Francesco Canino

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Dopo tanta tivù, Corrado Nuzzo e Maria Di Biase sono tornati alla loro prima grande passione, il teatro. Del resto è sul legno dei palcoscenici che sono cresciuti artisticamente, prima dell’incontro fortunatissimo con la Gialappa’s Band che li ha poi lanciati e fatti conoscere al pubblico della tivù generalista. Ultima tappa della lunga tournée è il Teatro Nuovo di Milano, dove saranno in scena fino al 20 marzo prossimo con Gli impiegati dell’amore, lo spettacolo del commediografo francese David Foenkinos, vincitore del “Biglietto d’oro”. Una sfida vinta, numeri alla mano, e l’opportunità ben sfruttata per far conoscere un’altra sfumatura del loro talento, giocando con il romanticismo e la spregiudicatezza. 

Ad un passo dallo sprint finale, il bilancio è d’obbligo. Maria, Corrado: com’è stato questo lungo impegno teatrale?

Siamo molto contenti perché è andata decisamente bene. Era una bella sfida in partenza: il pubblico ci conosce per quello che abbiamo fatto in tivù e Gli impiegati dell’amore è una cosa diversa. Avremmo potuto fare uno spettacolo basandoci sul repertorio di sketch degli ultimi due anni, invece abbiamo scommesso su una commedia.

Come siete arrivati a questo testo?

Grazie ad un colpo di fortuna, com’è capitato diverse volte nella nostra carriera. Siamo appassionati di commedia francese e il traduttore di questo spettacolo, Michel De Virgilio, ci ha contattato attraverso Facebook per chiederci di leggere il testo. Ci è piaciuto e abbiamo comprato i diritti: è molto lontana dal nostro consueto cinismo ed era una bella prova per noi.

Proviamo in estrema sintesi a tratteggiare i due personaggi?

Il tema centrale è il lavoro. Michel è timido e insicuro, non ha avuto molte relazioni. Sylvie invece si è indurita a causa delle storie disastrose che ha avuto: gli uomini la lasciano perché non si sa rapportare con gli altri. Entrambi lavorano in un’agenzia matrimoniale messa in crisi dall’avvento di internet: in questa situazione d’incertezza si conoscono e sono costretti a un viaggio introspettivo.

Si ride e si riflette molto anche sulla sfera di coppia.

Sì, perché lasciarsi andare è difficile, per certi aspetti si ha paura della felicità. Si riflette sulla solitudine, sul divorzio, sulla necessità di uscire dal proprio guscio per affrontare la vita.

A proposito di rapporti di coppia, voi lo siete sia sul lavoro che nella vita privata. Come si fa a trovare l’equilibrio giusto e a non litigare?

In realtà noi vorremo trovare il disequilibrio e lasciarsi (dicono ridendo). Scherzi a parte, la cosa funziona perché ci divertiamo, ridiamo molto – anche di noi stessi - e questo rende il rapporto forte.

Avete dichiarato che vi sposerete solo quando le coppie gay avranno gli stessi diritti di quelle eterosessuali. Boutade o provocazione?

È un gesto politico, anche se forse non importerà a molti. Per ora la Cirinnà è stata approvata solo al Senato e noi aspettiamo l’approvazione alla Camera. Siamo per l’estensione totale dei diritti anche alle coppie gay, incluse le adozioni.

Cambiamo capitolo. Siate sinceri: quanto vi manca la tivù?

La tivù la amiamo ma la facciamo col contagocce e solo se abbiamo delle cose da proporre. Una buona parte del pubblico viene a vederci in teatro perché ci ha visto in televisione, questo è innegabile.

Dopo due stagioni a Quelli che il calcio, quest’anno non siete nel cast: come mai?

Non ci sono state né liti né incomprensioni. La scelta è stata reciproca e siamo in ottimi rapporti con Nicola Savino e gli autori: avendo già comprato i diritti dello spettacolo non potevamo rimandare la tournée di un altro anno, visto che l’avevamo fatta slittare già una volta.

Non ci siete voi ma ci sono quei tre geni della Gialappa’s, che vi hanno lanciato più di dieci anni fa.

Dobbiamo molto alla Gialappa’s e gli saremo sempre grati. Fu Natalino Balasso a portargli la cassetta con un nostro sketch e loro ci presero quasi subito: ci siamo formati televisivamente con i Gialappi e gli vogliamo molto bene.

C’è chi ipotizza un loro nuovo programma, magari proprio a Rai 2. Tornereste a lavorare con loro?

Non escludiamo nulla e per noi sarebbe un grandissimo piacere. Anche in quel caso porteremmo qualcosa di nostro, mantenendo un taglio teatrale, cosa che abbiamo sempre cercato di fare anche in tivù.

C’è qualche altro progetto in ballo?

Con la tivù per ora no. Abbiamo rifiutato qualche proposta perché non ci convinceva. Ma non abbiamo preclusioni da snob: sperimentare ci piace molto.

Qual è lo stato di salute della comicità in tivù?

La tivù è un mezzo che accelera e brucia, il pubblico si annoia in fretta. Zelig è stato forse il picco massimo della comicità ben fatta negli ultimi dieci anni, ma dei tentativi interessanti di trovare un nuovo racconto comico ci sono. Meglio non credere a chi dice che la comicità in tivù soffre: c’è sempre bisogno di ridere, soprattutto in questo momento.

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