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Toh, mi si è sbriciolato l’opinionista

Scalfari, Zakaria, Ostellino... Oggi i maître-à-penser crollano perché il peso del pregiudizio non gli fa più vedere la realtà

Fareed Zakaria, opinionista-star del settimanale Time, lo ha ammesso: un suo articolo sul controllo delle armi ha somiglianze eccessive con un pezzo sullo stesso tema comparso sul New Yorker. Da noi si chiama plagio ed è un peccato in cui cadono anche i migliori. Nel 2007 interi brani dell’Ospite inquietante di Umberto Galimberti, filosofo della storia ed editorialista dell’Espresso, risultarono presi di peso da Sesso droga e filosofia di Giulia Sissa.

È vero che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole, tuttavia esiste un confine fra l’ispirazione e il copia e incolla.

Che l’editorialista puro pecchi ormai di solipsismo? Che ritenga il lavoro altrui svolto sul campo materiale grezzo a cui dare nobiltà di pensiero? Che sia insomma afflitto da una sindrome di presunzione? Gli opinionisti, molto affezionati ai propri giudizi e pregiudizi, riescono in effetti a prescindere dalla complessità del reale: il giudizio precede la descrizione.

Michele Serra riassumendo la sua opinione su Twitter scrive che gli «fa schifo», che «è un cicaleccio impotente». E pazienza se anche la sfera del potere e la comunicazione politica vi si sono acquartierate, se i social network sono il crocevia delle nuove generazioni. I disgusti sono disgusti. Non si discutono. Come i profluvi oracolari di Barbara Spinelli che da Parigi (il picco da cui l’editorialista di Repubblica guarda il mondo) scendono su Roma. Tanto era ripugnante l’Italia berlusconizzata che il giudizio sulla condotta del presidente in merito alla cosiddetta trattativa Statomafia va al di là del bene e del male. «L’autorità che ha acquisito Napolitano chiudendo gli anni berlusconiani non si cancella, e l’improprio favore che dal Quirinale è venuto a Mancino non l’indebolisce oltremisura».

Il favore è «improprio» ma le virtù acquisite cancellano la colpa. Pura soggettività assolutoria. Il metodo si ritrova a volte nelle campagne a prescindere contro la magistratura o, a parti invertite, a suo totale supporto. Ilva e caso Napolitano compresi. Il vantaggio del giudizio a priori evita la fatica di osservare le sfumature del grigio. È la stessa logica che induce Eugenio Scalfari alla difesa a priori del Quirinale. Grande accusatore di Segni, Leone e Cossiga, Scalfari non s’era mai posto così seriamente il problema della ragion di stato. La stessa che oggi lo fa essere sicuro che il presidente abbia parlato con Mancino «solo di cose lecite».

La Realpolitik appunto. Che sembra aver folgorato anche il liberalissimo Piero Ostellino: «Quando la politica ricorre alla ragion di stato» dice l’editorialista del Corriere della sera «ritiene nella sua autonomia che sia meglio infrangerla perché rispettarla produrrebbe effetti peggiori». Da Friedrich von Hayek a Niccolò Machiavelli.

A proposito, tra qualche mese Il Principe di Machiavelli compirà 500 anni. Un’occasione per ripassare quel monito sull’oggettività dell’analisi contenuto nel trattato: «È più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa». Sarà per questo che la quotidiana nota politica di Stefano Folli sul Sole 24 ore è più illuminante di 10 editoriali?

Sempre a proposito di «verità effettuale» e «immaginazione»: tra gli analisti economici e gli editorialisti che oggi auscultano la crisi ed elargiscono ricette per uscirne sono molti quelli che non s’erano accorti che la crisi stava arrivando. Scrive Alberto Alesina il 27 settembre 2007: «Non ci sarà nessuna crisi del 1929... Non vedo in arrivo lo scoppio di una bolla come quella della new economy». Un mese prima, l’altro dioscuro degli economisti del Corriere, Francesco Giavazzi, sdrammatizzava il default della Northern Rock: «La crisi del mercato ipotecario americano è grave ma non si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata». Infatti.

In compenso a chi, come Geminello Alvi, la crisi l’aveva vista addensarsi all’orizzonte, preconizzando l’ictus della finanza globale, si elargivano patenti di stravaganza.

«Il prezzo della ricchezza, siano case o titoli di stato, è troppo cresciuto» scrive Alvi sul Corriere economia il 20 febbraio del 2006 «dollari e yen stampati in questi due decenni sono divenuti una ricchezza sproporzionata ai redditi. Le famiglie americane hanno comprato dei derivati e non lo sanno, mentre i prezzi delle case a copertura danno già segni di cedimento».

Leggeva gli astri Alvi? No, osservava la realtà senza il filtro dell’ideologia. Il «metodo Tobagi» lo chiamava Leonardo Sciascia: andare, vedere, consentire alle cose di parlare.

È una notte d’estate del 1979, Walter Tobagi è nella sua casa di Milano a ragionare con l’amico Giuseppe Baiocchi su cosa vuole dire fare il giornalista: «Ricordo che lui diceva che ciascun cristiano in fondo è anche un po’ giornalista. E citava quel passo del Vangelo in cui ai primi che arrivano e gli domandano chi è e cosa fa Gesù dà solo una risposta: “Venite e vedete”. “Ecco, andare e vedere” diceva con un sorriso e la voce mite Walter “non è in fondo anche il nostro mestiere?”».  

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