Gigi Soldano: la leggenda del fotografo sul circuito

Il fotografo più celebre della MotoGP racconta oltre 30 anni di lavoro tra avventure e personaggi (Valentino Rossi su tutti) - Chi vincerà a Misano?

Soldano nella sala stampa dell'autodromo del Mugello. Sulla parete, un suo scatto – Credits: Stefano Biondini

Cristina Marinoni

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I motori della MotoGP sono pronti a rombare sul Misano World Circuit Marco Simoncelli, dove domenica si svolgerà la tredicesima tappa del Mondiale. A immortalare le pieghe più spericolate e i sorpassi più spettacolari ci sarà, come sempre, Gigi Soldano. Dopo 30 anni – festeggiati nel 2013 – di tracciati e paddock, il fotografo (fondatore dell’agenzia Milagro), classe 1948, è una vera leggenda nel circus dei prototipi: ecco qualcuno dei tantissimi aneddoti della sua entusiasmante carriera dietro l'obbiettivo.

Partiamo dal principio: la sua prima gara?

Assen, 1983. Ma senza macchina fotografica: ho cominciato come operatore e ho lavorato anche per la Dorna, poi sono diventato cameraman – quando la tv ha iniziato a seguire la MotoGP – quindi sono passato alle foto, a fine anni Novanta: mi ero stancato di fare riprese, avevo bisogno di nuovi stimoli e mi attirava l'idea di catturare un frammento di velocità e fissarlo sulla pellicola. Le moto mi hanno sempre affascinato per l’adrenalina che trasmettono e seguire il Mondiale mi permetteva di viaggiare, conoscere posti e persone.

Il circuito che preferisce?

Phillip Island, è unico per coreografia e colori. E mi piaceva molto anche Assen, prima delle modifiche.

Quello che le piace meno?

L'autódromo Termas de Río Hondo, in Argentina - lì la luce è terribile - e Silverstone, perché è una pista scomoda e  per niente coinvolgente, regala poche emozioni.

Le è mai capitato di rischiare grosso, dietro i cordoli?

Sì. Il pericolo più serio l'ho corso con Frédéric Protat, nei primi anni Novanta, a Jerez de la Frontera: mentre filmavo, mi è arrivata la moto addosso, meno male che me ne sono accorto in tempo.

Un altro aneddoto?

Di guai me ne sono capitati, dalla macchina fotografica che faceva le bizze alla batteria scarica in un momento clou. All'epoca dei rullini, quando mi trovavo all'estero per le gare, consegnare il materiale alle redazioni era spesso complicato. Mi affidavo a colleghi, addetti ai lavori o chiunque dovesse rientrare in Italia prima di me. Una volta, durante la Parigi-Dakar, diedi il pacchetto prezioso al pilota Renato Zocchi: il velivolo che avrebbe dovuto portarlo all'aeroporto internazionale cadde nella giungla. Grazie al cielo non fu una tragedia, ma i rullini – due giorni di lavoro – andarono letteralmente in fumo a causa dell'incendio.

Un Gran Premio che l'ha entusiasmata?

Ogni gara è speciale. Però, nel cuore ne ho una in particolare: Assen 2009, quando Valentino Rossi ha festeggiato la centesima vittoria con lo striscione-collage delle foto di tutti i trionfi. Ho preso parte anche io alla scenetta: ero il fotografo con la finta macchina fotografica antica a soffietto. Le trovate di Valentino erano esilaranti però ha fatto bene a non proporle più, adesso sembrerebbero ridicole.

Il Mondiale da ricordare?

Difficile sceglierne uno, la passione che ho per questo sport mi permette di godermi ogni stagione. Forse il primo da fotografo perché non vedevo l'ora di mettermi alla prova.

Un momento che invece vorrebbe dimenticare?

L'incidente di Marco Simoncelli. Per fortuna non ero nei pressi. Io e Marco stavamo instaurando un ottimo rapporto, cominciava a esserci una certa confidenza, un'amicizia: l'amicizia non nasce da un giorno all'altro, va coltivata e si conquista con il tempo. Proprio il tempo ci è mancato, purtroppo.

Un pilota che avrebbe meritato di conquistare un titolo?

Loris Capirossi: aveva talento, grinta. Ho grande rispetto nei suoi confronti come campione e come uomo.

Ma qual è il pilota che apprezza di più in assoluto?

Valentino Rossi, per diversi motivi. Ha scritto la storia delle due ruote ed un fenomeno in pista e fuori: nessuno trasmette la passione per le moto quanto lui. Non ricordo il nostro primo incontro perché ormai la storia che ci lega è lunga; io la definisco un mosaico formato da un'infinità di tasselli che dobbiamo ancora completare. Ecco, con lui l'amicizia è nata, grazie alla fiducia e alla confidenza che sono cresciute in tanti anni a stretto contatto.

Lei che lo conosce così bene, tracci l’identikit del "Vale" nazionale.

Possiede un'empatia unica: è incredibile come riesca a entrare subito in sintonia con tutti, probabilmente perché per tutti nutre grande rispetto. Poi, per carità, se qualcuno non gli va a genio, si capisce al volo, ma Valentino si comporta sempre in maniera educata. Cos'altro? Beh, usa sempre cervello e buonsenso, anche quando sembra che agisca d'impulso ed è esattamente come appare.

Tra Rossi e compagni, chi se la cava meglio davanti all'obbiettivo?
Valentino: è disinvolto e molto espressivo, ma anche con Andrea Dovizioso e Andrea Iannone il lavoro procede rapido. Preciso: tutti i piloti sono disponibili eppure con alcuni fatico a trovare lo scatto perfetto e mi preoccupo. Perché sono convinto che sia colpa mia, che non riesca a trovare la chiave per metterli a loro agio e aiutarli a sbloccarsi mentre posano.

Quante immagini scatta al giorno?

Oltre 10mila. Non mi chieda la migliore! (ride, ndr)

La sua agenzia si chiama Milagro, "miracolo" in italiano: una foto miracolosa che ha scattato?

Il sorpasso di Rossi su Stoner sul cavatappi di Laguna Seca, nel 2008. Un gesto capolavoro.

Ha mai mancato qualche corsa?

Solo per motivi inderogabili. Mai perché non avevo voglia di partire: dovesse succedere, sarebbe un pessimo segnale, significherebbe che ho perso l'entusiasmo.

Ha già pensato a quando appenderà la fotocamera al chiodo?

Quando Valentino smetterà di gareggiare, l’ho già detto anche a lui. Scherzo, ma nemmeno troppo!

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