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Schwazer, nella mente di un campione

Il mental coach Livio Sgarbi: “Alex ha scelto il suicidio”

Alex Schwazer sul podio di Pechino 2008 (credits: Giorgio Perottino / LaPresse)

Come sempre arriva il momento in cui la delusione lascia spazio alle domande. Alex Schwazer ha sbagliato. Ha tradito se stesso e chi gli stava vicino, e così ha perso tutto. Quello che allora cominci a chiederti è che cosa può aver spinto un campione medagliato, come molti prima di lui, a scegliere la strada peggiore, quella del doping, per raggiungere la vittoria. Vittoria che non è più obiettivo ma obbligo, che si trasforma in angoscia e paura di non farcela. L’allenatore di Schwazer, Michele Didoni, ha detto di non aver capito cosa stesse succedendo al suo atleta. Forse perché quello che stava accadendo ad Alex era invisibile, perché era nella sua testa e nelle sue emozioni. Livio Sgarbi di professione fa il mental coach e nella sua vita ha lavorato con atleti come Clemente Russo e Fabio Fognini per aiutarli a capire quali erano le dinamiche in grado di esprimere tutto il loro potenziale. Per Livio il doping è quello della mente, vuol dire usare al massimo quello che già abbiamo dentro.

Livio, cosa può aver spinto un campione come Schwazer a doparsi?

“Ci sono atleti ai quali è stato insegnato tutto, tranne che a perdere. Può sembrare assurdo ma ci sono delle volte in cui un campione, magari non al massimo, deve “gareggiare per perdere” e avere il coraggio di sentire il dolore della sconfitta. Pensiamo a Federer. Le sue sconfitte più dolorose lo hanno reso il più grande di tutti.

Stai dicendo che forse Schwazer non era così “in forma” come dice?

“Ci sono alcune cose che non tornano. Alex e il suo allenatore dicono che lui si stesse allenando molto bene ma la cosa mi sembra francamente poco credibile. Dalla mia esperienza posso dire che chi sceglie di usare le sostanze dopanti sa bene di non poter essere competitivo. Alex nelle prime interviste dopo lo scandalo ha parlato degli atleti russi, anche loro dopati. Aveva cominciato a guardarsi intorno e questo significa che aveva smesso di credere in se stesso.”.

Schwazer ha anche detto che aveva paura di non farcela…

“La paura è un sentimento che provano tutti. Nessun atleta va alle Olimpiadi sapendo di vincere. La paura deve diventare una risorsa. Si presenta al livello dello stomaco e il cervello di un atleta riesce a trasformarla in energia e in concentrazione. Evidentemente Schwazer questa volta non è riuscito ad eseguire questo passaggio fondamentale e si è appoggiato a qualcosa di esterno”.

Come si dice spesso, è più facile vincere la prima volta che riconfermarsi…

“La pressione non la crea la Federazione o il Coni, e nemmeno i giornalisti. E’ una cosa che ci creiamo noi stessi. Alex non si è sentito all’altezza delle sue aspettative ed ha scelto l’equivalente di un suicidio”.

Addirittura…

“E’ un suicidio che può sembrare solo “sportivo” ma dobbiamo pensare ad Alex come ad un ragazzo di 28 anni che ha dedicato la sua vita allo sport. In questo senso ha sacrificato una parte importante del suo essere”.

Quindi ha chiuso definitivamente con il mondo dello sport?

“Su questo punto voglio usare un paradosso. Al di là delle sentenze, se è vero, come lui stesso ha detto, che la sua storia è “pulita” secondo me Alex potrebbe diventare un ottimo allenatore. Per lui ovviamente oggi è impossibile vedere questa cosa. Tra un po’ di tempo però sarà in grado di analizzare meglio gli stati emozionali e mentali che lo hanno portato verso il doping e potrebbe insegnare molto ai ragazzi. Non potrà mai essere un esempio ma può essere una persona in grado di raccontare e capire gli stati emotivi peggiori che un atleta può provare nella sua vita”.

Da dove ricominceresti a ricostruire l’uomo Alex Schwazer?

“Personalmente andrei alla ricerca di tutti quei procedimenti mentali ed emozionali che lavoravano in maniera efficace dentro Alex Schwazer fino a poco tempo fa. Intendo prima che decidesse di doparsi. Probabilmente non potrà mai dimostrarlo ma ricostruendo quei processi mentalmente potrebbe tornare quello di un tempo”.

Forse Alex si era isolato troppo. Il padre ha detto “è tutta colpa mia”…

“La responsabilità alla fine è sempre di chi decide. Ognuno di noi ha dentro di sé le risorse per dare il meglio in ogni singola situazione”.

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