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Wislawa Szymborska: cari radical, la vostra poetessa non è un santino

Celebrata da Roberto Saviano, divenuta icona dell’italica intellighenzia, nasconde però un imbarazzante passato

di Marco Filoni

L’imbarazzo tramandato: sarebbe un bel titolo per questa storia. Tutto comincia con qualche poesia. "Le domande sono severe/ ma così devono essere/ per chi ha scelto/ la vita da comunista" recita Entrare nel partito. Poi Lenin: "Ha costruito solide fondamenta/ La tomba dove riposa/ questa nuova umanità". Non si tratta di Vladimir Majakovskij, bensì della poetessa polacca Wislawa Szymborska, in Italia assurta a santino di certa intellettualità soltanto perché letta e omaggiata in tv da Roberto Saviano. Ora, l’imbarazzo è comprensibile. Soprattutto in poesie come quella intitolata Un giorno e dedicata alla morte di Stalin: "Le lettere inflessibili non riescono a mostrare/ la mia mano tremante,/ il dolore che mi piega/ non riescono a cancellare le mie lacrime".

Ma quel sentimento è legittimo nella poetessa. Nata nel 1923, come molti intellettuali polacchi nel dopoguerra abbracciò il realismo socialista imposto dall’Unione Sovietica (forse anche perché la sua prima raccolta fu censurata, nel 1949, perché "non possedeva i requisiti socialisti"). Nulla di strano dato il contesto. Poi se ne distaccò, entrò in contatto con i dissidenti, e prese le distanze dalle scelte compiute in quanto "peccato di gioventù" (ma aveva già 29 anni). Come scrive Francesco Maria Cataluccio, validissimo studioso di autori polacchi, la poetessa "ha sempre impedito che venissero ripubblicate (…) la maggior parte delle poesie scritte prima del 1956, tra le quali un elogio per la morte di Stalin (“La scrissi col cuore più sincero; sono cose che oggi non si possono capire”)". Infatti non si trovano in alcuna edizione.

Ben si capisce la volontà dell’autrice. Eppure, c’è una sorta di velo ideologico su queste poesie incriminate. Altrove si conoscono e se ne parla, senza imbarazzo. L’Economist ne ha scritto senza troppo ritegno, celebrando la sua importanza premiata dal Nobel nel 1996, non censurando però un fatto storico (di più: l’Economist aggiunge che in Polonia non le hanno mai perdonato d’avere sottoscritto una petizione a sostegno di un processo contro quattro sacerdoti).

Wislawa Szymborska è stata e rimane un’immensa poetessa. Questi fatti nulla tolgono alla sua opera. Tuttavia, vi è una certa ipocrisia, tutta italica, nel constatare questo dato storico. Come se, visto che la poetessa è diventata icona e musa d’intellettuali impegnati, non le fosse concesso d’aver preso una decisione sbagliata e poi averla rinnegata. Sembra che queste poesie circolino, fra redazioni e case editrici. A noi sono arrivate anonimamente (ma la loro veridicità è stata confermata). Non parlarne, tenerle nascoste, e magari tirarle fuori per usarle al momento opportuno, significa non rendere un buon servigio alla poetessa. E alla verità storica.

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