Francesco Canino

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I suoi primi due anni da direttore di Retequattro Sebastiano Lombardi li ha festeggiati il 3 novembre scorso. Non era facile cambiare pelle al canale più regimental e nostalgico del Biscione senza stravolgerne l’identità, invece lui c’è riuscito con fare felpato da decisionista, conquistando la critica e alzando l’asticella degli ascolti. Classe 1970, laurea in Lettere alla Cattolica di Milano, è uomo di numeri (ha un passato nel marketing, anche in Rai) ma ha fatto della passione per il piccolo schermo, mischiata a concretezza e ambizione, uno dei suoi punti di forza. Panorama.it l’ha incontrato nel suo ufficio a Cologno Monzese, tra supereroi come soprammobili e una scrivania dal magistrale disordine (di cui si scusa subito), e ha provato a tracciare un bilancio ma guardando al futuro.

Direttore, il 3 novembre scorso ha toccato i suoi primi due anni al timone di Retequattro. Com’è stato questo biennio?

Decisamente intenso. Ho trovato una Retequattro nobile, che aveva una programmazione per certi aspetti raffinata ma molto strutturata sul cinema. Il contesto aveva accelerato in un’altra direzione e il palinsesto cinematografico era cannibalizzato dal satellite: così ho gestito una rete in transizione verso un canale più strutturato sulle produzioni. A questa transizione avevo partecipato, perché vengo dalla Direzione generale dell’Informazione, ero direttore del Marketing e mi occupavo dell’ideazione dei programmi.

Da Quinta Colonna a Quarto Grado fino alla prima striscia di Dalla vostra parte, lei aveva contribuito a costruire quei prodotti. Da direttore quali sono le prime scelte che ha fatto?

Ho pensato che per recuperare identità la direzione fosse quella. Non è stato facile trovare un nuovo profilo, perché l’anima di Retequattro è abbastanza straordinaria: il pubblico è speciale, è popolare ma ha le idee molto precise e chiede un rapporto forte.

Lei lo ha definito snob.

Il pubblico popolare è snob, perché rifiuta programmi che non entrano in rapporto in maniera convinta con le proprie idee. Cerca cose nette, ha gusti precisi. Per questo ho lavorato per collocare produzioni che avessero un senso e spinto sulla comunicazione delle campagne sociali che coinvolgessero i volti della rete, cui ho chiesto di prendere posizione su temi fondamentali, dalla Shoah al 25 aprile. Volevo una rete calda, di relazione, che cerca un rapporto col pubblico attraverso programmi chiaramente leggibili.

C’è riuscito?

Sì perché sto andando in quella direzione. Ma il bilancio finale lo traccerò solo quando avrò completato quello che ho in testa, per capire se mi sono incontrato col pubblico.

Veniamo ai freddi numeri. C’è stato o no il sorpasso di La7 su Retequattro?

I numeri continuano ad essere un mistero: dovrebbero essere incontrovertibili, invece ognuno riesce con dati veri a manipolare la realtà oggettiva. Cairo ha fatto bene a comunicare come ha fatto, ma la realtà parla di una Retequattro solidissima nel 2016: tutte le generaliste sono in piccolo calo, ma i nostri obiettivi di prime time sono stati raggiunti. La7 ha dei punti di eccellenza, che ammiro e apprezzo, come Crozza e la straordinaria forza di Lilli Gruber e Mentana. Ma non c’è stato alcun sorpasso e non mi interessa la polemica con Cairo: se fossi un editore di un singolo canale forse comunicherei come ha fatto lui.

Quarto Grado, Quinta Colonna, La Settima Porta, Il Terzo Indizio. La sequenza Fibonacci di Lombardi è voluta o è un caso?

(ride) È puramente marketing. Siria Magri, la migliore produttrice interna di programmi che abbiamo per capacità ideativa e costruttiva del prodotto, quando ha cominciato con Quarto Grado si è affezionata alle sequenze: poteva non piacere, invece era di divertente e abbiamo continuato a scommettere sui numeri.

Cosa rappresenta il Costanzo Show per la sua rete?

È la testa di ponte di un cambiamento importante, il punto di saldatura tra la vecchia e la nuova Retequattro.

Perché funziona ancora?

