Caro "Capitan futuro", che non sia un addio...

Lettera di una tifosa a Daniele De Rossi in partenza da Roma per il Chelsea

Daniele De Rossi (Credits: Luciano Rossi/Ansa)

Claudia Daconto

-

Caro “Capitan futuro”,

quanto mi hai fatto felice in questi anni e quanto soffrire negli ultimi mesi!

Come un fidanzato che ha promesso di sposarti e, appena gli hai detto di sì, inizia a maltrattarti, a non regalarti più fiori e a dimenticarsi del tuo compleanno, così tu, giornata dopo giornata, mi hai aperto una ferita nel cuore che mi ha fatto sempre più male.

Fino a spezzarmelo.

Perché come un fidanzato che alla fine ti lascia per un'altra, così tu oggi te ne vai. E non c'è dolore più grande di un abbandono.

E sì che mi avevano avvisata: “Non ci sta più, non è più lui, se ne deve andare, se ne vuole andare”, si sibilava fino all'altro giorno sugli spalti dell'Olimpico. E io a difenderti, o zitta, con gli occhi bassi mentre tutto lo stadio ti fischiava con la morte nel cuore.

La morte, sì, perché omaggiandoti, già anni fa, del titolo di “Capitan futuro”, tutti noi, tifosi romanisti, scegliemmo te come erede naturale dell'ottavo Re di Roma, Francesco Totti. Saresti stato il nono. E lo sai.

Una fiducia immensa che in tanti, ormai, pensano sia stata mal riposta.

Per ragioni e circostanze avvolte nel mistero – anche se non si fa che parlare di un matrimonio sbagliato, di banditi che ti ricatterebbero, addirittura di uno sfregio che nascondi sotto la barba lunga - il filo tessuto tra passato e futuro si è lentamente consumato e ha finito, quest'anno, per spezzarsi.

Una lenta ma inesorabile parabola, la tua, che ti ha scaraventato dalla mammella della Lupa, al fianco di Francesco, alla polvere dell' ignominia.

Perché da “Capitan futuro” i tifosi si aspettavano che, con religiosa deferenza, tu ricevessi dalle mani di Francesco Totti la bandiera giallorossa per farla sventolare ancora a lungo; da Daniele De Rossi, oggi, solo che tu te ne vada via il più in fretta possibile.

Ma io, che ero una ragazzina come te quando hai esordito la prima volta in serie A, a 19 anni, il 25 gennaio del 2003 in trasferta a Como, non potrò mai dimenticare la tua prima rete, all'Olimpico, quello stesso anno contro il Torino.

Segnasti un gol stupendo, tirando da trentacinque metri.

Te lo ricordi, Daniele?

Io sì. Fu allora che tutti ci convincemmo, in pochi secondi, che fossi un predestinato.

Noi romanisti, si sa, ci innamoriamo in fretta. Ma come amiamo, così odiamo. Con la stessa irrazionalità, incoscienza e violenza.

Da allora, nel corso di questi dieci anni, ci hai regalato delle emozioni fortissime.

La più grande? La rete contro l'Inter in finale di Supercoppa italiana nel 2007.

Fu il gol partita grazie al quale la Roma riuscì ad avere ragione della squadra campione d'Italia, per di più al Meazza. E io c'ero.

Me lo ricordo benissimo. Ero andata allo stadio con una mia amica interista ed ero convinta di essere circondata da tifosi nerazzurri. Poi segnasti tu e intorno a me nessuno fece un fiato. Non una bestemmia. Mi sembrò strano. Allora mi voltai e sui volti dei miei vicini scoprii un ghigno trattenuto a stento e mani e braccia che si stringevano forte per non esplodere.

Mamma mia, Daniele...

Sempre a Milano mi trovavo quando per un soffio, nel 2010, non ci portammo a casa il nostro quarto scudetto.

Era l'ultima giornata di campionato, io ero appena scesa dal treno ed ero corsa in macchina per ascoltare la radio. Rimasi un'ora parcheggiata sotto il sole, a fremere. Quando hai segnato avrei voluto attaccarmi al clacson, ma mi limitai a piangere. Dietro gli occhiali da sole.

Quella fu una stagione incredibile e non importa se, alla fine, siamo arrivati solo secondi. Avevamo comunque giocato il calcio più bello d'Italia.

Quello che ci hai fatto vedere anche con la Nazionale con cui sei diventato, e ci hai fatto diventare tutti, campioni del mondo.

Un anno fa ti avevano offerto 24 milioni di euro per lasciare Roma e andartene al Manchester City. Rifiutasti e Roma ti incoronò, come fa sempre quando la fai sognare, suo eroe.

Però questa città la conosci come me e meglio di me sai cosa significa deluderla, abbandonarla, umiliarla.

Lo hai capito benissimo anche da solo, e non c'è bisogno certo che te lo dica io, cosa ha significato per la Curva perdere la finale di Coppa Italia contro la Lazio domenica scorsa.

Ha significato che oggi te ne devi andare, per due lire rispetto a un anno fa, ma te ne devi andare. E provare a ritrovare te stesso, il grande campione che sei.

Intanto lo sai come siamo fatti noi, perché come noi sei un tifoso giallorosso sfegatato, e in questo momento ti stai sicuramente sulle palle anche tu e ti cacceresti da solo.

Per rabbia e per amore.

Ma la rabbia passa, l'amore no.

Roma punisce. Roma perdona. Ricordatelo sempre.

Aspetto il tuo ritorno. Il ritorno del futuro giallorosso.

Claudia

© Riproduzione Riservata

Commenti