Calcio

Raiola: la fusione Milan-Inter e quella rischiosa teoria evoluzionistica dei club

Il re dei procuratori consiglia alle milanesi di unirsi per tornare a vincere. Ma cancellare le maglie avrebbe effetti indesiderati anche per lui...

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Paolo Corio

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Non è la prima volta che Mino Raiola propone la fusione tra Milan e Inter come fatto nella lunga intervista pubblicata da La Gazzetta dello Sport, e ogni volta - oltre a dare subito lo spunto al titolista - l'idea suscita le più svariate reazioni.

Chi ne sa di sport-business, ci assicura che allo stato attuale dei bilanci e delle prospettive di mercato anche con la fusione Milano non potrebbe comunque avere una squadra che lotta al vertice in Champions League. Ma con queste righe non vogliamo entrare nel merito economico della questione, bensì sottolineare un altro aspetto: schietto come al solito, Raiola mette tutti davanti all'evidenza dei fatti, quella per cui l'unica regola vincente del calcio del terzo millennio è quella di averci i soldi. Tanti, tantissimi soldi. Uno schiaffo a qualsiasi forma di romanticismo sportivo, certificato dal fatto che sono passati giusto 30 anni da quando in Italia una squadra ha dimostrato che la suddetta regola può avere un'eccezione: quella dello scudetto 1985 dell'Hellas Verona di mister Osvaldo Bagnoli.

Uno schiaffo anche alla passione di tutti quelli che, nel bene come nel male, continuano comunque a farsi sedurre dai colori di una maglia, magari perché l'hanno sposata quando ancora non avevano un portafoglio ma solo un salvadanaio in cameretta da riempire con le mance dei nonni. Una variabile che Raiola, e tutti gli altri protagonisti del calcio-business, farebbero tuttavia bene a riconsiderare nelle loro teorie evoluzionistiche dei club: perché quando smetterà di esistere quella passione, con tutto l'indotto che genera per i produttori e i consumatori delle emozioni del calcio, cesseranno di esistere anche i loro faraonici affari. Champions League o non Champions League.

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