Perché Costanzo in modo ineguagliabile fa informazione e intrattenimento, ha una capacità unica di mischiare i livelli e ha portato sulla rete un pubblico giovane, i 15-25enni, che su Retequattro non si vedeva da tempo. Anche se con poche risorse, siamo tornati a fare intrattenimento.

Non soffre un po’ troppo della contrapposizione diretta con Che tempo che fa? Avete pensato di spostarlo in un’altra serata?

Sulla collocazione abbiamo ragionato molto, anche con lo stesso Costanzo. In altre serate ci sono turbolenze meno prevedibili: la contrapposizione con Fazio è relativamente blanda perché il suo pubblico elettivo è molto diverso da quello del Costanzo Show.

A proposito di brand forti, Forum è uno dei più solidi. Sono in programma degli speciali in prime time?

Barbara Palombelli è una conduttrice di riferimento, per l’approccio e l’assoluto rigore con cui affronta le cose. Il mio sogno è farle fare delle prime serate, ma essendo così importante mai la esporrò a qualcosa che non è alla sua altezza. Ci stiamo lavorando.

A proposito di nuovi arrivi, il colpaccio grosso della stagione è l’ingaggio di Barbara De Rossi. E in questo senso Rai 3 vi ha aiutato.

Rai 3 ci sta aiutando anche con i dati, se è per quello. L’idea della De Rossi è di Mauro Crippa: subito ero perplesso, perché non volevo fare la copia di Amore Criminale. In realtà il nostro progetto è diverso e Barbara è una grande donna di televisione: su tutto vince la sua identità e il suo essere in prima linea per la difesa delle donne. L’intensità con cui mi ha coinvolto ha cancellato ogni dubbio.

Dunque Il Terzo Indizio non sarà una copia di Amore criminale?

Non sarà solo un programma di testimonianza. Vogliamo portare in Azienda un modo nuovo di fare tivù: ho chiesto io che si lavorasse per fare delle instant fiction su episodi che hanno un valore esemplare. In due o tre mesi - con risorse con cui in un altro canale non si accenderebbero nemmeno le telecamere – realizzeremo un prodotto: per fare questo servono professionalità e la De Rossi porta conoscenza.

Saranno incentrate solo sulla cronaca nera?

Le fiction riguarderanno storie d’amore o grandi fatti di cronaca: vogliamo una narrazione a basso costo, inserita in un racconto fatto da un narratore.

Tra le novità in partenza c’è La Settima Porta con Cecchi Paone, che torna al suo grande amore, la divulgazione scientifica. Era tornato al Tg4 come anchormen di punta del Tg4, ma dopo pochi mesi ha lasciato. Cosa non ha funzionato?

Ragioniamo da tempo con Mario Giordano su come torcere l’informazione per farla vivere in una fascia oraria difficile come quella. L’operazione è complicata ma ci stiamo avvicinando per passi: veniamo da un’eredità complessa, un’informazione ultraschierata e con Crippa abbiamo dovuto neutralizzare il tg e da lì abbiamo cominciato a lavorare per ri-identificarla. È una cosa complicata: non ha fatto la differenza il progetto, non Cecchi Paone.

La Settima Porta come sarà?

Volevo lavorare sull’idea della meraviglia e della suggestione. Ci sarà materiale BBC e altro autoprodotto con Vincenzo Venuto, che è appena stato in Norvegia per un documentario spettacolare sulle orche, e Carolina Rey che farà delle cose folli: lei è una bomba di energia. La grande novità è poi il talk sul dibattito scientifico, in studio con Cecchi Paone.

L’innesto di Maurizio Belpietro in Dalla vostra parte come sta andando?

Molto bene, perché è un fuoriclasse. Lui era preoccupato di non passare, si è messo totalmente in discussione: “l’unica cosa da non fare è fare altro da quello che sei”, gli ho suggerito. È rigoroso e ha un’antipatia clamorosa per quelli che “menano il torrone”. Il pubblico ama Paolo Del Debbio perché sa indossare le vesti del popolo e ama Belpietro perché lo sente vicino.

Alcuni critici accusano Retequattro di essere populista. È così?  

Io ho una storia diversa da quella del mio pubblico ma l’esercizio che faccio è quello di capire che cosa per chi guarda Retequattro è importante: non faccio la televisione per me, non faccio “Cortina Incontra”, non faccio il “dibbbatito” o qualcosa per compiacere il pubblico. A volte il modo è approssimativo e facile? Sì, però il pubblico non lo prendiamo mai in giro, cerchiamo di bilanciare contenuto e valore informativo con un lessico leggibile. Del Debbio, che è uomo di grandissima cultura, ci riesce.

