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Martina Caironi, "Qualcosa è cambiato"

La campionessa paralimpica dei 100 metri, eletta atleta dell'anno, oggi parla (nelle scuole) di disabilità e della sua vita: "Ora mi sento fortunata"

Martina Caironi, classe 1989, ha vinto la medaglia d'oro nei 100 metri categoria T42 alle Paralimpiadi di Londra 2012. – Credits: Gareth Copley

E’ la campionessa paralimpica dei 100 metri. In sostanza la si potrebbe chiamare la "donna (con protesi) più veloce del pianeta" ma gli appellativi a Martina Caironi piacciono davvero poco. Lei è sostanzialmente una ragazza di 24 anni, che studia "Mediazione Linguistica" a Milano (“ahimè fuori corso”, dice lei) e che come tanti non vive di sport. 

A spezzare la sua normalità (reale o presunta) ci ha pensato un incidente stradale che nel novembre del 2007 le ha portato via metà della gamba sinistra, ma non il sorriso e la determinazione. A differenza dei più infatti, Martina porta al collo una medaglia d'oro Olimpica, ha da poco ricevuto il premio di "Atleta dell'Anno" della sua città, Bergamo, e va in giro dicendo (Martina è impegnata con il movimento paralimpico ndr) di sentirsi fortunata. Abbiamo provato a farci spiegare perché... 

Martina, sei stata eletta "Atleta dell’anno" per la città Bergamo. Come ti senti?

“Penso che il fatto che questo premio sia stato consegnato a un’atleta paralimpica sia un segno importante. Dimostra una sensibilità che magari ti aspetti a Londra ma che in una “piccola” città come Bergamo non è così scontata…”.

E’ la prima volta che il premio viene consegnato a un’atleta disabile?

“Così mi hanno detto. Per questo credo che segni una svolta”.

Una svolta iniziata da Londra? 

“Assolutamente sì. Londra ha cambiato il modo di vedere gli atleti paralimpici. Sono entrati in gioco pubblicità e sponsor, abbiamo percepito il professionismo e soprattutto la pari dignità, non solo formale, tra Olimpiadi e Paralimpidi. Credo che questo questo sia anche dovuto alla sensibilità degli inglesi”.

Dici?

“Ci abbiamo riflettuto tanto, e in tanti, e alla fine siamo stati tutti d’accordo sul fatto che se le Paralimpiadi si fossero svolte in Italia sarebbero state gare considerate fgare di serie b”.

Non è un posizione molto lusinghiera nei "nostri" confronti…

“Voglio solo dire che gli Italiani sotto questo punto di vista sono ancora acerbi. E’ una questione di abitudine a di confidenza con lo sport e con il mondo della disabilità. Per questo da dopo Londra mi sono sentita caricata di una responsabilità ben precisa: voglio fare in modo che in Italia non sembri strano vedere un’atleta correre con una protesi”.

E ci stai riuscendo?

“In questo anno e mezzo vedo che molte cose sono cambiate”.

Come ci sei riuscita?

“Parlandone. Prima di tutto nelle scuole. Poi è ovvio che contano anche i messaggi che arrivano dall’alto. Mi viene in mente la pubblicità di una banca in cui il testimonial è Alex Zanardi. E’ anche da queste cose che si costruisce la sensibilità delle persone”.

Hai conosciuto Zanardi?

“Sì, ha un carattere che ti trasmette qualcosa di positivo e di fattibile. In Lui oltretutto c’è il fattore umano della caduta e della risalita che ha una presa enorme sulle persone. Alex è stato fantastico perché è riuscito  a riprendersi la sua vita ma allo stesso tempo a comunicare al pubblico che lo stava facendo, che si stava rialzando”.

Nel tuo caso invece com’è andata?

“E’ stato un processo graduale. Ho dovuto prima ricominciare a parlare con me stessa, ad accettarmi. Solo allora sono riuscita ad aprirmi verso gli altri e ho scoperto che esistono cose che si possono scoprire solo parlando con le persone”.

Qual era la cosa che invece ti bloccava?

“La vergogna. E’ un’emozione che ti paralizza, come quando vedi negli occhi delle persone l’imbarazzo di parlare con te. Da quando ho messo la protesi invece tutto è scomparso. Volevo mostrarmi, senza paura e senza timore”.

E così sei diventata il Bolt delle Paralimpiadi?

“Non esageriamo (ride ndr). A dire il vero prima dell’incidente giocavo a pallavolo. Non poterlo più fare è stato il dispiacere più grande della mia vita. Poi ho cominciato a prendere parte alle prima gare.. Mi chiamavano “atleta” e quasi mi arrabbiavo. Per me è un’atleta non deve avere la pancetta! Quindi ho iniziato a cambiare il mio stile di vita e con l’allenamento sono arrivati i risultati. In sostanza ho solo fatto quello che sapevo fare”!

Così hai vinto… 

“Ho vinto due volte. Una è quando ho sentito il boato degli 80 mila spettatori dello Stadio Olimpico di Londra…”.

E l’altra?
 
 “D Londra mi hanno dato una nuova protesi con cui poter correre anche per strada. Pensa che fino ad allora avevo solo corso in pista… Sono scoppiata in lacrime. Mi sono tornate in mente tante emozioni che avevo dimenticato. Qual giorno sono tornato a casa esausta dopo un’ora e mezza di jogging”.

Retorica a parte, pensi davvero di essere una ragazza fortunata?

“Bella domanda. Subito dopo l’incidente dicevo di sì ma non ci credevo veramente. Ci ho dovuto riflettere tanto e sì, sono arrivata alla conclusione che quello mi è capitato sia stato una fortuna. Questa è una sensazione che nessuno ti può regalare. Mi sono dovuta prima “rialzare” per potermene convincere realmente”.

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