Basket, 30 anni fa l'oro di Nantes. E oggi?

Con Charlie Caglieris, play della Nazionale campione d'Europa nell'83, riviviamo le tappe salienti di quell'impresa tra passato e presente della nostra pallacanestro

L'Italia campione d'Europa 1983 nella cartolina celebrativa per i 90 anni della Fip: Caglieris è seduto a sinistra del trofeo, dietro di lui Meo Sacchetti, attuale coach di Sassari.

Paolo Corio

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Per molti appassionati di basket ormai negli "anta" il suo bacio al pallone, poi scagliato verso il soffitto del palazzetto francese di Nantes, è un'immagine pari a quella della corsa di Marco Tardelli ai Mondiali di calcio dell'82: il giocatore in questione è Carlo "Charlie" Caglieris, playmaker della Nazionale italiana condotta da coach Sandro Gamba all'oro europeo superando in finale la Spagna per 105-96; la data il 4 giugno 1983. Trent'anni dopo lo stesso Caglieris, classe 1951, oggi insegnante di educazione fisica in un liceo di Albenga dopo una lunga docenza alla Facoltà di Scienze motorie dell'Università di Torino, si dichiara in attesa della pensione ma rivive quella fantastica avventura per Panorama.it con lo stesso entusiasmo di allora:

"Ricordo tutto come fosse oggi, perché fu davvero un'impresa incredibile, una delle vittorie più prestigiose dello sport italiano. E non lo dico perché coinvolto in prima persona: nell'83 la Jugoslavia era ancora unita e aveva uno squadrone fortissimo, i cui giocatori oggi sarebbero tutti stelle dell'Nba; e lo stesso valeva per l'URSS. Dal punto di visto tecnico erano spanne sopra di noi, eppure quell'Italia riuscì a imporsi con la forza di un gruppo davvero fantastico, che arrivava da un argento alle Olimpiadi di Mosca e che riusciva a farsi onore in tutte le manifestazioni internazionali".

 

Parliamo appunto di quel gruppo: qual era il vostro principale punto di forza?
"Il fatto che fossimo tutti assoluti protagonisti nei rispettivi club, ma che una volta in Nazionale ci mettessimo completamente a disposizione della squadra. Il primo a dare l'esempio in questo senso era un giocatore-simbolo come Dino Meneghin, ma ciascuno di noi la pensava così e si comportava di conseguenza: l'importante era vincere insieme, non fare bella figura individualmente. Se poi consideriamo che quelli erano gli anni del boom della nostra pallacanestro e che in Campionato eravamo spesso avversari in sfide davvero incandescenti, con una fortissima e pressante attenzione dei media, l'amicizia che si cementò in quel gruppo fu davvero una cosa eccezionale".

In tutto questo, quale fu il ruolo di coach Sandro Gamba?
"Determinante, ovviamente. Non l'ho mai fatto prima, ma a distanza di 30 anni voglio dirgli che ci rimasi davvero male per l'esclusione dalla Nazionale che andò alle Olimpiadi di Mosca, ritenendola profondamente ingiusta, ma che ho sempre avuto una grande stima nei suoi confronti. Quando allenava, coach Gamba sapeva darti grandissime motivazioni, era bravissimo nel formare lo spirito di squadra, ma al contempo era anche un grande innovatore dal punto di vista tecnico. La Nazionale dell'83 fu ad esempio contraddistinta dall'utilizzo di ben tre playmaker (oltre a me, Pierluigi Marzorati e Roberto Brunamonti), che giocavano tutti un alto minutaggio: una soluzione da basket moderno, così come la difesa - mai vista a livello europeo prima di allora - che iniziava subito a pressare sul portatore di palla avversario per portarlo sulle linee laterali e complicargli la costruzione dei giochi".

