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Basket, Marco Cusin: "Quello di Cremona non è un miracolo"

Il centro della Vanoli spiega perché si attendeva già all'inizio un Campionato da incorniciare. In attesa del preolimpico con l'Italia

Marco Cusin

Cristina Marinoni

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Marco Cusin fa un gran bene alla Vanoli Cremona. Nel 2010, prima di trasferirsi a Cantù, aveva contribuito a conquistare la promozione in serie A; quest'anno, dopo lo scorso campionato di rodaggio (in cui si era unito a Luca Vitali e compagni a ottobre inoltrato), con lui a pieno regime i biancoblu stanno disputando una stagione straordinaria.

I numeri parlano chiaro: il centro originario di Pordenone, classe 1985, sta viaggiando in Campionato a 10,3 punti e 6,5 rimbalzi a partita, dando così un ottimo contributo alla sua squadra, arrivata alla vittoria numero 17 su 24 partite di regular-season, record storico per il club lombardo.

Marco, il massimo assoluto di vittorie vale al momento per Cremona un eccellente terzo posto in classifica: il segreto di questo exploit?
"Lavorariamo sodo ogni giorno, con grande serietà. Siamo molto concreti, sia in allenamento sia in partita, e abbiamo a disposizione uno staff straordinario, dai preparatori atletici all'allenatore, che ci spiega in modo perfetto come trasformare la teoria in pratica. Tutti ci sentiamo importanti nella stessa misura: anche i più giovani trovano il loro spazio e, di conseguenza, si assumono la responsabilità del gruppo, com'è giusto che sia".

A inizio torneo avresti però scommesso su una stagione così?
"La verità? Sì. Ci meritiamo il posto che occupiamo: siamo stati costanti e abbiamo avuto il vantaggio di non subire grossi infortuni, a parte quello di Luca (Vitali, ndr), che lo sta ancora tenendo lontano dal campo. Per quanto mi riguarda, avevo una voglia immensa di dimostrare quanto valessi dopo la frattura alla mano destra di un anno fa: non avevo potuto dare il mio contributo e mi sto dando da fare per recuperare il tempo perso. E ripagare la società della fiducia".

Fiducia che probabilmente non hai avvertito a Sassari: è stato questo il motivo che ti ha spinto a lasciare la Sardegna per Cremona alle prime battute del Campionato 2014-2015?
"Era frustrante essere il terzo cambio. In pratica non giocavo mai e la situazione rimaneva quella, ovvero assai diversa da quella stabilita alla firma del contratto con la Dinamo. A 29 anni credevo - e lo credo ancora oggi che ne ho 31 - di poter dare tanto sotto canestro alla mia squadra. Quando mi è arrivata l'offerta di Cremona, ho accettato senza esitare: avevo tanta fame di giocare e di vittorie, per me non era arrivato il momento di stare più in panchina che sul parquet. Con la dirigenza di Sassari, comunque, i rapporti sono sempre stati ottimi".

Che effetto ti ha fatto tornare a Cremona, dove avevi già giocato dal 2007 al 2010?
"Un magnifico effetto. Qui mi sento a casa, anche perché a Cremona abita la maggior parte dei miei amici: se ti trovi lontano dalla famiglia, avere accanto delle persone a cui tieni molto è un valore aggiunto non da poco".

Hai anche amici nello spogliatoio dell'attuale Vanoli?
"Frequento un po' tutti, in particolare gli italiani: gli americani scappano a casa per parlare con fidanzate e mogli oltreoceano. Oppure per giocare a Call of Duty: non fa per me... Non amo né Tv né Playstation, preferisco scambiare due chiacchiere al ristorante o al bar per ricaricare le batterie, spesso con al fianco il mio migliore amico Rudy Valenti, già mio compagno proprio a Cremona. Comunque, per tornare alla domanda, in spogliatoio il clima è ottimo". 

Se non fossi un cestista, quale mestiere ti piacerebbe fare?
"Confesso di domandarmelo spesso, ma non trovo risposta... e aggiungo purtroppo. A scuola me la cavavo, ma mi sono fermato al quarto anno di geometra ed è il caso di dire che ormai è tardi per riprendere gli studi. Così, se penso al mio futuro, immagino che quando appenderò le scarpe da basket al chiodo, cercherò di restare nell'ambiente: la pallacanestro mi ha insegnato tanto, è la mia vita".

Cosa ti ha spinto a giocare?
"Nulla di particolare, è accaduto per caso: non conoscevo questo sport o nessuno che lo praticasse. Mi hanno convinto i compagni delle elementari: 'Sei altissimo, devi provare assolutamentente!', mi dicevano. Il basket mi ha conquistato in un attimo e non più cambiato disciplina".

Il tuo idolo da ragazzino?
"Michael Jordan, il 'dio' della pallacanestro, nei suoi confronti ho un'ammirazione sconfinata".

Un campione con cui vorresti entrare in campo?
"Vasilīs Spanoulīs, fortissimo e dal carisma unico. Lui sì che è un leader: prende per mano il suo Olympiacos e lo porta alla vittoria quasi sempre dando il massimo nell'ultimo quarto, quando tutto è più difficile. Davvero incredibile".

Hai un motto?
"No, però tengo sempre a mente l'insegnamento di mio padre: i risultati arrivano solo se ti impegni, non piovono dal cielo".

Un'opinione su Ettore Messina, nuovo ct della Nazionale?
"Una novità esaltante per tentare di strappare il pass per i Giochi di Rio. Stimo molto Ettore, ha vinto un sacco di trofei e so che esige tanto, tantissimo dai giocatori. Io, naturalmente, sono pronto a dare l'anima per la maglia della Nazionale".

Il gruppo azzurro è così unito come sembra?
"Sì, abbiamo lo stesso obiettivo e ci aiutiamo per conquistarlo. Non è stato facile tenere botta in questi anni, subissati da attacchi e critiche che provenivano da ogni parte, eppure abbiamo dimostrato di non temere nessuno e poter sfidare chiunque. Non vedo l'ora che arrivi luglio: a Torino garantisco che non ci risparmieremo per conquistare il torneo preolimpico."


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