Pirlo
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Juventus: Pirlo saluta, giocherà a New York. E' l'addio di un campione

Il giocatore ha deciso. Dopo 4 anni in bianconero ha detto sì all'avventura negli Stati Uniti. Con lui, se ne va un pezzo di storia del calcio italiano

Al Milan erano convinti che fosse un giocatore finito. Colpito nel talento e affondato dagli infortuni. Era reduce da una stagione maledetta, segnata da acciacchi vari e da incomprensioni più o meno risolte con Massimiliano Allegri, il tecnico dei rossoneri che quattro anni dopo avrebbe ritrovato sulla panchina della Juventus, tra pensieri e parole da gridare sottovoce, perché altro non si poteva fare. Al Milan, Andrea Pirlo ha segnato un'epoca, puntellata da due scudetti e santificata da due Champions League. Se ne andò da capitano in un giorno del maggio 2011, dopo dieci anni di diavoli quotidiani. Lui e Clarence Seedorf, amati tanto e traditi di più. Lo accolse la Juve di Antonio Conte, tra i dubbi di chi non ci credeva e le speranze di chi invece vedeva nei suoi occhi il fuoco della rivalsa, dell'affermazione che si fa impeto e trionfo. Arrivò a costo zero: l'inizio dell'incubo infinito di Adriano Galliani, uno dei suoi errori più grandi. Pirlo era un fuoriclasse. E a Torino dimostrò con i fatti di non aver smarrito la via della gloria, tra intuizioni bagnate nella classe purissima di cui è sempre stato portatore sano e quelle punizioni che lasciavano di sasso tutti, tifosi, avversari e compagni di squadra. La via del destino: foglia morta o linea retta, novella o romanzo, estasi e incanto. 

Al servizio di Conte, Pirlo ha colorato di blu cobalto una carriera meravigliosa, prendendo per mano una squadra in cerca d'autore e consegnandole la saggezza per tagliare traguardi inattesi. Tre scudetti tre. Uno di fila all'altro. Per il tripudio del popolo bianconero, che quasi non credeva possibile di ricevere tanta grazia dopo anni di tormenti e affronti. Poi, il ribaltone. Sulla panchina della Vecchia Signora, abbandonata dal suo precedessore in cerca di nuovi stimoli, si accomoda in tutta fretta Max Allegri. Che nel giorno della presentazione alla stampa chiarisce i termini del contendere: Pirlo è un campione, mai avuto dubbi. Felici loro, felici tutti. E la prova che la frattura tra i due sia stata ricomposta prende forma nei numeri del campionato appena concluso. Allegri detta e Pirlo esegue. Con un'intensità che sa di armonia vera. E' lo Stadium, pare il Teatro alla Scala di Milano, con l'ex cerimoniere di Inter, Atalanta, Reggina e Brescia che veste i panni di Tamino, il giovane principe de "Il flauto magico". La sua musica parte dalla testa e si trasforma in virtù tra le dita dei piedi. La Juve vince il quarto scudetto e vola a Berlino per giocarsi la Champions con i Re Magi del Barcellona. Finisce tra gli applausi. Per tutti, vincitori e vinti. Pirlo guarda il cielo e piange. Forse perché avrebbe voluto lasciare in eredità ai suoi compagni di viaggio la vittoria più grande prima di salire sull'aereo che l'ha portato a New York, dove nei prossimi giorni inizierà la sua nuova avventura su un campo da calcio. Il pallone italiano ringrazia. Nel 2006 è tornato sul tetto del mondo scortato dalla sua classe. 

ALABISO/ANSA/TO
Con la maglia del Brescia nel dicembre 1997 alla sua prima stagione in Serie A da protagonista.
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