Brett Favre, un campione e il suo dolore
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Brett Favre, un campione e il suo dolore
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Brett Favre, un campione e il suo dolore

L'ex stella dei Green Bay Packers è stato costretto a rifiutare il ritorno in campo per un problema neurologico legato ai tanti traumi accumulati in carriera. Il parere del neurologo Elio Agostoni

Negli Stati Uniti ha fatto discutere e non poco il caso del popolare quarterback Brett Favre, ex stella dei Green Bay Packers, che a 44 anni appena compiuti ha rifiutato la proposta di tornare a giocare a football americano perché vittima di continui vuoti di memoria che non gli permettono di vivere un'esistenza serena. La causa del disagio sarebbe da ricondurre ai tanti, tantissimi traumi cerebrali che ha subito durante la carriera. Nel campionato pro Usa è ormai allarme rosso per un problema che sta coinvolgendo un numero sempre maggiore di atleti. “Si dovrebbero cambiare i regolamenti degli sport più violenti”, spiega a panorama.it Elio Clemente Agostoni, direttore della Neurologia e Stroke Unit dell'Ospedale Niguarda di Milano. La sua, un'analisi approfondita sulle modalità che potrebbero ridurre la percentuale di atleti a cui ogni anno viene diagnosticata una demenza irreversibile.

Dottor Agostoni, quali possono essere le conseguenze psicofisiche a medio e lungo termine di reiterate e costanti commozioni cerebrali sulla salute di un atleta?

“Traumi ripetuti e continui comportano spostamenti del cervello all'interno della scatola cranica. E' come se il cervello si muovesse nel suo liquido e sbattesse più volte contro le pareti rigide esterne. Non si sa bene cosa accada, ma è certo che dopo un'esposizione sufficientemente prolungata cominciano a comparire disturbi della sfera psichica, come la depressione, ma anche disturbi del comportamento, come l'aggressività, e poi ancora deficit di attenzione, problemi nell'orientamento nel tempo e nello spazio. A lungo termine, si può andare incontro alla perdita della capacità critica, in direzione di quella patologia che viene comunemente definita demenza. Un deterioramento cognitivo che è molto simile alla demenza di Alzheimer”.

Nella Nfl, il campionato di football americano più seguito al mondo, pare sia in corso un'epidemia di encefalopatia cronica di origine traumatica. Di cosa si tratta e, soprattutto, come lo spiega?

“La sindrome di cui si parla è stata descritta negli anni Venti del secolo scorso. E' stata chiamata demenza pugilistica, perché allora si pensava che colpisse quasi esclusivamente i pugili. La ragione è presto detta: chi pratica la boxe ha un prerequisito. Stiamo parlando di atleti che sono soggetti a colpi ripetuti nel tempo. Non è una condizione casuale e transitoria all'evento traumatico, ma continua e ripetuta. Allora, una vera e propria diagnosi si poteva fare soltanto alla morte dell'atleta stesso, perché non c'erano metodiche che permettessero di capire cosa stava accadendo al soggetto in questione nel corso della carriera. Ora invece è possibile fare indagini mediche più accurate, anche se non precisissime. L'encefalopatia cronica altro non è che la traduzione moderna della demenza pugilistica. Si è deciso di cambiare il nome perché con gli anni si è capito che è una patologia che coinvolgeva anche atleti di altri sport”.

Quali le contromisure che dovrebbero essere adottate da chi pratica questo sport per evitare guai di tale portata?

“La risposta non c'è, nel senso che non esistono contromisure certe e definitive. Nemmeno il casco basta per proteggersi da colpi violenti e continui. Tempo fa si pensava che tale patologia potesse colpire soltanto i pugili professionistici, perché non indossavano il casco protettivo che invece sono obbligati a portare i dilettanti. I fatti hanno dimostrato che le cose non stavano così. Detto questo, considerando che è stato stabilito che i traumi ripetuti nel tempo possono portare a lungo andare a patologie irreversibili come la demenza, si potrebbero definire delle linee-guida da applicare ai casi in questione per consentire o meno la riammissione al gioco dell'atleta coinvolto. Credo che sarebbe opportuno a tal proposito citare il caso di Leonardo David”.

Lo sciatore che in molti considerarono uno degli eredi più accreditati di Gustav Thöni.

“David era un discesista attivo alla fine degli anni Settanta. Bene, questo sciatore fu vittima di traumi cranici ripetuti ma nessuno gli impedì di continuare a gare gare. Fino all'incidente di Lake Placid nel 1979, durante il quale perse la vita. Per riammettere un atleta all'attività sportiva occorre stabilire dei criteri di indagine accurati, che siano utili a stabilire se e quali potrebbero essere i rischi di una ricaduta. E' come per la patente all'epilettico. Non si può rilasciare la patente indistintamente a tutti gli epilettici. Bisogna capire a chi si può dare e a chi no”.

Crede che l'informazione in merito sia corretta e sufficiente?

“Spesso si pubblica la notizia perché c'è il caso noto al momento, ma non si approfondisce, lasciando cadere l'argomento. Oggi noi sappiamo che il 20% dei pugili, quindi un atleta su cinque, ha la possibilità di sviluppare negli anni una demenza patologica. Non è proprio poco, eppure si continua come se niente fosse. Credo che sarebbe opportuno rivedere almeno in parte i regolamenti degli sport che prevedono un contatto costante e diretto tra due atleti. Se abbiamo capito che un placcaggio fatto in un certo modo è pericoloso, perché non provare a limitarlo?”.

Per non creare allarmismi ingiustificati, si può dire che il pericolo di lesioni permanenti rappresenta una spiacevole eccezione nel contesto complessivo degli sport agonistici?

“Direi proprio di sì. E' bene ricordare che stiamo parlando di danni causati da contatti ripetuti nel tempo. Un ciclista può cadere dalla bici e sbattere la testa contro il suolo, ma andrà molto probabilmente incontro a un evento acuto non alla demenza. E' la cronicità del fenomeno che deve preoccupare, non l'incidente casuale”.

@dario_pelizzari

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