Retequattro è la tivù della nostalgia?

Non è la rete della nostalgia ma delle radici. Vogliamo raccontare il mondo che viviamo ma con un occhio al passato.

Ok il prezzo è giusto, la Ruota della fortuna e Il pranzo è servito. Un cardine del suo canale erano i game: come mai non ci sono più?

Non ce li possiamo permettere e forse non è più necessario. Bisognerebbe fare qualcosa di innovativo e strutturato e poi non è una tivù che amo tanto. Io preferisco che Retequattro stia dentro le cose.

Se avesse più budget a disposizione cosa farebbe?

Più concerti, perché sono un modo per raccontare il Paese. E poi vorrei ancora più prodotti dentro le cose che succedono, programmi come Forum che ha le mani dentro la realtà.

È lo strapaese, direbbe qualcuno…

No, non è lo strapaese. È qualcosa di più profondo, è quello che conta per le persone. Se diventa strapaese vuol dire che hai calcato le mani, da noi invece non c’è mai disonestà.

Veniamo ai concerti con Marcella Bella, come cambiano nel 2017?  

Da evento spot abbiamo cercato di trasformarlo in una narrazione del paese attraverso la musica. Lo rilanciamo con il racconto delle città e dei loro protagonisti: penso a Milano, con Gaber e Jannacci, o Bologna con Lucio Dalla.

Un’intuizione ripresa da Rai 1 visto il successo della serata con Mogol.

Con otto volte il budget. L’idea è quella e sono dispiaciuto per non aver avuto le risorse per farne una cosa grandiosa, ma sono contento che Andrea Fabiano – che tra l’altro è un mio amico – abbia capito che era un’idea forte.

A proposito di Fabiano, farebbe cambio di rete e posizione con lui?

Mai. Io gli scrivo in milanese, lui mi risponde in barese, ci prendiamo in giro sui rispettivi incarichi e ritengo che il lavoro che sta facendo è gigantesco viste le pressioni cui deve sottostare. Il mio lavoro è un bellissimo lavoro di editore, lui fa il mediatore, lo stratega, il programmatore: farlo come lo sta facendo lui, a 40 anni, non è da tutti. Chapeau.

Sia lei, direttore di Retequattro, sia quello di Italia 1, Laura Casarotto, venite dal marketing. Cos’avete di diverso dagli altri?

Gli uomini di marketing dovrebbero saper infilare nello stesso sguardo passato, presente e futuro e saper traguardare lo scenario, che è una cosa di una difficoltà estrema. Io penso a quello che sto facendo oggi ma facendolo rimbalzare a sei o dodici mesi. Fino ad ora le cose nelle quali ho creduto hanno avuto un senso e hanno funzionato. Speriamo di essere all’altezza: se non ce la facciamo noi, è un mestiere finito quello del direttore di rete.

Progetti futuri per Retequattro?

In questo momento pensiamo al consolidamento dei brand già in onda, ma in primavera vorrei fare una nuova edizione de La strada dei miracoli, con una torsione più calda, che racconti di più il Paese.

È inevitabile una domanda su Elenoire Casalegno al Grande Fratello Vip. Come ha vissuto la partecipazione di sua moglie al reality di Canale 5?

Esistono due Gf, uno di chi lo vive e uno di chi lo guarda. Per chi sta a casa non è bello, al di là dei gossip che sono funzionali alla macchina televisiva che deve “mangiare vite”. Non è facile stare distanti per 43 giorni, hai sempre la sensazione che la persona che ami venga aggredita. Certo, uno può dire “è stata molto ben pagata”. Ma le emozioni non si pagano.

Guardando in prospettiva: tra dieci anni sarà il direttore di Canale 5?

Per una forma di fragilità, io non guardo mai al mio futuro. È la cosa che mi dà energia. Sono ambizioso ma non penso ad un ruolo, non dico “voglio diventare direttore di Canale 5”: tra dieci anni spero di fare all’ennesima potenza quello che sto facendo adesso. Potrebbe essere l’autore o qualsiasi altra cosa: spero di continuare ad occuparmi di strategie, linguaggi, prodotti e contenuti con la massima autonomia possibile. E la libertà di sbagliare.

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