MotoGP

Rossi e la Ducati, fine di un amore

Il pilota pesarese non ha trovato l'accordo per il rinnovo. Tornerà in Yamaha, con Jorge Lorenzo. Si chiude così un biennio di delusioni

Rossi e la Ducati, le strade si dividono (Credits: Alfredo Falcone/Lapresse)

Dice l’adagio: “L'essere davvero liberi forse consiste nell'avere un luogo in cui tornare”. E’ tempo di bilanci in casa del dottor Rossi. A 33 anni suonati e con una delusione lunga così per l’esperienza in bianco e nero in Ducati sente forte il desiderio di cambiare, di voltare pagina, ancora una volta. Nelle scorse settimane si è guardato intorno, per valutare i pro e i contro delle sue possibili scelte. Per capire se altrove sarebbe potuto essere più felice. Poi, ha deciso. Tranne ripensamenti dell’ultima ora, tornerà alla Yamaha, dove ha vinto 4 dei suoi 7 titoli nella classe regina. Affiancherà Jorge Lorenzo l’imbattibile, il pilota che negli ultimi due anni ha fatto a sportellate con Casey Stoner per dominare in lungo e in largo la MotoGp.

In questi giorni, Valentino è in vacanza a Ibiza. I giochi ormai sono fatti, meglio liberare la mente dai dubbi e dalle domande che si sono alternati nella sua mente nei mesi scorsi. Il matrimonio con la Ducati non ha funzionato. Perché la casa di Borgo Panigale non è riuscita a stare al passo delle grandi. Perché il progetto di competere ad alti livelli è naufragato in due stagioni da incubo per risultati e prospettive. Ma anche perché il pilota pesarese non ha dimostrato di avere le idee chiare in merito allo sviluppo della Desmosedici. Già, inutile nasconderlo. Anche Rossi ha le sue colpe. I meccanici e gli ingegneri della Ducati si sono messi al suo servizio, per rispondere alle sue richieste, per seguire le sue indicazioni sullo sviluppo e sulla messa a punto della moto. Ma non è andata benissimo. E’ cosa nota, quando finisce un matrimonio costruito sull’amore, le colpe vanno divise più o meno alla pari.

Il ritorno di Rossi alla Yamaha viene salutato con grande entusiasmo dai tantissimi tifosi del fenomeno di Tavullia, che non vedono l’ora di vederlo in pista a girare con una moto competitiva. Sono felici anche i vertici della MotoGp, che sono consapevoli che senza un Valentino protagonista il gradimento e l’attenzione del pubblico nei confronti del motociclismo in generale sarebbe prossimo allo zero. Esultano anche le tv che trasmettono le gare, i giornali che negli anni hanno celebrato la gloria del grandissimo pilota italiano. Insomma, sembrano contenti tutti. Tranne la Ducati, che esce da questa avventura con le ossa rotte, piena di sensi di colpa e di rimpianti che non portano a nulla. Delusa per la fine di un progetto sul quale aveva investito tantissimo, anche e soprattutto sotto il profilo economico.

Sì, perché avere Valentino alle proprie dipendenze non è un affare da poco. Secondo il network Espn, la Ducati ha versato nell’ultimo biennio al suo campione qualcosa come 30 milioni di euro (14,3 a stagione). Che non sono proprio noccioline. Valentino è da anni lo sportivo italiano più pagato. Certo, è un fuoriclasse, un numero 1. Lo dice la sua bacheca dei trofei, meglio di lui nessuno mai. Epperò, possibile che con un team al proprio servizio, con tutti i limiti del caso, tecnici, meccanici e via dicendo, non abbia trovato il modo per cambiare l’inerzia della stagione? Filippo Preziosi, direttore di Ducati corse, non è uno sprovveduto qualunque. Ha già vinto un titolo mondiale in MotoGp, sa come si fa. Eppure, nulla. La Ducati non decolla. Anzi, è in caduta libera.

E dire che con l’arrivo in forze dell’Audi pareva che le cose potessero cambiare. Capitale fresco, nuovo metodo organizzativo, nuove promesse, nuovi obiettivi. La Ducati ci credeva ancora. Ha presentato una proposta di rinnovo a Valentino, che però sembra che non abbia gradito. Perché era più bassa rispetto alla precedente. Poi, ha saputo più o meno direttamente che il Dottore aveva firmato per la Yamaha e non ha potuto fare altro che prenderne atto. Da qui alla fine del Mondiale mancano 8 gare. Rossi e la Ducati dovranno stare ancora assieme per ragioni di servizio. Una convivenza forzata, difficilissima, forse inutile.

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