Calcio

Lukaku, l'inno al razzismo degli ultras e l'imbarazzante silenzio

Gli ululati di Cagliari e poi la lettera della curva nerazzurra. Che prova a spiegare al mondo intero che il razzismo non esiste...

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Giovanni Capuano

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Nella vergognosa vicenda degli ululati razzisti di un gruppo di tifosi del Cagliari contro Romalu Lukaku, prontamente stigmatizzati dal presidente della società sarda e finiti al centro di un'inchiesta della Procura della Figc, i buu della Sardinia Arena non hanno rappresentato il punto più basso ma solo la scintilla per un fuoco che rischia di divorare il calcio italiano.

Nessuno si illudeva che il problema del razzismo negli stadi della Serie A fosse stato risolto, ma nemmeno era immaginabile un inizio così choccante. Siccome Lukaku, calciatore belga di origini congolesi, ha lo status di calciatore internazionale e proviene dalla Premier League, non ci ha pensato neanche un secondo a mettere per iscritto la sua totale disapprovazione per quanto accaduto a Cagliari.

Pochi o tanti, non importa. Il messaggio forte di Lukaku ha fatto il giro del mondo ed è stato sposato dalla federazione belga perché ha smosso le coscienze. Il peggio è arrivato dopo, con la 'lettera aperta' o comunicato della curva Nord interista indirizzata proprio a lui, la vittima del comportamento di Cagliari.

Gli ultras nerazzurri hanno provato a spiegare al belga-congolese di essere caduto in una trappola, di aver preso per razzismo quello che razzismo non è perché rappresenta solo un legittimo tentativo di una tifoseria di recitare un ruolo da protagonista innervosendo gli avversari. Con gli insulti e, nel caso di ragazzi di colore, con i buu.

Hanno scritto gli ultras che in Italia e nei suoi stadi funziona così e Lukaku si deve adeguare per non dare sponda alla voglia di repressione delle istituzioni nei confronti di loro stessi. Gli hanno chiesto di considerare gli ululati "una forma di rispetto" verso l'avversario temuto, di farsi portavoce di questa posizione e che in ogni caso in Italia il razzismo non è un VERO (scritto così) problema come altrove.

Lukaku non ha replicato, e ci mancherebbe. Il suo silenzio vale oro e avrà modo di dimostrare con i fatti la totale dissociazione dal contenuto di questa supplica. A colpire, però, è stato il silenzio imbarazzante dell'Inter e in generale del calcio italiano davanti a una sorta di manifesto del razzismo da stadio.

Il comunicato della curva dell'Inter non è solo irricevibile per il suo contenuto. E' una pericolosa dichiarazione di guerra alle convenzioni sociali con la ricerca della legittimazione. Un segnale bruttissimo e preoccupante, raccolto all'estero - dove la vicenda è finita su molte prime pagine - ma non dai diretti interessati.

L'Inter ha pagato sulla sua pelle nei giorni del caso Koulibaly cosa significa correre il rischio di avere appiccicata addosso l'etichetta di club con una tifoseria razzista: la squalifica di San Siro durissima, le parole dell'Uefa e la sensazione di essere marchiati. Ne è uscita con una bellissima iniziativa che non rappresentava solo un video, ma l'annuncio di una svolta. Così come la rinuncia a fare qualsiasi genere di ricorso. Oggi manca la dissociazione netta e inequivocabile dai propri capi ultras. Non servirà a nulla in concreto (per quello si attende anche il contributo dello Stato che invece in questo strano avvio di stagione ha consentito celebrazioni nelle curve di una vittima di un attentato su cui si indaga), ma rappresenterà un no fermo a una deriva inaccettabile. All'estero l'hanno capito. Da noi c'è sempre tempo per rimediare.

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