Dopo la prima stagione di successo, torna la “collezionista di collezionisti” Sabrina Donadel. La giornalista riprende infatti il suo viaggio nell’arte contemporanea con Private Collection, format ideato e condotto da lei stessa, in onda da lunedì 3 aprile alle 20:45 su Sky Arte HD. Alcuni dei più importanti collezionisti italiani apriranno le loro case e daranno ai telespettatori la possibilità di ammirare opere fino ad ora inaccessibili. Il programma si conferma un’incursione esclusiva nei “musei privati” di imprenditori e mecenati come Anna Rosa e Giovanni Cotroneo, le cui opere sono ospiti di musei ed esposizioni nazionali e internazionali, e Alessia Antinori, imprenditrice del vino terzogenita del marchese Piero Antinori, da cui comincia la seconda edizione. L’obiettivo? Accorciare le distanze tra arte contemporanea e pubblico, cercando di eliminare l’alone elitario che spesso circonda quel mondo.

Sabrina, cosa dobbiamo aspettarci dalla seconda stagione di Private Collection?

Cambiano le storie ma il format rimane lo stesso: entriamo in esclusiva in casa dei grandi collezionisti italiani conosciuti a livelli internazionali. Ogni puntata è un capitolo a sé: a seconda di chi incontriamo viene fuori un racconto inedito, perché i personaggi sono completamente diversi, hanno attività, passioni e modalità di collezionare totalmente diverse. Il racconto vive della loro storie e prende un’identità unica.

Curiosità basica: è stato facile convincerli ad aprire le porte delle loro case?

La parola esclusiva torna spesso perché non è facile convincerli. Prima vengo ospitata, li conoscono, poi c’è il passaggio all’apertura delle telecamere, complicata perché entriamo in un territorio privato. A maggior ragione se pensi che si espongono opere che hanno un grande valore. È come entrare in un museo privato. Diciamo che mi piacciono le sfide difficili.

Un luogo comune sull’arte contemporanea che ti piacerebbe sradicare?

Quando ho pensato a questo format, il mio intento era quello di accorciare le distanze tra il grande pubblico e l’arte contemporanea. Quella antica è decodificata, ne riconosciamo il valore, al di là della conoscenza. Sul contemporaneo non è così scontato, c’è un dibattito aperto: con Private Collection cerchiamo di capire perché uno colleziona, cosa gli piace e al tempo stesso comprendiamo meglio gli intenti degli artisti.

Si parte con Alessia Antinori, direttrice della nota azienda vinicola. Cosa vedremo a casa sua?

La sua abitazione romana ospita un mix di artisti più conosciuti e altri più giovani. Ci racconta uno spaccato privato, il suo legame con le opere, tra cui una dell’artista Rosa Barba, che usa la pellicola cinematografica. È interessante vedere come si evolve il rapporto con gli artisti: per alcuni collezionisti rimane un fatto privato, per altri una questione pubblica, tra fondazioni e progetti più pop. Ad esempio Alessia ha ideato l’Antinori Art Project, che sostiene e promuove l’arte contemporanea, con uno spazio dentro la loro cantina nel Chianti.

Il tuo sogno resta quello di entrare nelle case dei collezionisti internazionali?

Il desiderio è quello di aprirsi all’internazionale…magari nella terza stagione, se si farà. Amici galleristi di New York sostengono che sarebbe più semplice, forse anche perché all’estero godono di sgravi fiscali per l’arte che qui da noi non ci sono.

Private Collection è uno dei pochi programmi che tratta di arte. Non pensi che invece il Servizio Pubblico, salvo rare eccezioni, se ne occupi troppo poco?

Si parla poco di cultura in generale. Il pubblico ha bisogno di essere educato alla bellezza e all’arte: io guardavo all’arte contemporanea in un modo mio, molto limitato se vogliamo, ora la mia visione è cambiata. Sto educando il mio occhio, il mio senso estetico. È anche vero che per arrivare a concretizzare un progetto si incontrano molte difficoltà: in questo Sky Arte è un interlocutore perfetto e non ce ne sono molti in Italia.

Prossimi progetti che ti piacerebbe riuscire a concretizzare?

Nel cassetto ne ho molti ma per ora mi concentro su Private Collection: l’ho desiderato, l’ho concepito e adesso ho voglia di accompagnare questo “bambino” nel suo percorso di crescita. Lo considero un progetto di divulgazione culturale: non sono Philippe Daverio o Francesco Bonami, non voglio salire in cattedra ma raccontare un mondo attraverso la storia emozionale di alcune persone.  

C’è un genere televisivo che ti piacerebbe esplorare?

Ho fatto delle conduzioni e da ciascuna ho imparato molto. Sognavo di fare l’inviata di guerra a vent’anni e non l’ho fatto ma sono riuscita ad avvicinarmi a realizzare quello volevo fare. Non mi sento arrivata. Non sono stata in Afghanistan ma ho sempre raccontato storie di persone, le sfumature e l’umanità. Mi piacciono molto le interviste di Maurizio Costanzo, che riesce a realizzare un racconto pubblico ma al tempo stesso intimo. Di sicuro non vorrei condurre un talk: non mi interessa fare l’arbitro di dibattiti altrui.

Ultima curiosità: tuo marito (l’attore Paolo Kessisoglu, ndr) e tua figlia condividono questa passione per l’arte?

Paolo è un attento osservatore. Io me ne occupo, è il mio ambito, lui ha altre passioni ma mi segue ogni tanto. Mia figlia la porto in giro per musei e mostre: in un momento in cui siamo distratti da tutto, è importante circondarsi di bellezza e di arte, ne abbiamo bisogno.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti