Bologna, la crisi della Virtus e di "basket city"

Sabatini (che si è dimesso), il playmaker di oggi, Poeta, e quello di ieri, Brunamonti, spiegano i perché di un momento difficile. Con lo sguardo rivolto al futuro

La Virtus Bologna campione d’Europa nel 2001 (Credits: Benvenuti/Ansa)

Cristina Marinoni

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Quest’anno la Virtus ha rischiato la retrocessione. La Fortitudo ha chiuso i battenti nel 2012: l'epoca d'oro della pallacanestro bolognese è un lontano ricordo. Il destino delle V nere e di "basket city" è segnato? Lo chiediamo a tre virtussini doc.

L’ad della Oknoplast Claudio Sabatini si è dimesso il 24 aprile (Alberto Marchesini e Lorenzo Lipparini hanno lasciato l’incarico rispettivamente di presidente e consigliere), dopo dieci anni alla guida della squadra che aveva salvato dalla bancarotta. A giudicare dalle parole che aveva pronunciato prima dell’annuncio, peraltro nell’aria da tempo, il suo ruolo nella Fondazione rimarrà rilevante, nonostante la posizione di semplice socio. Circa le sorti di "basket city", l'ex ad assicura che non diventerà una città fantasma della palla a spicchi “perché la passione qui resta fortissima, sebbene una delle due squadre non esista più – la Fossa dei leoni soffre parecchio, i tifosi faticano ad accettare il periodo buio della Fortitudo, sono abituati a vincere – e l’altra non possa competere ad altissimi livelli. Il budget non ci permette spese stellari: abbiamo a disposizione 4 milioni di euro, non 25 come l’Olimpia Milano, che ha la fortuna di avere un tifoso speciale e tanto appassionato come Giorgio Armani. Senza lui, che si accolla acquisti di grande valore, non ci sarebbe un uomo come Keith Langford, ad esempio”.

Sabatini non è preoccupato nemmeno per il futuro della Virtus. Parteciperemo al prossimo campionato di serie A, il capitale c’è, e a breve entreranno soci nuovi”. Il bilancio economico della società è positivo. “Buono, direi. Durante la stagione abbiamo registrato 8mila spettatori di media: nessuno ha fatto meglio di noi. Abbiamo segnato il maggiore incasso del campionato. Di recente, poi, abbiamo raggiunto un obiettivo importante: il premio di 210mila euro che la Federazione ha elargito alla squadra con il minutaggio più alto realizzato dai giocatori italiani. Se poi aggiungo che il tribunale sportivo di Ginevra ha stabilito che non dobbiamo un centesimo a Kenny Hasbrouck – ci aveva accusati di non avergli pagato lo stipendio e, al contrario, è lui in debito con noi, per multe e varie questioni – la soddisfazione aumenta” dichiara.

L’ex ad prova meno soddisfazione quando parla del bilancio in campo della società emiliana. “I risultati della stagione sono stati inferiori alle aspettative, non c’è dubbio. Detto questo, ricordo che siamo la società con più giovani e l’esperienza accumulata si dimostrerà un bene prezioso già dal prossimo anno. I nostri ragazzi sono cresciuti gara dopo gara. Per citarne alcuni, Viktor Gaddefors, 20 anni, Simone Fontecchio, 17 anni, sulla strada verso gli Stati Uniti per il campionato Ncaa e Matteo Imbrò, classe 1994, che ha giocato oltre 20 minuti a partita”.

Sabatini conclude con una considerazione generale sul basket italiano in cui non mancano le critiche: “Deve cambiare l’intero movimento altrimenti non usciremo dall’empasse. Per risollevare le sorti bisogna ripartire da zero, a cominciare dai dirigenti: è colpa loro, se la situazione è questa. Ci vogliono persone con una nuova mentalità, capaci di sfruttare al massimo il nostro sport. Una partita di pallacanestro non offre meno emozioni di un concerto: se il mercato della musica fiorisce, Jovanotti e Vasco Rossi riempiono i palazzetti e incassano milioni, non capisco perché il basket, che offre uno spettacolo non da meno, non trovi investitori pronti ad acquisire i diritti televisivi. Il problema è che mancano le strategie di marketing e comunicazione, che creano l’immagine, promuovono la disciplina e trasformano un match in un grande evento”.

Peppe Poeta, regista delle V nere e della Nazionale, tra assist millimetrici e incursioni a canestro lo spettacolo lo regala sempre, anche quando non è al massimo della forma (e, durante questi mesi, a causa di un ginocchio malconcio, gli è capitato più di una volta). Alla sua terza stagione a Bologna, il 27enne capitano di Battipaglia è “entusiasta della dedizione per la pallacanestro che ha la città”. “Per questo motivo – dice – sono certo che il tifo non si spegnerà mai e la nostra disciplina continuerà a essere viva. Di sicuro, tutti, noi giocatori compresi, sentiamo la mancanza della Fortitudo: i derby scatenano emozioni uniche e la competizione accesa fa un gran bene a qualsiasi sport, ma bolognesi amano ancora il basket. Lo dimostrano i numeri che facciamo alla Unipol Arena e, ci fosse la Fortitudo, sommerebbe altri 5mila spettatori ai nostri 8mila, insieme alle numerose squadre dilettantesche che militano nelle varie serie”.

Poeta concorda con Sabatini sulle sorti della Oknoplast: “Abbiamo affrontato una stagione complicata, seppure le prime tre partite vinte di fila promettessero bene. Poi una serie di problemi fisici – l’anno scorso il quintetto base non si era preso mezzo raffreddore – e qualche partita persa di troppo ci hanno infilato in un brutto tunnel. L’obiettivo, comunque, era diverso dagli anni passati: questa squadra è stata progettata per il domani. Ai playoff, però puntavamo, non lo nego. È stata una delusione amara”.

Anche il numero otto virtussino rimarca la questione economica non facile: “Dobbiamo fare i conti con un budget limitato che vincola gli acquisti. Tuttavia, la squadra si sta plasmando sui tanti giovani e il coach (Luca Bechi, sostituisce l’esonerato Alessandro Finelli da marzo, ndr) è stato riconfermato: in autunno ci presenteremo con un campionato impegnativo alle spalle e, quindi, più corazzati e pronti a lottare. Io in prima persona. Qui mi trovo bene e il mio contratto dura ancora due anni”.

Roberto Brunamonti, colonna portante della Virtus dal 1982 al 1996, una vera e propria leggenda per i virtussini, non ha mai smesso di seguire la squadra. “La seguirò sempre”, dice. Seppure da lontano, l’ex playmaker ha chiara la situazione corrente e non è pessimista: “Credo che la gestione di Sabatini abbia toccato il punto più basso dal 2003; niente di strano, capita in qualsiasi società. L'importante è ripartire e mi sembra che la Oknoplast abbia iniziato il cammino: sta lavorando in prospettiva e si è affidata a un gruppo giovanissimo. Io terrei tutti i ragazzi perché hanno vissuto una stagione importante e si sono fatti le ossa; l’allenatore rimane, quindi ha la fiducia della società. Gli stranieri, invece, si sono rivelati una scelta deleteria: nessuno di loro ha dato un rendimento costante. Ne ha pagato le conseguenze il gruppo: essendo costituito da tanti giovani, non è riuscito a sopperire alle mancanze".

Il budget ristretto – continua Brunamonti – mette dei paletti, certo, ma disporre di somme ingenti non è sinonimo di qualità, per fortuna. Sono tanti i fattori che contribuiscono a giocare un buon campionato. A proposito di campionato: non mi aspettavo che la Oknoplast andasse in finale, lo ammetto, ma considerato l’esordio convincente non mi immaginavo che la stagione andasse così. La classifica non mente”.

E "basket city", di cui Brunamonti è stato uno degli artefici, che fine farà? L'ex "play" risponde senza esitare. “Non vedo pericoli. Questo sport è il cuore pulsante di Bologna”. Unire le forze con la Fortitudo – come è accaduto tra Pallacanestro Varese e Robur et Fides – per tornare tra i migliori potrebbe essere una soluzione contro la crisi? “Non credo che un’operazione del genere funzionerebbe: le due società bolognesi hanno una storia troppo ricca e radici troppo profonde”.

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