Calcio

Siamo tutti Koulibaly (ma il razzismo non sia strumentalizzato)

La notte della vergogna di San Siro, la guerra senza armi di Ancelotti, le polemiche pretestuose di De Laurentiis e un calcio che si delegittima da solo

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Giovanni Capuano

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Siamo tutti Koulibaly. E siamo stati tutti anche Zoro, Balotelli, Eto'o e Boateng per citare alcune delle vittime del razzismo da stadio che non è folklore e nemmeno una tassa da pagare senza ribellarsi come troppi vorrebbero farci credere. Siamo tutti Koulibaly perché assistere al corredo sonoro osceno e razzista di Inter-Napoli porta a solidarizzare con un uomo, prima ancora che un giocatore, la cui unica colpa nella testa degli idioti da curva è di avere la pelle nera e giocare per la squadra avversaria.

Il razzismo da stadio non è uno scherzo, è una cosa dannatamente seria e che si deve estirpare in un solo modo e, cioé, seguendo il modello inglese: colpire il responsabile e cancellarlo dalla possibilità di rimettere piede in uno stadio. Loro lo fanno, pur tra rigurgiti e difficoltà, quindi si può fare. E' l'unica soluzione seria senza perdersi in discorsi culturali e sociologici che vanno bene per un dibattito da salotto ma non per rendere respirabile nel minor tempo possibile il clima dei nostri stadi.

La notte di San Siro e la guerra di Ancelotti

La notte dei buuu razzisti di San Siro contro Koulibaly non può passare impunita, ma detto questo una riflessione si impone perché, proprio per la sua natura grave e inaccettabile, il razzismo da stadio va combattuto con un minimo di coerenza e senza improvvisazione

Sostenere che il difensore del Napoli, perfetto e migliore in campo per 80 minuti, sia stato espulso da Mazzoleni che non ha compreso come la sua reazione (applausi verso l'arbitro) fosse indirizzata al contesto razzista della serata e non una solenne arrabbiatura per l'ammonizione appena presa - sacrosanta - fa un torto allo stesso anti razzismo e assapora di strumentalizzazione.

Dire che l'arbitro Mazzoleni avrebbe dovuto sospendere la partita e mandare tutti a casa significa non conoscere le regole. Quelle che affidano ai responsabili dell'ordine pubblico la decisione sul prosieguo o meno di una partita. All'arbitro, insieme agli uomini della Procura Figc, compete di segnalare comportamenti non consoni, chiedere che il pubblico sia sensibilizzato e, come misura estrema, fermare per qualche minuto la partita. Una testimonianza simbolica cui non si può ridurre tutto il dibattito.

Il nostro calcio autolesionista

Invece c'è un arbitro che è stato messo alla gogna e che lo era stato portato anche prima, alla vigilia del match, da dichiarazioni irresponsabili di un presidente come De Laurentiis che da mesi va in giro autoproclamandosi campione d'Italia morale senza che nessuno faccia scattare un deferimento o una qualsiasi forma di tutela da parte dell'ordinamento che anche lui dovrebbe rappresentare.

A De Laurentiis la designazione di Mazzoleni non piaceva. Puzzava perchè lo riteneva "cattivo" e "non imparziale" con il Napoli. Il crollo nervoso finale della squadra di Ancelotti lascia supporre che i calciatori avessero assimilato in tutto e per tutto il pensiero del loro numero uno. Fa niente che Mazzoleni, questione cori spiegata a parte, se proprio ha commesso un errore lo ha fatto negando un rigore nel finale all'Inter. I fatti non esistono, lasciano spazio alle ricostruzioni di parte.

Allegri ha attaccato ADL lamentandosi di un sistema che consente ai massimi dirigenti di spargere veleno impuniti. Allegri ha esagerato col nervosismo e con le polemiche in campo a Bergamo, ma il discorso post gara non fa una piega.

Il nostro è un calcio che si sta sparando nei piedi. Prima di De Laurentiis era stato Preziosi a evocare malafede e complotti, poi Cairo a proseguire in un conteggio strumentale di torti e favori per il suo Torino. Anche Duncan, centrocampista del Sassuolo, ha argomentato che si decide a tavolino chi deve vincere attaccandosi a un gol non concesso alla sua squadra per questione di millimetri. Non da un arbitro ma dalla tecnologia.

Nessuno di loro è stato chiamato a dare conto delle proprie parole. Tutti hanno lavorato con impegno certosino a distruggere il giocattolo del quale sono protagonisti. Se si potesse scrivere una letterina di Natale per il presidente Gravina (ma siamo fuori tempo massimo) conterrebbe due sole richieste: pene certe per i razzisti da stadio e la rimozione dal sistema di chi piega costantemente ai propri interessi la causa comune. Ci sarebbe una Procura Figc con i poteri di farlo, ma evidentemente non è interessata.

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