine anno e forse per quella data qualche gruppo straniero alternativo potrebbe essersi fatto avanti. Ad oggi non è successo.

E con le premesse che abbiamo ricordato, è ben difficile che succeda domani.

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