Nei ricordi di molti la partita memorabile di quel torneo non fu solo la finale contro la Spagna, ma anche e soprattutto quella contro la già citata Jugoslavia: concorda?
"Assolutamente! Lo ripeto, era una squadra fortissima, con un roster che la faceva considerare pressoché imbattibile, e quell'incontro del girone valeva la semifinale per chi se lo fosse aggiudicato. Il 91-76 che si trova sugli almanacchi, letto così, può essere addirittura fuorviante: fu una vera battaglia, con tanto di rissa epocale nel mezzo, che ci regalò una vittoria incredibile come incredibile fu tutta la nostra avventura. Personalmente, ritengo la vittoria di Livio Berruti nei 200 m alle Olimpiadi di Roma la più straordinaria impresa dello sport azzurro, perché ottenuta contro atleti infinitamente superiori dal punto di vista delle doti atletiche: la nostra medaglia d'oro agli Europei '83 è solo un gradino più sotto e il successo contro la Jugoslavia è l'emblema di come la forza del nostro gruppo abbia saputo avere la meglio sulla disparità delle forze in campo".

Fu determinante anche il primo successo per 75-74 contro la Spagna, ottenuto alla prima giornata del girone eliminatorio con un canestro all'ultimo secondo di Marzorati e con la palla che rimbalzò più volte sul ferro: permise infatti di chiudere in testa il girone e incontrare l'Olanda in semifinale anziché l'URSS...
"Come sempre nello sport, quando vinci in situazioni di inferiorità, serve anche la fortuna. Va però detto che quel successo non servì solo a farci evitare i sovietici: fu fondamentale perché diede un ulteriore impulso allo spirito di corpo, infondendoci sicurezza nei nostri mezzi e saldando ancora di più il gruppo nella ricerca di un risultato di prestigio".

Trent'anni dopo, qual è il suo rapporto con il basket?
"Appese le scarpe al chiodo nell'86, oltre a insegnare, ho fatto il general manager della squadra di Torino finché è rimasta in serie A (stagione '92-'93, ndr): riuscivamo a mantenere l'attività della prima squadra con i proventi del settore giovanile, da cui uscirono giocatori Abbio, Morandotti e Pessina. Un caso più unico che raro in una pallacanestro davvero d'altri tempi, sulla quale non si erano ancora abbattuti i disastrosi effetti della legge Bosman... Chiusa quell'esperienza, mi sono allontanato dal basket agonistico, pur continuando a fare tante cose in tanti anni, inclusa la partecipazione a un progetto per la promozione dello sport nelle carceri finanziato dalla Regione Piemonte e promosso da un'associazione di insegnanti di educazione fisica di cui faccio parte. Unici rapporti con la pallacanestro: le cene con gli ex compagni e il saltuario ruolo di accompagnatore delle Nazionali giovanili nei tornei all'estero su gentile invito della Federazione".

Da insegnante e da accompagnatore, che differenze vede tra i giovani giocatori di allora e quelli di oggi?
"Tantissime, perché è davvero cambiato tutto e non solo nello sport. La cosa che più mi colpisce, è come non appena oggi un ragazzino dimostri della qualità, salgano subito le aspettative e le relative pressioni, quasi sempre controproducenti: noi eravamo per molti versi più spensierati, anche quando iniziavamo a metterci in mostra. Poi va detto che per la nostra generazione lo sport era l'unica alternativa alla scuola: ci allenavamo magari poco, ma giocavamo tantissimo tra oratorio e campetti; oggi vale invece l'opposto, con i ragazzi che si allenano magari anche tante ore in palestra, ma fuori di lì hanno tantissimi altri interessi o distrazioni... Non dico che sia giusto o sbagliato, dico solo che sono davvero epoche diverse, praticamente imparagonabili".

Imparagonabile anche il ruolo dei giocatori italiani nel nostro Campionato, anche se in questi playoff sono tornati a essere protagonisti in buon numero: un'iniezione di fiducia per la squadra che, trent'anni dopo, rappresenterà l'Italia agli Europei in Slovenia il prossimo settembre?
"Inutile negarlo: vista la caratura degli avversari, l'assenza di Gallinari pesa tantissimo, così come peserebbe un'eventuale defezione di Belinelli. A ranghi completi, questa Nazionale può invece essere competitiva, anche se non protagonista. Una cosa sugli italiani in Campionato, invece: se li fai giocare, ci sono. Il problema è che, per i ben noti effetti economici della legge Bosman, i nostri giocatori sono stati sacrificati e molto spesso pure a vantaggio di brocchi clamorosi... Se c'è un messaggio che possiamo ancora lanciare noi dell'oro di Nantes, è allora proprio questo: credere nei nostri ragazzi e investirci davvero, nel senso di impiegarli per tanti minuti sul parquet".

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